Dall’estasi al tormentone

 

La più bella della gamma, come una voce qualsiasi che dal tormentone porta all’estasi estemporanea, è quella del ministro Danilo Toninelli, titolare meritorio del dicastero alla confusione, che promette agli italiani che presto – dopo Battisti – verra’ arrestato pure Mogol: “ Non ci daremo pace finché non cattureremo anche Mogol”. Anche se qualcuno, quasi immediatamente, si è precipitato a precisare che il titolare della battuta avrebbe dovuto essere non tanto il ministro gaffologo del tunnel del Brennero, quanto il vicepremier Matteo Salvini, ministro dell’interno, passato, nel breve volgere del percorso da segretario-leader della Lega, deputato europeo e sovranista a uomo guida di governo, dalle t-shirt alle felpe, sino alle divise di qualsivoglia corpo dello stato. Esercito, Carabinieri, polizia, Guardia di Finanza, pompieri, protezione civile. Perfino quella della Forestale.

In un crescendo mediatico che in una sola settimana sui social ha bruciato sull’altare della comunicazione la celebrazione del ventennale della morte di Fabrizio De Andre’ e l’arresto di Battisti. Non Lucio, ahimè, altro fenomenale esponente del mondo dei miti della musica nostrana, ma Cesare. Prima delinquente comune, poi terrorista condannato in contumacia all’ergastolo come pluriomicida. Evasore, non fiscale ma dalle carceri italiane. Fuggito prima in Francia e garantito grazie all’accoglienza di Mitterand, e li’ rivelatosi scrittore di noir, poi in Brasile. E infine, dopo lunga odissea con tanto di appello dei soliti intellettuali noti perché venisse amnistiato, catturato ai giorni nostri in Bolivia. Per la gioia del nostro ministro dell’Interno. Ma non solo. Fino a resuscitare nuovi e vecchi rancori mai sopiti. Tanto che il mio amico Gian Luca Caffarena saggiamente suggerisce ad evitare ulteriori contrapposizioni su latitanti ed ex latitanti o in libertà vigilata… neri o rossi “Se rimpatriare terroristi significa resuscitare le nevrosi del ‘68 e i morti degli anni di piombo tanto vale lasciarli dove sono. Rossi o neri che siano”. Un saggio Caffarena, tanto che anche su De Andre’ spezza il pane “Ho conosciuto Fabrizio De Andre’ personalmente e artisticamente: il suo profilo umano e poetico si presta molto poco alla politicizzazione”.

Suggerimento pacato , ma comunque ignorato bellamente in un intercalare da psicodramma tutto italiano in cui Faber, l’amico di Don Andrea Gallo, il prete di strada e al suo pari cantore/difensore degli ultimi, come accade per una nazionale che vince il mondiale, deve per forza accomunare ed affratellare gli amici dei migranti e quelli che chiudono i porti negando la terra ferma ai 49 migranti della Sea Watch. Tutti pervasi da un’aurea di buonismo. O, al contrario, ad affratellare ed accomunare sull’altra sponda, la categoria degli “odiatori” sinistri e destri, legalitari e eversivi sull’ultimo arresto con reiterata passerella in divisa del ministro dell’Interno, c’è appunto il rientro in Italia di Cesare Battisti in manette. In un gioco di specchi che distorcono le immagini – di questo in fondo vivono preminentemente i fruitori dei social- che nel furore dei 140 caratteri, poi ampliati a 280, necessitano sempre più di facili semplificazioni, non ammettendo analisi un po’ più complesse in cui sono ammessi di diritto anche i mezzi toni, le angolazioni diverse e le sfumature.

Epica, nel bla bla bla, genovese e non, legato alle più varie intrepretazioni delle posizioni idealistico/politiche di Faber – come se dopo venti anni dal trapasso potesse risultare più agevole incasellare la complessità del personaggio De Andre’ nell’evoluzione non solo artistica dei suoi neanche 59 anni di vita nel dualismo destra/sinistra –  un’altra immagine satirica. Vi compare un busto con un volto incorniciato da una rada barba – con “un solco lungo il viso come una specie di sorriso”- più simile ad un deretano che ad un volto, con una divisa da pompiere. Ovvio il riferimento al vicepremier e ministro dell’interno che impegnato nel blocco dei 49 ospiti della Sea Watch aveva trovato anche il tempo per intervenire su De Andre’ citando la sua canzone preferita. Appunto “Il pescatore”. Con ovvio stupore dei cultori e conoscitori di Faber. Da qui quella enigmatica… faccia da… chiulo.

I social, come novella forma di democrazia dal basso, vivono di questi sprazzi, rara nobiltà inframezzata da tanta miseria. Giusto come commentava una mia amica social Gabriella Redoano: “Intelligenza + ironia = salvezza eterna”. 

Il resto, nella maggior parte dei casi,  è fideistico tifo a livello primordiale. Quasi una corsa a dimostrarsi più realista del re al leader o al capetto di turno. Una specie di gara suicida a gettare il cervello all’ammasso.

E non a caso facevo riferimento al tifo da stadio. Quello degli ultras e delle curve. Quello dei “boo” e degli ululati razzisti, quello delle società quotate in borsa, oppure no, che si inchinano ai ricatti dei capi ultras e dei facinorosi che in qualsiasi momento possono, impuniti, devastare un impianto o decidere di fare squalificare un campo arrecando danni economici ingenti alle stesse società per le quali dovrebbero fare il tifo. In un evidente cortocircuito fra interessi e spirito sportivo. Con il capo tifoso con qualche disavventura giudiziaria alle spalle che stringe la mano al ministro dell’interno. Perché in fondo sono accomunati se non dallo stesso casato politico almeno dalla squadra per cui tifano. Tormentoni in rapida successione che più che estasi producono tormenti.

 L’ultimo è quello del presidente della Sampdoria che stravolto dal logorio dei supplementari di Coppa Italia nella partita persa con il Milan sbotta in diretta “sarebbe stato il giusto premio per tutto il culo che mi sto facendo in ‘sta cazzo di città”, – chiulo e facce da chiulo per l’appunto – provocando la risentita replica dei club dei tifosi “In ‘sta cazzo di città” e nell’U.C. Sampdoria non c’è posto per chi non ci rispetta”. Fino a più  dietrologiche comparazioni con i presidenti che lo hanno preceduto. Dalla famiglia Mantovani a quella Garrone. Del resto Massimo Ferrero non è nuovo ad uno spirito guascone e a qualche boutade in diretta. In molti hanno visto nel turpiloquio oltre che una mancanza di stile una mancanza di rispetto per la città che lo ospita, alle prese con l’emergenza dopo la tragedia del Morandi. Infine qualcuno ha voluto vedere nelle estemporanee dichiarazioni di Ferrero pressioni alle amministrazioni locali. Scrive Samp News “Il patron doriano ha voluto mandare un messaggio deciso e forte alle istituzioni locali che, sotto la sua gestione e quella dei precedenti presidenti, hanno più volte rallentato o impedito pienamente la rinascita collettiva tramite gli strumenti che il calcio possiede in dote. L’esempio più lampante riguarda il progetto per la costruzione dello stadio di proprietà. D’altronde, come disse il compianto Paolo Mantovani, lo scudetto è stato una vittoria esclusivamente della Sampdoria e non di Genova”.

Infine, passando dal calcio alla politica e all’economia, mai come in questi ultimi mesi Genova si è dimostrata città capace, del tutto involontariamente, di mettere in crisi alleanze del governo verde-oro, entrando di diritto nel tormentone, estasi o tormento, fate un po’ voi, della durata del governo e di una probabile crisi. Prima il decreto Genova in seguito al crollo del Morandi, fra polemiche per progetti e finanziamenti con l’esclusione di Autostrade e l’inclusione del condono per le case di Ischia nel decreto legge, poi, di questi tempi, il salvataggio della Carige, con susseguenti polemiche sul decreto fotocopia del precedente salvabanche di Gentiloni/ Renzi e soci. Dall’estasi del tunnel di luci natalizio direttamente ai tormenti e tormentoni a prezzi di saldo di questi giorni. Sui social è così che funziona. Dalle immagini di scie di nuvole sul mare ai tramonti folgoranti basta una bava d’aria per far cambiare rapidissimamente prospettive, angolazioni, visuali, punti di vista. Pensieri troppo complessi, lungimiranza e acutezza di memoria risultano il più delle volte anacronismi archeologici.

Paolo De Totero