La solitudine di Van Gogh nello sguardo di Willem Dafoe

C’è un uomo con il cappello di paglia e gli abiti disadorni che s’aggira per i campi di grano e la natura provenzale: è alla ricerca di scorci particolari, di percezioni trascendenti da imprimere su tela. La solitudine lo attanaglia, il talento lo divora, il dramma dell’incomprensione lo spinge verso la follia. Quell’uomo ha le fattezze di Willem Dafoe ma sembra la reincarnazione di Van Gogh ripreso a tu per tu con la sofferenza, negli attimi di tumulto interiore precedenti il capolavoro. È questa la leva stilistico narrativa che muove il regista Julian Schnabel (affermato pittore contemporaneo) nel suo Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità: non tanto l’intento documentaristico e biografico ma l’introspezione profonda, la perlustrazione interiore, la soggettiva per immaginare insieme allo spettatore il mondo visto da uno dei più grandi artisti di tutti i tempi. Ecco quindi le sfocature nella parte inferiore dello schermo simboleggianti una visione trasmutata della realtà, spesso affogata nelle lacrime e nell’abuso di alcool, la ripresa ballonzolante quando il caos prende forma, i colori della natura avvertiti in maniera assoluta dall’artista e poi scolpiti sulle sue tele con pennellate impetuose. All’epicentro del vortice, un Dafoe sopra le righe, mimetico malgrado l’età avanzata rispetto al protagonista, capace di farsi carico di un immaginario sconfinato in ogni espressione facciale, i solchi del volto, lo sguardo perso ma pulsante d’azzurro degli occhi. Si narrano qui gli ultimi anni di vita, dal 1888 al 1890, da quando cioè, su ispirazione di Paul Gauguin, Van Gogh decide di lasciarsi alle spalle il tetro clima parigino dove viveva con l’amato fratello Theo per raggiungere Arles, in Francia, conoscere il dramma del manicomio di Saint-Remy e infine morire per un colpo di pistola ad Auvers, che il regista immagina più fortuito che autoinflitto (probabilmente su ispirazione delle ricerche degli storici americani Steven Naifeh e Gregory Smith).
Menzione particolare merita la visionaria colonna sonora di Tatiana Lisovskaya, astratta e lisergica come una vita che, condannata al presente, affoga nell’eternità.

Enrico Pietra