Itagliacano: da “scendi il cano” a “diniegato”. Dall’errore all’orrore

Sarò breve.
Perché hanno detto tutto gli altri sul caso, sul malinteso, sulla fake news di “scendi il cane”…. e piscialo e sul “diniegato” possibile/probabile causa del suicidio del venticinquenne nigeriano Jerry Prince, laurea in ingegneria, che si è gettato sotto un treno a Tortona.
Mi affido a loro e tanto basta 

Fiorenzo Toso: “DINIEGATO – Faccio il linguista, e dalla lingua ho sempre qualcosa da imparare.
Oggi, nell’asciutta prosa di un sacerdote, ripresa da Renzo Trotta in un suo post, ho appreso una parola che non conoscevo: “Uno dei nostri ragazzi di Multedo, Prince Jerry, dopo essere stato diniegato prima di Natale e scoprendo che non avrebbe potuto contare neppure sul permesso umanitario che è stato annullato dal recente Decreto, si è tolto la vita buttandosi sotto un treno”. La scoperta non mi ha provocato, come in genere mi accade, un senso di curiosità. Mi ha dato la nausea. Ma sono (indegnamente) un professionista, e lì per lì, lo confesso, mi sono chiesto se non si trattasse di una creazione casuale dell’estensore. Così sono andato a documentarmi.
“Diniegato” appartiene al linguaggio giuridico,e viene così descritto nell’informatissimo sito “Parlare civile. Comunicare senza discriminare”: “È la persona a cui è stato negato lo status di rifugiato. Si tratta di un cittadino straniero che ha ricevuto il rigetto della sua domanda di asilo dopo l’audizione presso la Commissione Territoriale in quanto ritenuto non in possesso dei requisiti per il riconoscimento dello status, previsti dall’articolo 1 della Convenzione di Ginevra. Il diniegato è tenuto a lasciare il territorio nazionale, salvo che gli sia stato concesso un permesso di soggiorno per motivi umanitari o che non faccia ricorso contro la decisione […]”.
. Ho trovato francamente oscena quella parola. Ma come si fa a “diniegare” un ragazzo al punto che, essendo tenuto “a lasciare il territorio nazionale”, non ha trovato altra soluzione che quella di buttarsi sotto un treno? Ma come è possibile? Ma come abbiamo fatto? Proprio ieri, discorrendo qui su FB con un’amica, le dicevo che se la linguistica ha un senso oggi, è anche quello di far riflettere sulle parole. Rifletteteci. Riflettiamoci”.

Con riflessioni e commenti particolarmente puntuali. Giuseppe Noto: “Ho una cara amica magistrata che si è occupata per anni della questione. Mi ha raccontato di situazioni umanamente terribili”.
E Piera Molinelli : “Bravo Fiorenzo Toso. Condivido, ma non basta. Senza scomodare ipotesi di determinismo linguistico, dobbiamo però sapere che la lingua passa messaggi che diventano “normali” proprio perché denominati. Propongo l’organizzazione di un incontro su questi temi, perché la linguistica faccia la sua parte non solo su Facebook. Bergamo, Genova o dove volete. Che ne dici / dite?”.

A volte riflessioni meno semplificate è più accurate valgono più di mille manifestazioni di solidarietà’. E meglio di perigliosi raffronti fra tragedie maturate nell’impossibilità di immaginare un futuro. Tutto qui

Giona

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