Le chic et le charme

 

 Avevo suggerito di non svilire tutto ad una guerra per bande. Ammonendo, i miei amici e non, nel corso degli ultimi due articoli, firmati con il mio pseudonimo e poi con il mio nome, a non sottovalutare il festival di Sanremo.
O peggio a rifuggire l’insana tentazione addirittura di esorcizzarlo come fenomeno marginale, isolandolo tra quei baracconi e spettacoli da circo, marchiati come tali dai “puristi”, messi di fronte alla tv nazionalpopolare.
E mi ero ritrovato a ripetere che no, non sono solo canzonette. E addirittura a stracciarmi pubblicamente le vesti con un coming out, affermando che io delle serate dello il spettacolo televisivo non me ne ero perso neanche una. Cercando perfino qualche informazione in più leggendo le pagine dei giornali e dei siti on line e facendo notte per visionare anche il “Dopo Festival”. Il Festival, avevo sentenziato, è soprattutto fenomeno di costume più che di arte varia.
E perciò il risultato finale non potrà che essere la cristallizzazione dell’epoca in cui stiamo vivendo. Perché poi, magari, l’inconscio finisce per riportare a galla antichi o nuovi timori, antichi e nuovi sogni e aspirazioni. Trasformate nella complessità dell’epoca in cui viviamo. Così oggi termino la mia missione, facendomi beffe dell’avvertimento del mio popfilosofo divisivo di riferimento, Simone Regazzoni, che venerdì, di prima mattina, postava sul suo profilo “Da qualche giorno, incrocio le dita, trattengo il respiro e spero che la bolla geriatrica dei commenti a Sanremo sia finita”. Vabbe’, dai ancora un attimo.

Concludo la mission partendo dal risultato di ieri notte, anzi delle prime ore di questa domenica. Perché, come ho sostenuto in questi giorni, popfilosofi o no, i risultati del voto, di qualunque tipo di voto, poi occorre saperli leggere. Perché sennò si corre il rischio di far la fine di quella sinistra che proprio Regazzoni si è fatto obbligo di mettere nel mirino per quella strana prerogativa perdente di ripercorrere all’infinito le vecchie peripatetiche. Con la conseguenza di incorrere nei soliti errori. Sempre e per sempre. Senza accorgersi che il panorama stava ed era ormai mutato.

Insomma, il vincitore di questo sessantanovesimo festival della canzone italiana è il perfetto interprete della contraddizione del nostro paese. Oscillante tra l’ispirazione e la negazione del sogno. Tra la paura del diverso e l’inclusione. E già i due partiti si stanno affrontando sui social. E Mahmood, ventiseienne Italo-egiziano, che ha quel nome che ricorda quasi un elefante estinto, ed è passato in poche ore dalla gioia per l’affermazione all’incubo di essere il protagonista dei peggiori incubi di molti italiani.

Come in un serpente che si morde la coda tutto torna al luogo di nascita. All’inizio. Con quella polemica, poi superata, fra il direttore/dirottatore del Festival, Claudio Baglioni, e il vicepremier e ministro dell’interno, Matteo Salvini, che già in clima post epifania ci aveva riportato testa a cuocere sul prossimo festival della canzone italiana.
E già, in un paese che dimostra ogni giorno di più di avere scarsità di memoria, andatevi a leggere le dichiarazioni del direttore/dirottatore artistico giusto un mese fa, in occasione della conferenza stampa sul Festival.
Il Messaggero del 9 gennaio: “Sarà l’armonia, «in un Paese fortemente disarmonico», la cifra distintiva del prossimo festival di Sanremo (5-9 febbraio)”. Parola del direttore – autoproclamatosi anche un po’ dirottatore – artistico Claudio Baglioni, pronto al bis dopo il successo dell’anno scorso che fa sperare alla Rai di ottenere un +5% di introiti pubblicitari. Armonia, a partire già dal numero dell’edizione: la sessantanovesima. Una sorta di logo che «richiama la simmetria del sincronismo, lo yin e lo yang.  Armonia come risultato, come approdo, come percorso per avvicinare gli opposti».
Un’armonia che, però, non può prescindere da quello che succede fuori dal Teatro Ariston e che costa a Baglioni una querelle via social con il ministro dell’Interno Matteo Salvini che non gradisce le parole sulla vicenda migranti. «L’Italia è un Paese incattivito, dove consideriamo pericoloso il diverso da noi e guardiamo con sospetto anche la nostra stessa ombra – dice Baglioni –. Le misure prese dall’attuale governo, come i precedenti, non sono all’altezza della situazione. Se la questione fosse stata presa in considerazione anni fa, non si sarebbe arrivati a questo punto». 

Con Salvini che risponderà con una battuta, un “cinguettio” via Twitter e nulla più. “Canta che ti passa, lascia che di sicurezza, immigrazione e terrorismo si occupi chi ha il diritto e il dovere di farlo”.

E via così, con il passaparola e il basta che se ne parli/basta che si parli di me, tipico di questi tempi di sovraesposizione. Con punzecchiature da una parte e dall’altra e nuovi protagonisti e comparse, fra tapiri, altri tweet e post social, navi trattenute al largo e porti chiusi.
Sino al verdetto di ieri sera. Sul quale, a caldo, osserva la redazione di Ragusa News.com: “Si dice “vincitore morale”. E quest’anno sono due. “Ultimo” per un verso e Loredana Bertè, per l’altro. Ma Claudio Baglioni ha riservato in cauda venenum per il vero capo del governo italiano, Matteo Salvini.  Dopo le polemiche delle settimane precedenti al Festival su migranti e accoglienza, le cinque giornate di Sanremo sono trascorse sottotono dal punto di vista della tensione politica. E dire che proprio questa è stata, da quando il Trio Solenghi Marchesini Lopez fecero scoppiare una crisi diplomatica internazionale con l’Iran, il sale del Festival.
Ma Claudio Baglioni, dirottatore del Festival, ha costruito la propria perfida risposta politica a Salvini riservando la sorpresa nel finale.
Mentre chi si occupa di probabilità e di scommesse, di sondaggi e verifiche demoscopiche, andava dietro a Loredana Bertè e al cantautore “Ultimo”, Claudio ha fatto vincere a sopresa Mahmoud, un nordafricano, un arabo, milanesissimo figlio di una sarda e di un egiziano. 
Facendo scoppiare una polemica che si trascinerà anche ora che il Festival è finito.
Cosa significa oggi essere italiano?
Chapeau, un capolavoro di tattica e intelligenza”.

E in effetti, visto che sul risultato sono ormai in corso da ore le polemiche sui social e non solo, ai redattori siciliani mi è impossibile dare torto. E vorrei fornire un particolare in più. Perché il voto che ha condizionato fortemente il risultato finale pare sia stato quello delle giurie di qualità. Quelle della sala stampa e dei vip, probabilmente più a contatto con il direttore/dirottatore e lo spirito del suo cast. Al contrario il televoto avrebbe favorito Ultimo e il Volo. E non a caso, proprio Salvini, a risultato sentenziato, avrebbe esternato che lui preferiva la canzone di Ultimo.

Insomma, poco o niente di nuovo sotto al sole, se non la contrapposizione sempre evidente fra il paese reale e quello virtuale frutto delle nostre aspirazioni e percezioni. Fra quello che vorremmo essere e ciò che siamo. Fra paura del diverso e inclusione.

Mentre la difficoltà maggiore,  a mio parere, è quella di doversi più o meno riconoscere in quelli che dovrebbero essere i punti di riferimento. In persone che non riescono ad interpretare i problemi se non contrapponendo negazione e chiusura. Con una sensibilità e un lessico politico ormai deteriorato. Frutto di rozzezza e ignoranza. E non sono stato lì ad ironizzare sull’ultima esternazione storico culturale sulla Francia delll’altro vicepremier. 

Mi basta risalire a certi comportamenti della nostra classe politica locale. A quel sindaco che il più delle volte non dà risposte (vedasi la questione della fascia tricolore indossata da un suo consigliere alla commemorazione dei defunti della X Max, o quelle sui tempi di ricostruzione del Morandi), ma chiede invece le domande successive – “Next question please” -.
Che in altri casi, simpaticamente, o forse no, ti fa un buffetto Sono il sindaco, veda un po’ lei”.
E poi siccome Lui è il sindaco “Veda un po’ lei”, durante le sedute del consiglio comunale, sempre simpaticamente mangia un toast o una striscia di focaccia, sulla faccia del consigliere che sta facendo il suo intervento.
Questione di sensibilità politica, ma soprattutto di educazione. Un uomo che non riconosce autorità alcuna se non a se stesso, come quando si rifiuta di lasciare il suo ufficio di palazzo Tursi pur in presenza di una esplicita richiesta di un militare dei Cc di fronte ad una telefonata che segnalava la presenza di una bomba. O, peggio ancora, si rivolge al comandante dei vigili urbani per questionare – o far sospendere – sulla vessazione delle contravvenzioni proprio in via Alessi. La strada dove abita e dove la moglie gestisce la pasticceria di famiglia.
Insomma quel lessico politico che l’algido marchesino Doria interpretava da par suo riempiendolo con la sua impalpabile assenza ora risulta del tutto stravolta. Gradiremmo, probabilmente, una via di mezzo, tra l’assenza e l’eccessivo eccesso di protagonismo, che ci riuscisse a confortare tutti. E c’è ancora, ma in questo caso non è solo colpa del sindaco, quel registro delle famiglie che un po’ mi perplime. E non tanto per qualche accusa di presunta  incostituzionalità, quanto per il tipo di sensibilità politica di chi l’ha proposta. In un paese in cui, su quelle che sono state le conquiste degli ultimi cinquanta anni, dal divorzio all’aborto, compare un’evidente battaglia di restaurazione. Che, negando che il problema esista, o peggio fingendo di non riconoscerlo, ha innestato la marcia indietro.

Infine ci sono quei giochi un po’ bastardi del destino o le ripicche, che un po’ fanno sorridere, di chi intende guardare avanti. Con l’occhio rivolto all’eleganza e all’incantesimo che infondono speranza. Le chic et le charme come canta Paolo Conte.
Ovviamente in francese, lingua di quel popolo “dalla tradizione democratica millenaria” ( cit.) che le “balle ancor gli girano” (cit.). E spiega il maestro Paolo Conte:

“Les raisons d’un fou rire

souvent on les trouve

dans la pruderie même

du public des spectacles,

c’est lui qui veut rire

pour effacer des larmes

et boire de ceux qui font rire

le chic et le charme”. 

(Le ragioni di un ridere a crepapelle, le trovi sovente anche nella pudicizia del pubblico degli spettacoli, sono loro che vogliono ridere per cancellare le lacrime abbeverarsi da quelli che fanno ridere di eleganza e incantesimo).

Versi appropriati per spiegare la rivincita di Claudio Baglioni direttore/dirottatore del Festival di Sanremo nei confronti del vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sempre più tuttologo e maestro di….divise et imperat. Una sorta di lezione di stile, fra la beffa e il contrappasso. 

Mentre qualcuno ha celiato via social: “E al largo non c’e’ nemmeno una nave a cui impedire di attraccare”. O sfotte: “ieri sera sono andata o a dormire senza sapere chi ha vinto il festival di Sanremo. Stamattina da molti commenti che compaiono sulla mia bacheca sembra che lo abbia vinto il PD. Cosa cazzo è successo?. (No, non ditemelo è meglio che io non sappia, forse).

Noi guardiamo avanti. Ottimisticamente sorridiamo almeno un po’, nonostante il momento suggerisca diversamente, continuando a tendere a “Le chic et le charme”

Paolo De Totero