Catarsi

 

Forse ci siamo arrivati alla catarsi. Passando rapidissimamente dal boom economico annunciato, alla recessione. Quella, purtroppo, vera.
Avvio di una corsa a tappe surreale, dove alla fine tutto ciò che appare finisce per essere e per significare il suo contrario. Fra arbitrio più o meno libero, libere interpretazioni e semplificazioni eccessive. Mi era capitato di osservare già l’anno scorso quanto la prima settimana di febbraio e i giorni successivi potessero finire per dimostrarsi determinanti per il sistema paese. In questo stesso periodo un anno fa si era in piena bagarre elettorale, si scatenava una sorta di odio razziale legato al ritrovamento del cadavere sezionato della diciottenne Pamela Mastropietro, apprendevamo di una certa difficoltà dell’allora candidato premier pentastellare Gigi Di Maio a contenere le spese di rappresentanza e a coniugare in maniera sintatticamente precisa i congiuntivi. Poi c’erano, e ci sono, gli appuntamenti fissi, quelli dettati dalla storia e dagli usi e costumi di noi italiani. Dal festival di Sanremo, con tutto il naturale seguito di polemiche, sui migranti e su un’ interpretazione sul tema della Mannoia e di Favino. Ma anche sul vincitore e sulla sua canzone. Ricordo che Ermal Meta e Fabrizio Moro, interpreti di “Non mi avete fatto niente”, inizialmente furono accusati di plagio e sospesi. Niente di nuovo sotto ai raggi del sole freddo di febbraio. Verrebbe da dire. Come se il periodo che precede il carnevale, tra religione e credenze popolari, dovesse per forza di cose coincidere con una sorta di rituale di presunta, o addirittura veritiera purificazione. La catarsi appunto. Ove al significato generico di purificazione e redenzione mi piace affiancare anche quello della psicoanalisi. Cioè il processo di liberazione da esperienze traumatizzanti o da situazioni conflittuali, ottenuto col far riaffiorare alla coscienza dell’individuo gli eventi responsabili, rimuovendoli dal subconscio. O quello del rito magico della religione dell’antica Grecia inteso a ripulire l’anima da ogni contaminazione.

Una sorta di confusione totale che prelude a qualche segnale verso la lucidità. Forse, o almeno così si spera. E parlavo anche di eventi e date ormai da mandare a memoria. Come la giornata del ricordo, per non dimenticare il massacro delle Foibe. A cui segue di ventiquattro ore la data, quasi dimenticata, dei patti Lateranensi.
Cioè gli accordi di mutuo riconoscimento tra il Regno d’Italia e la Santa Sede sottoscritti l’11 febbraio 1929, con i quali per la prima volta dall’Unità d’Italia furono stabilite regolari relazioni bilaterali tra Italia e Santa Sede. Intesa della quale proprio ieri ricorrevano i novanta anni. Ma che probabilmente assume minor importanza dopo la firma del 1984 della revisione del Concordato – ma non del Trattato – tra l’allora Presidente del Consiglio Craxi e l’allora Segretario di Stato di Giovanni Paolo II, il Cardinale Casaroli. Nel dettaglio venne abolita la clausola che dichiarava il cattolicesimo religione di Stato e veniva inserito il finanziamento del clero attraverso il meccanismo noto come 8×1000.
Tutto questo, insomma riguarda i fatti. Poi ci sono le libere interpretazioni a cui i social fanno spesso da cassa di risonanza. Tra attualità, memoria corta e deviazionismi. Il più delle volte frutto di semplificazioni eccessive o, se non peggio, di colpevole ignoranza. Il tutto a generare la confusione di cui parlavo prima. Con qualche venatura addirittura surreale.

Capita, per esempio, di venire a conoscenza da una bella intervista al vincitore del Festival di Sanremo, il ventiseienne Alessandro Mahmoud, in arte Mahmood, di padre egiziano e madre sarda, residente a Milano e di nazionalità italiana, che pare, alle ultime elezioni, quelle del marzo dello scorso anno, abbia votato proprio per la Lega. Da buon Lumbard.
Poi è accaduto che è stato utilizzato, lui e la sua vittoria, in maniera, forse, strumentale dal Pd come dimostrazione di inclusione o di esclusiva stupidità della controparte.
Il Pd, ha sottolineato qualcuno malignamente, si è impadronito della vittoria come se si trattasse di vincere le elezioni. Con ovvia battaglia social e offese al povero ragazzo e alla sua musica. Sino a quando lui, schifato, ha promesso che non voterà più per la Lega. E la polemica sul risultato falsato ha investito ovviamente i giornalisti (vil razza dannata, o un po’ sciacalli e un po’ puttane, a seconda delle preferenze) e la giuria di Qualità del Festival. Insomma ci si è accorti che c’era un regolamento da rispettare e che è stato rispettato. E che non sempre uno vale uno, come estremizzano e semplificano i pentastellati. Che la musica e le canzonette,come espressione artistica, vanno tutelati attraverso il voto di esperti. Come asseriva un alto dirigente Rai, non essendo il Festival paragonabile a “Il grande fratello” non c’è stato alcun complotto. Anche se la tesi dei soliti giornalisti “sciacalli e puttane” orientati dal Pd suonerebbe oltremodo suggestiva. Ma Vabbe’, voglio semplificare e smetto di sottilizzare. Visto che la terra è piatta e i vaccini fanno male, e dei congiuntivi non v’è  ormai più certezza. Non si sa mai.

Ecco, perché ormai in epoca precatartica viviamo in un’era di umana incertezza interpretativa.

Valga per tutti l’ultima esternazione del vicepremier e ministro dell’interno che,visto il suo curriculum, mi corre pure l’obbligo di chiamare collega. Parlo del “capitano, mio capitano” Matteo Salvini che ho avuto la fortuna di poter vedere assiso sul bianco divanetto di”Porta a Porta”, sorridente e al fianco di Bruno Vespa, commentare i risultati elettorali in Abruzzo e ripromettere che questo Governo verdeoro arriverà all fine del mandato. Ma non è di questo che voglio parlare, almeno ora, quanto dell’ultima semplificazione sulla natura delle Foibe accostate con evidente superficialità alla Shoa.  Ha detto il nostro vicepremier presentatosi a Trieste indossando una giacca della Polizia di Stato “ “I bimbi morti nelle foibe e i bimbi di Auschwitz sono uguali. Non esistono martiri di serie A e vittime di serie B. Non esiste un “però” per Auschwitz e un “però” a Basovizza. Sono criminali gli uni e sono criminali gli altri”. E sulle cause e gli effetti naturalmente è nata una querelle proprio sulle ragioni storiche che hanno generato i due stermini. Con Salvini che, probabilmente, si è inchinato alle logiche perverse degli slogan e della propaganda. Generando ulteriore confusione su un terreno di per se’ storicamente minato.

Insomma le avvisaglie di una confusione eccessiva da cui si scivola nella catarsi ci sono tutte. Con il vicepremier che ieri ha rassicurato pubblicamente gli italiani circa una possibile crisi di governo smentendo di fatto le voci persistenti e insistenti secondo le quali dopo il risultato elettorale in Abruzzo vi sarà una accelerazione ulteriore per quanto riguarda la resa dei conti con i CinqueStelle.

 Per fare ulteriore chiarezza basterebbe affidarsi allo zodiaco. Al passaggio dal segno dell’acquario a quello dei pesci. Dove l’Acquario e’ il piu’ anticonformista fra i segni dello Zodiaco. Nella sua singolarita’, e’ estraneo alla tradizione ed e’ fiero di esserlo. L’influenza di Urano si esprime, da un lato, nella capacita’ di innovare e di costruire, metaforicamente o meno. E Il segno dei Pesci e’ caratterizzato in maniera privilegiata dal fatto di chiudere il cerchio dello Zodiaco. Viene popolanamente considerato instabile e volubile; in realta’ il suo compito e’ quello di rimettere in discussione tutto quello che e’ stato fatto prima di lui. E dunque….

Come se non bastasse nei tarocchi la figura che rappresenta la catarsi è proprio quella dell’impiccato. Spiega Gabriella Cosulti, esperta nella lettura dei tarocchi “Appeso per il piede sinistro a una trave, con il ginocchio destro ripiegato a croce sull’ altra gamba, il giovane raffigurato sull’arcano n. 12, in analogia col dodicesimo segno dello zodiaco, i Pesci, che corrispondono, guarda caso, al sacrificio e ai piedi, sperimenta la dolorosa tortura riservata in passato ai debitori, come ebbe a dire il poeta inglese E. Spencer nel suo poema The Fairie Queene: “Egli per i piedi appeso ad un albero, e così deriso da tutti i passanti, potessero vedere la sua punizione”.
In realtà, più che di una punizione, l’Impiccato è il simbolo dell’iniziazione passiva, mistica: il sapere non si ottiene attraverso la ricerca attiva, lo studio, la sperimentazione, come è d’uso qui, in Occidente, ma all’orientale, rimanendo immobili, disponibili alla ricettività e all’ascolto. li corpo dell’Impiccato penzola nel vuoto, fra due colonne (forse di nuovo le colonne d’ingresso del tempio di Salomone, Jakin e Boaz), abbandonato ma ancora vincolato, con le mani dietro la schiena, presumibilmente legate, che gli impediscono di liberarsi e di agire, perché l’anima liberata sfugge ormai la realtà della materia. L’Impiccato ha scoperto che il segreto per penetrare l’ essenza delle cose sta nel loro capovolgimento. Dall’inversione di prospettiva, dall’abbandono dei comuni schemi mentali, attraverso l’esperienza della solitudine e del dolore, scaturisce l’idea chiara e illuminante, presupposto per l’accettazione e la trasformazione di sé.

L’impiccagione, ovvero l’inversione di prospettive e di valori, conferisce alla personalità una nuova morbidezza, lontana dalla rigidità degli schemi e delle convenzione. Forse più facile da vivere capovolto che diritto, verso in cui è più drastico, l’ arcano vuole essere un invito alla flessibilità, alla ricettività, alla capacità di adattamento. Il consultante, volontariamente o no, ha a disposizione tutto il tempo che desidera per rivedere situazioni e rinviare scelte e progetti. Non è tempo d’azione ma d’attesa e di prudenza. Qualsiasi ritardo, qualsiasi ostacolo hanno la loro ragione nascosta e devono essere interpretati come un avviso provvidenziale, un segno del cielo. Non resta che accettare il destino, compresi i blocchi e le sconfitte, e sottomettersi almeno temporaneamente al corso degli eventi, senza tentare di cambiarIo. È un arcano di fede e di dedizione. Tutto deve essere disinteressatamente sacrificato a una persona o a una causa, senza aspettarsi ricompense immediate. A differenza della trasformazione auspicata dalla Ruota e dalla Forza, rapida e improvvisa, si tratterà qui di una trasformazione lenta, più interiore che esteriore. La situazione attuale è comunque destinata a capovolgersi completamente, a subire mutamenti radicali e svolte decisive, negative solo in apparenza. Una scelta di vita alternativa, al di fuori della competizione e del consumismo. Rilettura del passato, una nuova e diversa comprensione delle cose. Nella figura dell’Appeso implica un capovolgimento radicale liberatorio, prove che daranno un risultato ottimo contro ogni supposizione, capacità di affrontare gli eventi con fiducia e sapienza. Tranquillità spirituale, introspezione, illuminazione, sacrificio scelto e motivato, aiuto disinteressato. Lasciarsi andare ad una situazione che porterà frutti futuri. Affetti struggenti. Quando esce in posizione di suggerimento: Non insistere con un atteggiamento duro ed egoico ma ammorbidirsi. Periodo di analisi”. E sembrerebbe una profezia.

Del resto La carta dell’Appeso è l’immagine che chiude la storia dell’Orlando pazzo per amore nel libro di un altro amante dei tarocchi, Italo CalvinoIl Castello dei destini incrociati.
Orlando, il paladino impazzito e già rappresentato dal Matto, viene legato a testa in giù e, recuperato il senno, afferma: «Lasciatemi così. Ho fatto tutto il giro e ho capito. Il mondo si legge anche all’incontrario. Tutto è chiaro». Come se non bastasse la storia, quella vera, suggerisce altre immagini di appesi.

Immagini, a dir la verità, seppure spesso evocate, molto più cruente. Molto ricordate, allora come ora, dai Partigiani e dai loro nipotini dei centri sociali.
Piazzale Loreto, dove secondo abusato slogan ci sarebbe ancora tanto posto, nella memoria storica rappresenta la fine del Fascismo, dell’uomo che ne fu il protagonista insieme ai suoi gerarchi e alla sua donna. Un’immagine forte che ricorda anche la fine della guerra civile e l’inizio di una rinascita. Quella democratica del paese. Una sorta di purificazione.

E forse non è nemmeno un caso che in questo periodo storico proprio Salvini sia stato associato alla figura dell’appeso dei Tarocchi e perfino al Duce.
E soprattutto alla sua fine. Con con tanto di murales a Torino in cui è apparso ignominiosamente appeso a testa in giù. Murales poi cancellato,a cui lo stesso Salvini aveva risposto così “Salvini a testa in giù in centro a Torino. Che squallore. Quanto odio. Noi rispondiamo con idee, cuore e coraggio, so che siamo in tantissimi, vero?”.

Vero, le elezioni regionali in Abruzzo hanno confortato queste sue previsioni. Anche se hanno messo in risalto come l’alleanza più naturale per la Lega sia quella con il centrodestra e che, prima o poi, la resa dei conti con gli attuali alleati di governo, particolarmente attaccati dal centrodestra per il loro orientamento sulla Tav, ma non solo, dovrà pur esserci. E sin qui la pratica politica. Poi c’è la storia che occorre saper leggere e interpretare facendo tesoro dei i suoi corsi e ricorsi. Materia in cui sarebbe meglio cercare di evitare le semplificazioni, magari valide nel breve periodo che serve alla propaganda. Ma che poi, con il passare del tempo finiscono per rivelarsi erronee e devastanti. Come insegnano anche piazzale Loreto o l’appeso. Quello dei tarocchi.

Paolo De Totero