Figli di Satana

 

Matteo SalviniVabbe’ anche oggi il Vicepremier dice la sua interpretando alla perfezione, consapevolmente, o forse no,  solo per l’inconscio egotismo che lo macera, il ruolo del guru de noantri.
Per informarci, lieve come fa solitamente, noi e tutta la sua setta, che forse la festa di tutti gli innamorati, San Valentino, sarebbe da abolire. Con tenerezza. Dice solo abolire, badate bene, che probabilmente sta per cancellare. Con leggerezza e forse qualche rimpianto. Non usa, non a caso, demolire, abbattere, desertificare. Anche lui probabilmente ha un cuore. Che ancora, magari, sanguina. Dopo aver palpitato.

Appena ieri, visto che ci impone ogni giorno il suo pensierino quotidiano, si era avventurato sulle strade impervie del male e della perdizione, affermando sicuro, come un esorcista di belle speranze, che: “Non bisogna sottovalutare il problema delle sette sataniche e serve affidarsi agli esperti che ci aiutano a combatterlo”. Con il risultato di far sobbalzare sulla sedia financo un popfilosofo come Simone Regazzoni che, solitamente, del vicepremier targato Lega, elogia la strategia comunicativa, e trova, comunque,nello specifico, anche il modo per autopromuoversi. Dice il filosofo: “ I PROBLEMI (SUR) REALI DEL PAESE. La questione del satanismo è leggermente sfuggita di mano a Salvini… A questo punto toccherà regalargli l’edizione integrale del “Manuale di esorcismo” del 1614.
con testo latino a fronte curata da Damien Karras, pseudonimo dietro a cui si nasconde … il sottoscritto.
Mi ero divertito molto a curare questo bellissimo libretto”.

Ma Salvini tutti i torti non li ha. Perché se, come dice il proverbio antico: “Errare è umano, ma perseverare è diabolico”, quante sette esistono nel nostro paese?

Silvio BerlusconiViene in mente, chessò… il telecavaliere, con quella macabra maschera facciale e le estremità pilifere trapiantate, che pur in vista degli 83 anni continua imperterrito ad autocandidarsi. E lo fa dopo averci regalato in tv e in politica quel berlusconismo che qualcuno addita come l’inizio di tutti i nostri mali. Oppure il nostro presidente della Regione. Quel Governatore Giovanni Toti, in perenne costume da delfino, che appena qualche giorno fa ha affermato, durante una trasmissione televisiva, che il male non è il cavaliere che si ricandida ma tutta quella pletora di persone ormai in eta’ che in Forza Italia e nel centrodestra e affini, approfittano di qualche improvvisata dote di camaleontismo per rimanere con le terga attaccate alla poltrona.

E se è vero, come si dice, che la perseveranza nell’errore ti porta automaticamente all’inclusione fra i figli di Satana, nell’elenco, che potrebbe essere lunghissimo, non posso fare a meno di inserire il nostro sindaco/commissario Marco Bucci. L’ultimo episodio, quello delle multe sospese “a divinis”, non è che l’ennesima riprova della tracotanza di colui che il collega Franco Manzitti aveva felicemente descritto in passato come “u scindecu cu cria”. E la superbia potrebbe essere il peccato capitale che più si avvicina alla sua indole. Vizio esplicitato in più occasioni. Direbbe il vecchio saggio… “Lui pensa che tutti siano fessi”. Prendiamo per esempio il modo in cui martedì ha cercato giustificarsi in consiglio comunale quando è stato messo alle strette- ma nemmeno troppo – dai rappresentanti dell’opposizione sul caso delle multe in via Alessi. Sotto alla sua abitazione

Sono il Sindaco veda un po' lei
“Sono il Sindaco veda un po’ lei”

Dixit Bucci: Sono il sindaco di tutta la città, anche sotto casa mia. E se vedo un errore lo segnalo e ho il diritto e il dovere di farlo. Se in via Alessi c’erano ottanta auto parcheggiate nonostante i cartelli fissi e i divieti, evidentemente qualcosa non ha funzionato nella comunicazione”. E quindi, per salvarsi l’anima, da una possibile accusa di abuso di potere su cui indaga la magistratura in seguito ad una denuncia di un sindacato dei vigili, “u scindecu cu cria”, ha pensato bene di dirottare i siluri vaganti sui dipendenti di Amiu e sul comandante dei vigili. Il dirigente che, dopo concitate comunicazioni telefoniche avrebbe impartito ai suoi uomini l’ordine di sospendere le contravvenzioni. Insomma, sarebbe bastato, a mio modestissimo parere, ammettere l’errore, allargare le braccia e chiedere comprensione, visto che errare è umano. Invece quella perseveranza, frutto in qualche modo di quel peccato capitale a cui facevo allusione. E la perseveranza nell’errore. Quasi un culto consapevole, un vizio da adepto di qualche setta.
Del resto Bucci, “u scindecu cu cria”, non è nuovo a simili interperanze. E forse proprio per questo piace ad una parte dei cittadini genovesi e al suo elettorato che lo ha eletto a rappresentarli come fosse un salvatore dopo tanti anni di strapotere delle sinistre nella nostra città. E l’elenco dei casi della sua perseveranza, anche a spanne – sarebbe lungo. Ad iniziare dai pugni sbattuti sulla scrivania il giorno seguente all’insediamento ad evidenziare una mancanza di produttività dei suoi dipendenti.

Marco Bucci mangia in Sala RossaPer continuare come ho scritto in un articolo di qualche giorno fa con “quel Sindaco che il più delle volte non dà risposte (vedasi la questione della fascia tricolore indossata da un suo consigliere alla commemorazione dei defunti della X Max, o quelle sui tempi di ricostruzione del Morandi), ma chiede invece le domande successive – “Next question please” -. Che in altri casi, simpaticamente, o forse no, ti fa un buffetto “Sono il sindaco, veda un po’ lei”. E poi siccome Lui è il sindaco “veda un po’ lei”, durante le sedute del consiglio comunale, sempre simpaticamente mangia un toast o una striscia di focaccia, sulla faccia del consigliere che sta facendo il suo intervento.
Questione di sensibilità politica, ma soprattutto di educazione.
Un uomo che non riconosce autorità alcuna se non a se stesso, come quando si rifiuta di lasciare il suo ufficio di palazzo Tursi pur in presenza di una esplicita richiesta di un militare dei Carabinieri di fronte ad una telefonata che segnalava la presenza di una bomba. O, peggio ancora, si rivolge al comandante dei vigili urbani per questionare – o far sospendere – sulla vessazione delle contravvenzioni proprio in via Alessi. La strada dove abita e dove la moglie gestisce la pasticceria di famiglia”. Sino a farmi provare personale nostalgia per il suo predecessore che dimostrava qualche sensibilità politica diversa. Cito sempre dall’articolo: “Insomma quel lessico politico che l’algido marchesino Doria interpretava da par suo riempiendolo con la sua impalpabile assenza ora risulta del tutto stravolta. Gradiremmo, probabilmente, una via di mezzo, tra l’assenza e l’eccessivo eccesso di protagonismo, che ci riuscisse a confortare tutti. E c’è ancora, ma in questo caso non è solo colpa del sindaco, quel registro delle famiglie che un po’ mi perplime. E non tanto per qualche accusa di presunta  incostituzionalità, quanto per il tipo di sensibilità politica di chi l’ha proposta. In un paese in cui, su quelle che sono state le conquiste degli ultimi cinquanta anni, dal divorzio all’aborto, compare un’evidente battaglia di restaurazione”. Forse sarebbe toccato a lui far capire che probabilmente si sarebbe andati ad urtare la sensibilità dei suoi concittadini. Ma evidentemente ha deciso di interpretare il ruolo di monarca assoluto e non quello di “primus Inter pares”. Condito sapientemente con un po’ di populismo.

 Comunque l’episodio reiterato di toast e focaccia addentati sulla faccia di un qualunque interlocutore intento ad intervenire durante la ritualità del lavoro dell’assemblea del consiglio comunale è e resta emblematico. Come quell’atteggiamento semidivino, con il quale rifiuta di eseguire l’ordine di lasciare palazzo Tursi dopo l’allarme bomba. O il negare la risposta ai giornalisti e in sottordine ai suoi cittadini/ sudditi. Attendiamo solo il fatidico “Apres moi l’orage”. Prima di un qualunque allerta meteo.

E se il perseverare negli errori è davvero diabolico. Il resto vien da sé, In mezzo a tutta questa polemica su San Valentino, sulle sette, su coazioni a ripetere, su atteggiamenti perseverantemente diabolici e sul tifo degli adepti mi viene da rivolgere una prece… che arrivi sin lassù…“Capitano, mio capitano…. veda un po’ lei”.

Giona

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