The Mule, corriere di droga e poesia

Scrivere nel 2019 di un film di e con Clint Eastwood non è solo un paradosso temporale. Leggenda vivente di Hollywood, regista tra i più grandi comparsi sul globo terracqueo: la storia passa dal grugno sornione del texano dagli occhi di ghiaccio, una storia che per la gioia degli amanti della settima arte ancora non è stata del tutto snocciolata. Dieci anni dopo quel tassello di iperbolica bellezza che era Gran Torino e a ottantotto suonati l’ineguagliabile Clint decide di tornare anche a recitare, del tutto a sorpresa, per cucirsi sulla pelle una vicenda realmente accaduta e trasformarla in un altro caposaldo del cinema contemporaneo. Un uomo di età molto avanzata si mette a fare il corriere della droga per un cartello messicano: lo racconta un articolo del New York Times del 2014. Una roba tanto assurda sarebbe difficile da credere, se non fosse che accadde realmente. Leo Sharp era coltivatore di fiori, anzi un vero e proprio artista delle emerocallidi, che si fece conoscere per le meravigliose tonalità e varietà che vi sapeva imprimere. Le pubblicizzava con un catalogo annuale ma con l’avvento di Internet (a cui non seppe adeguarsi) fu sopraffatto da altre metodologie commerciali. Per una serie di circostanze imponderabili, oppresso dai debiti, divenne corriere: dapprima di denaro, poi di droga. Moltissima cocaina. Si calcola che verso la metà degli anni duemila ne avesse già trasportato ben mille chili guidando per le strade americane. E’ questo caleidoscopio di varia umanità che attira lo sceneggiatore Nick Schenk (lo stesso di Gran Torino). Così in The Mule Eastwood diventa Leo Sharp (nella finzione Earl Stone), ma a suo modo, sbattendoci la faccia grinzosa e l’andatura ricurva. Non c’è più nulla da dimostrare, ma tantissimo ancora da dire, a cominciare dal valore della vita e del tempo che passa. Un padre di famiglia che si è immolato sull’altare del lavoro, che ha costellato la sua esistenza di assenze a cui ora è pesantissimo rimediare. Cosa conta realmente in questo mondo? Qual è il dannato senso? Forse godersi fino in fondo ogni istante, tra voluttuose miserie e trascendenza del cuore. Eastwood evita il dramma, se non nel commovente epilogo di fantasia. Riesce a far ridere con freddure agghiaccianti, l’autoironia dissacratoria del suo stesso mito descrive un uomo che sta semplicemente oltre. Ci sono strade e strade, c’è narrazione e poesia. Forse per l’ultima volta, forse no.

Enrico Pietra

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