Nazionalizzare la rete autostradale? Con l’esproprio si può fare…

Il disastroso crollo del ponte Morandi del 14 agosto 2018 deve diventare un simbolo da cui ripartire. Dalla tragedia dobbiamo trarre un importante insegnamento per non ripetere in futuro i medesimi errori.
Il Morandi è diventato l’esempio clamoroso del fallimento dell’ideologia più dannosa della storia contemporanea, quella liberista. Un pensiero forgiato sul delirante presupposto che l’economia, solo se lasciata a se stessa, in assenza quindi dell’intervento dello Stato, possa consentire il massimo livello di sviluppo.

In nome di tale ideologia l’Italia ha lanciato, fin dai primi anni novanta, la svendita del proprio patrimonio pubblico, che ha interessato anche la rete autostradale, secondo i passaggi storici che Fivedabliu ha ben ricostruito proprio in questi giorni.

Il disastro del Morandi è il frutto avvelenato di quella stagione di autolesionismo politico.

Quando si privatizza un monopolio si causa sempre un danno erariale al Paese poiché, per definizione, un privato che subentra in un servizio, puntando al profitto, erogherà lo stesso maggiorandone il costo.
Se lo Stato eroga un servizio può farlo a prezzo di costo, anzi potrebbe farlo pure sotto, ma questo è un discorso a parte.

Se invece è un privato a erogare quello stesso servizio, il suo costo sarà maggiorato anche del margine di profitto che può essere ottenuto non solo con tariffe più alte, come dimostra la storia di Autostrade, ma anche tagliando i costi di manutenzione.
Proprio l’assenza di manutenzione è purtroppo la causa della tragedia che ha colpito Genova. Ora riprendiamoci dunque la nostra rete autostradale.

 Ma come farlo?
Anche qui regna la più assoluta disinformazione.

Al netto della possibilità di risolvere per inadempimento le concessioni, questione che implica il previo accertamento definitivo delle responsabilità sul crollo (se ci fosse un concorso di colpa tra Stato e società autostrade sarebbe un problema agire in questo modo), ci siamo completamente dimenticati che l’interesse pubblico prevale comunque su qualsiasi interesse privato e ogni pattuizione contraria è irrimediabilmente nulla.
Ci siamo dimenticati anche il dato testuale dell’art. 43 della Costituzione, che consente allo Stato di nazionalizzare, salvo indennizzo, qualsivoglia servizio essenziale o in regime di monopolio. Lo stesso vale per l’articolo 42 della Costituzione che parimenti consente, sempre per ragioni di pubblico interesse e sempre salvo indennizzo, il più generale esproprio di qualsiasi proprietà privata.

Preoccuparsi dei costi in questo caso non ha alcun senso, anche rimanendo nelle attuali logiche, auto imposte, di ristrettezza di bilancio e che peraltro sarebbero superabili in tempo reale con un recupero della piena sovranità monetaria. 
L’utile annuo netto di società autostrade è di circa un miliardo di euro, possiamo dunque facilmente permetterci di indennizzare autostrade per la perdita subita secondo il normale valore di mercato di una simile attività commerciale, che dunque sarebbe ampiamente inferiore al costo della penale per la revoca della concessionecontrattualmente pattuito e che di fatto non ha alcun valore giuridico.
Qualsivoglia accordo contrattuale che possa sovvertire il principio costituzionale della prevalenza dell’interesse pubblico su quello privato, anche attraverso penali che vadano oltre il mero indennizzo previsto in Costituzione per i casi di esproprio, è infatti chiaramente nullo per violazione di norma imperativa.

Peraltro, è bene ribadirlo con forza, qualsivoglia “cavillo giuridico” possa essere immaginato da società autostrade, essa non è in grado di competere in qualsiasi momento con la possibilità dello Stato di legiferare (potere d’imperio), anche agendo con urgenza a mezzo di decreto legge, per la tutela di interessi collettivi.
L’esproprio potrebbe dunque essere attuato fuori dalla normativa vigente e attraverso un decreto legge ad hoc che godrebbe di piena legittimità sulla base diretta delle norme costituzionali sopracitate.

Occorre pertanto la mera volontà politica di agire, volontà prima annunciata dal Governo e poi purtroppo messa nel cassetto.

Marco Mori