Prima l’inno degli italiani poi, forse, il mugugno in zeneise

Genova è città incline alla sperimentazione. Da sempre.
Mica per niente, per esempio, il compianto PSI vide la sua fondazione nel 1892 a Genova nella sala dell’associazione garibaldina Carabinieri genovesi adottando il nome di Partito dei Lavoratori Italiani.
Successivamente a Reggio Emilia nel 1893 il nome venne cambiato in “Partito Socialista dei Lavoratori Italiani” mentre al congresso di Parma del 1895 assunse il nome definitivo di Partito Socialista Italiano.
E Genova è la città dove per prima venne cantato l’inno degli italiani durante una festa popolare e fu subito proibito dalla polizia. Dopo i moti del 1848 fu suonato e cantato dalle bande musicali e dai soldati partenti per la guerra di Lombardia. In breve, divenne il canto più amato del Risorgimento italiano e degli anni successivi all’unificazione.
Inno di MameliIl Consiglio dei ministri del 12 ottobre 1946, presieduto da Alcide De Gasperi, acconsentì all’uso provvisorio dell’inno come inno nazionale. Il decreto della presidenza del Consiglio dei Ministri del 14 aprile 2006 che rimanda al dipartimento del cerimoniale di Stato. L’inno non è obbligatorio, pochissimi i casi previsti. Secondo le regole, è obbligatorio eseguire l’inno quando c’è il presidente della Repubblica in visita ufficiale, il presidente del Consiglio in visita ufficiale e durante le ricorrenze nazionali: 4 novembre, 25 aprile, 1 maggio, 2 giugno. Oltre alle tre fattispecie obbligatorie, si esegue l’inno in presenza della bandiera d’istituto militare o la bandiera di guerra e in tutte le cerimonie militari secondo la disciplina militare.

Secondo Massimo Sgrelli, ex cerimoniere della presidenza del Consiglio dei ministri, ora consulente per le amministrazioni, nulla è obbligatorio al di fuori di quei casi specifici.
Nulla vieta, ovviamente, di eseguirlo lo stesso. Dell’inno si esegue, di norma, solo la prima strofa. Durante l’esecuzione i soldati devono rimanere fermi presentando le armi, gli ufficiali stare sull’attenti e i civili, se vogliono, assumere una posizione di attenti. Eppero’ non siamo stati i primi, nonostante la nostra vocazione per le sperimentazioni. In passato una misura analoga era stata varata a Massa, Montevarchi, Siena e L’Aquila.

Stefano AnzalonePerciò la proposta del consigliere Franco De Benedictis, gruppo misto, e grande navigatore dei gruppi politici genovesi, approdato recentissimamente a Fratelli d’Italia, vicepresidente della società ornitologica genovese, non è in grado di perplimermi più di tanto. Nonostante l’ironia e il fuoco di fila delle opposizioni che ha contraddistinto, qualche giorno fa, il serrato dibattito in consiglio comunale terminato con l’approvazione grazie a due voti in più della maggioranza. Documento discusso, tanto da far registrare il voto contrario di due esponenti della Lega e la precipitosa retromarcia del capogruppo del Pd Cristina Lodi che in un primo momento aveva apposto la sua firma alla mozione presentata da De Benedictis. In sintesi dovranno cambiare il regolamento del consiglio comunale per permettere l’esecuzione dei consiglieri, ritti sull’attenti e con la mano sul cuore, ad ogni inizio di seduta. Chissà se ne approfitteranno per inserire, sempre nel regolamento, la possibilità di consumare frugali, oppure no, spuntini in sala rossa durante i lavori del consiglio comunale e il dibattimento delle delibere?

Bucci-CampanellaDel resto il sindaco Marco Bucci, seguito dal replicante capogruppo di Fratelli d’Italia Alberto Campanella, avrebbe già sdoganato la questione dando personalmente il buono, o il cattivo? esempio qualche settimana fa.
Con tanto di esibizione della bustina contieni alimenti sul sacro scranno. Al languore di stomaco, evidentemente, non c’è risposta che tenga. Se non quella di sedare i morsi famelici della fame.

Percio’ visto che… canta che ti passa, o tanto pe’ cantata, perche’ me sento un friccico ner core, e.. .basta ‘a salute e un par de scarpe nove, poi girà tutto er monno, e m’accompagno da me e quindi siamo in clima di deregulation, suggerirei di alternare all’inno degli italiani anche “Genova per noi”. O ancora meglio l’ultima fatica del genovese Paolo Kessisoglu dedicata alla sua città “C’è da fare”.
Già c’è da fare oltre che cantare.

E comunque consiglierei ai consiglieri comunali il video dell’interpretazione del canto degli italiani di Max Manfredi, altro cantautore genovese doc.
Lui lo intona nel bel mezzo di via Garibaldi in camicia rossa – ma senza Rolex – da garibaldino. 

Del resto perché stupirsi per questi efflati di sano patriottismo in un clima patriottico/sovranista in cui lo slogan “Prima gli italiani” fa, continua a fare e presumibilmente farà tanti proseliti. Già la patria, quella di Dio, Patria e famiglia altro slogan usato ed abusato tanti anni fa. Con quel vicepremier indossatore di divise, che prima o poi ingamberà nei gambali da corazziere, o negli stivaloni neri. Come il fez.
Lo stesso dell’aut aut ai colleghi di governo sull’autonomia delle regioni. Quello che ha appoggiato l’iniziativa, una proposta di legge, del suo compagno di partito e presidente della commissione trasporti e telecomunicazioni della Camera Alessandro Morelli, ex direttore di Radio Padania. Una sorta di quote biancorossoeverdi per la programmazione delle canzoni nelle emittenti radiofoniche nazionali e private che,obbligatoriamente, dovrebbero riservare “almeno un terzo della loro programmazione giornaliera alla produzione musicale italiana, opera di autori e di artisti italiani e incisa e prodotta in Italia, distribuita in maniera omogenea durante le 24 ore di programmazione”. 

Nicolò Carosio
Nicolò Carosio

Insomma ci ritroviamo dopo Sanremo, tra inno degli italiani e altro, in mezzo a un patriottismo canoro degno di un lontano ricordo autarchico, quando gli speaker radiofonici, anzi i commentatori sportivi, non potevano dire gol, o penalty, o corner ma rete, calcio di rigore e calcio d’angolo. Tranne poi scoprire che già attualmente, a conti fatti, in tema di programmazione musicale la quota di canzoni italiane supera già il 40%.
Eppero’, come dice il nostro vicepremier, “prima gli italiani”. 

Perciò, visto che la nostra è città incline per vocazione alla sperimentazione e tenuto conto che il suddetto vicepremier intende cavalcare l’autonomia regionale per regolare i conti con gli amici pentastellati del Governo, suggerirei, già che ci siamo, un’altra modifica al regolamento. E siamo a tre, come indice di numero perfetto. Quella di parcellizzare il confronto dialettico sulle delibere e mozioni e perfino interrogazioni e interpellanze trattandole in lingua genovese. Con buona pace di un ex leghista della prima ora, il presidente di “A Compagna” professor Franco Bampi. Non tutte per carità. Una ogni tre, come per la rappresentanza di quote rosa e come per la programmazione di musica italiana. Che poi il genovese il mugugno ce l’ha nel sangue. Anzi di piu’. Tanto per non tradire lo spirito anglosassone del nostro sindaco. Una in italiano, una in genovese e una in inglese. Con il beneplacito del sindaco, manager d’oltreoceano, Marco Bucci. Next question please.
O che faccia Giggia, direbbe il nostro indementicabile Gilberto Govi.

Giona

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