Momenti di trascurabile felicità

Ha un bel dire il fisico Carlo Rovelli che il tempo non esiste. Vallo a spiegare all’uomo della strada come abbiano fatto gli ultimi dieci anni a volatilizzarsi o al grande manager con villa e prole che sembra ieri che faceva il cazzaro tutti i sabati sera. Poniamo poi il caso che un individuo muoia di colpo e scopra, una volta sparato tra i celesti, di essere stato prelevato per un errore kafkiano esattamente 1h e 32m prima di quello che avrebbe dovuto essere. Potrà fare ritorno a casa, ma con ben poco tempo a disposizione per salutare un’ultima volta la famiglia e tutti gli affetti più cari. Usa l’arma del paradosso Daniele Luchetti per questo suo Momenti di Trascurabile Felicità, libero adattamento di due libri di Francesco Piccolo che è anche sceneggiatore del film. Se si volesse avere piena contezza dello stato dell’arte della commedia italiana quest’opera ne risulterebbe la migliore cartina di tornasole possibile. In perfetto bilico tra dramma e leggerezza, giocando sui continui rimandi temporali e i flashback della memoria, i due ottimi protagonisti Pif e Thony (scrutati dall’alto dal saturnino quanto imprescindibile Renato Carpentieri nel ruolo di angelo custode) coinvolgono ed emozionano sul piano della quotidianità, laddove cioè lo spettatore inevitabilmente finisce per identificarsi. Le loro vite divengono potenzialmente quelle di ciascuno di noi, assurdamente protese verso un domani che sembra non arrivare mai, come se la morte, la fine, non ci riguardassero affatto. Alle nostre esistenze manca la capacità di godere del presente, dei piccoli istanti di gioia, di realizzare che le asperità ci ricordano in fondo che siamo vivi. C’è ampio spazio per l’umanità e i suoi difetti, le sociopatie e il gusto dozzinale di fregare il sistema: Paolo (l’ex iena Pierfrancesco Diliberto, Pif appunto) è personaggio tipicamente medio e un po’ cinico, a tratti alquanto detestabile, ma alla fine ci commuove e ammalinconisce. Nanni Moretti è proprio lì, dietro l’angolo, ma Luchetti non lo incrocia mai del tutto, preferendo coccolare lo spettatore più che pungerlo. E allora un motorino scagliato oltre il rosso del semaforo diverrà il pretesto non tanto di una requisitoria morale sui moderni tempi abietti, quanto piuttosto sul senso del transito terrestre. C’è spazio anche per un finale a sorpresa e per fischiettare la nazionalpopolare Soli di Adriano Celentano che proprio quest’anno compie quaranta primavere.
E si diceva del tempo, appunto.

Enrico Pietra