Cafonal

Christian De Sica

La folgorazione è arrivata inattesa, del tutto inaspettata, mentre stavo zappingando autisticamente – (non me ne si voglia, anche io ho la patente e talvolta guido)- davanti al televisore e mi ero ormai rassegnato ad essere inerme succube e vittima del crampo del cronista, patologia che blocca le mani e la mente di chi digita portandolo, via via, a faticosa consapevolezza di non aver più nulla da dire. Persino nell’era autoreferenziale dei social in cui – per il principio di Eco  – (Umberto Eco lo scrittore n.d.r. E volutamente tralascio la profezia del semiologo sui social accusati di dare nell’occasione la parola e la visibilità a legioni di imbecilli arrabbiati)-  si è voluta riconoscere libertà di parola a chiunque, analfabeta funzionale, in barba alle regole grammaticali e sintattiche,  abbia deciso di abbracciare qualunque novita’ della lingua… che vive… e in coma prima o poi …. muore. Purtroppo.  E quindi “escono il cane e lo pisciano” grazie a qualche ammiccante e permissiva fake news attribuita perfino all’Accademia della Crusca. Equivocando, magari, che i fini linguisti altro non siano se non esperti nell’arte di alimentarsi in maniera naturale per vincere una qualche stitichezza di fatto e di parole. Con il fine della più naturale evacuazione sul water e sui social. Tralasciando, addirittura, più semplicisticamente le parole e la loro esatta scrittura, ed affidandosi, con sicura consapevolezza, agli emoticon: dalle faccette gialle  al medio sollevato, dal pollice verso al like, sino allo “stronzetto”, solitario o in compagnia.

Perdonate la divagazione. Del tutto comprensibile. Perché, come mi ha spiegato uno psicologo: il crampo del cronista, oppure il blocco dello scrittore, prelude a uno sbocco rabbioso. In fondo, in mezzo a tanto qualunquismo, social e non, non risulta poi sempre vero che… “uno vale uno”. Come ci hanno voluto far credere taluni politici/nuovi, usati sicuri o addirittura vecchi. In un estremo, pericoloso e propagandistico esercizio di democrazia diretta.

Fausto Brizzi

E dunque sono rimasto invischiato per circa un’ora e mezza, attento, berciante e sorridente di fronte allo schermo tv e alle immagini di un cinepanettone di Fausto Brizzi, regista di commedie all’italiana. Vittima, anche lui, sui social e non solo, della moda inveterata di denunciare chiunque, a mo’ del produttore americano Harvey Weinstein, abbia abusato della sua posizione dominante per molestare attrici di primo e secondissimo piano. Brizzi è poi stato riabilitato dalla magistratura che ha archiviato la denuncia ritenendola infondata. Comunque all’epoca dell’uscita del suo film nelle sale la Warner Bros decise di cancellare il suo nome dalle locandine del film in questione. 

Il film di cui voglio parlarvi è  “Poveri ma ricchissimi”, sequel italiano di “Poveri ma ricchi” remake della piece francese “Les touche”, da cui trae liberamente inspirazione, in cui uno dei protagonisti Christian De Sica con il nome di Danilo, come il nostro ministro gaffologo inveterato, e il cognome Tucci, simile a quello del nostro sindaco Marco Bucci, fornisce profeticamente uno spaccato dell’Italia in cui, da lì a qualche mese, saremmo inopinatamente è drammaticamente sprofondati con la coalizione verdeoro al governo. Come si dice nemo propheta in patria. E, come una Cassandra qualunque, Brizzi non ha goduto al momento  dei favori della critica. Ne’ entusiastici ne’ entusiasmanti. Scrive Antonio Bracco su comingsoon.it : “Nel calderone delle idee finisce tutto quello che è di tendenza: dalla parodia di Donald Trump all’allergia degli italiani verso il fisco, dal richiamo alle cinquanta sfumature di grigio alle leggi ad personam. Il product placement che permette di alleggerire i costi va bene, ma i prodotti commerciali infilati a spinta tra una scena e l’altra danno un po’ fastidio. L’idea di un franchising di chioschi specializzati in supplì, però, non è niente male”.

Eppure al momento della mia visione, un anno e quattro mesi più tardi, sono rimasto appeso allo schermo, come se Brizzi avesse avuto una visione del pantano in cui, da lì’ a qualche tempo, con il risultato delle amministrative genovesi ormai semidigerito e le politiche alle porte ci saremmo ritrovati a fare i conti. 

Silvio Berlusconi

E quindi ciò che scrivo ha tutto il sapore, amaro, di un omaggio postumo al regista. Perché’ si ha un bel dire che dopo il Bagaglino e il Bunga-Bunga quello che è successo  ha tutto il significato di un finale del tutto preventivabile e che tutto era già allora drammaticamente in essere, ma al momento dell’ “uno vale uno”, che in democrazia assume la forza del voto,  nessuno ne ha voluto tenere conto. Era già tutto scritto e tradotto in immagini. E comunque e’ andata come è andata. Tra i pericoli nascosti del populismo e del sovranismo cavalcati dai nostri politici di riferimento.

Per la cronaca il film racconta la saga della famiglia Tucci, che, gratificata nel primo episodio da una vincita milionaria  in virtu’ del nuovo status cambia stile di vita approdando a Milano, quella ancora da bere, per poi, tornata alle poverissime origini, dire addio alla tanto amata nonna Nicoletta (Anna Mazzamauro) la quale è stata colpita da una grave malattia: è tornata povera. Tuttavia, il nipotino Kevi (Giulio Bartolomei) rivela alla nonna che lui ed il maggiordomo Gustavo (Ubaldo Pantani) hanno inventato la storia della truffa e hanno messo i loro soldi in banca, i quali sono persino lievitati. Così, i Tucci scoprono di essere ancora ricchi e decidono inizialmente di aprire una friggitoria, con tutto il bailamme di tasse da pagare che avrebbe gravato in maniera enorme sui futuri profitti. Percio’ viene in seguito accolta la proposta della figlia Tamara (Federica Lucaferri) di far diventare Torresecca uno stato indipendente. Non una monarchia, che manifesterebbe troppa arroganza, ne’ una democrazia gia’ largamente in crisi in tutto l’emisfero terrestre, ma un più frivolo principato, come quello monegasco. I Tucci organizzano  dunque una “brexit” per uscire dall’Italia e non pagare più le tasse.

L’idea funziona e Torresecca esce ufficialmente dall’Italia, con Danilo (Christian De Sica) come Principe regnante e Marcello (Enrico Brignano) suo primo ministro e braccio destro la quale moglie, ovvero Valentina (Ludovica Comello) è in procinto di avere un bambino. Durante la festa di inaugurazione dell’uscita dall’Italia di Torresecca, l’ indipendent day – volgarmente tradotto “indipendens dai”- , Loredana, la moglie di Danilo (Lucia Ocone),  fa la conoscenza di Rudy (Massimo Ciavarro), un uomo belloccio e perverso che dimostra sin da subito interessato alla donna. Intanto, Danilo conosce un ragazza che dice di essere sua figlia (Tess Masazza), ma l’uomo pensa che sia solo uno scherzo.

Enrico Brignano

Il mattino seguente, Valentina presenta a Marcello suo padre Libero (Paolo Rossi), il quale è un ex carcerato e odia i romani. Libero, la sera stessa viene beccato da Marcello al cellulare e quest’ultimo pensa che Libero voglia fare una rapina in casa dei Tucci, i quali hanno deciso di trasferirsi in un castello, così Marcello, nominato nell’”azienda di famiglia” una sorta di ministro dell’interno – una specie di Salvini della situazione – pedina mentre scambia dei soldi con degli uomini ad un bar. Lì, Danilo si incontra con la ragazza che dice di essere sua figlia e Marcello li vede.

Una volta che la ragazza se ne va Danilo spiega il tutto a Marcello e prega di non dire niente a Loredana. Marcello consiglia a Danilo di fare il test del DNA per scoprire se quella ragazza è veramente sua figlia. Il giorno stesso, i Tucci decidono di riportare al posto dell’Euro le vecchie Lire e tale operazione sarebbe stata effettuata alle 00:00 del nuovo anno. Alla fine i Tucci si ribellano alla “brexit” ed alle vecchie Lire, che verranno abrogate e lasceranno nuovamente il posto all’Euro, Torresecca ritorna in Italia e fonda il suo fast-food a base di supplì McTucci. Il film si avvale del cammeo di Giobbe Covatta, il sacerdote Don Genesio pronto a dare l’estrema unzione alla morente Nicoletta prima della miracolosa guarigione venuta a conoscenza del fatto che i soldi non sono spariti, di Dario Cassini nelle vesti del livoroso presidente del consiglio pronto a tagliare la luce al principato di Roccasecca e a scatenare la macchina del fango nei confronti della famiglia Tucci venuto a conoscenza che i sondaggi registrano una vertiginoso aumento di Danilo e una sua caduta verticale nel cuore degli italiani.

 

Con profetica tentata invasione del principato da parte di alcuni romani urticanti dalle troppe tasse fermata sulle rive del Tevere, come se tutto quello che avverra’ dopo, anche i porti chiusi fossero cosa nota, comparsa nella sfera di cristallo di Brizzi. E con sudditi pronti a lamentarsi non tanto per la corrente tagliata o per l’abolizione della pizza, ma molto più incattiviti per l’improvvisa mancata ricezione delle reti Sky e di Sky calcio. Alla fine uno dopo l’altro i colpi di scena con la figlia illegittima, che figlia non è, che si rivela abile truffatrice pronta a fuggire alle Cayman con un bonifico di tutte le fortune dei Tucci insieme al maggiordomo/amante. E Danilo Tucci che per riconquistare i sudditi dal solito balcone promette di dividere con loro tutte le sue fortune. Una sorta di reddito di cittadinanza una tantum. Ma tutto è bene quel che finisce bene. La truffa non riesce. I Tucci si spogliano dei loro averi e iniziano a vendere fritti e soupplì in piazza piegandosi alla ragione di stato di pagare le tasse, come accade per tuttinoi, poveri italiani.

Sin troppo facile trasferire i personaggi del film nella realtà immediata della politica nazional-locale in cui ci troviamo ad essere precipitati. Con principi ritrosi e rissosi come il governatore Giovanni Toti che mette in dubbio la leadership del cavaliere, presidente di Firza Italia, ex premier e imprenditore/operaio Silvio Berlusconi. Con il ministro dell’Interno e vicepremier del film nei panni dell’investigatore che, unico neo, nell’occasione non indossa divisa di sorta, sia quella della polizia di Stato, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Forestale o dei Vigili del Fuoco. Con il premier italiano del film che ricorda da vicino l’isteria del vicepremier pentastellato Giggino Di Maio.

Marco Bucci

Con il sindaco Bucci/Tucci che deve riparare alle malefatte di quella  “figlia illegittima” che nei fatti si è dimostrata l’ingrata ex assessore Elisa Serafini. Quel sindaco Inossidabile nel non rispondere alla domanda retorica, visto che esiste la costituzione repubblicana, dell’avversario di sinistra Gianni Crivello di dichiararsi antifascista, dopo aver glissato sulla fascia tricolore indossata da un suo consigliere per presenziare alla cerimonia della X Mas ed aver preteso di rinchiudere le prossime cerimonie per il 25 aprile nell’angusta nobiltà del Carlo Felice.
O quell’assessore Pietro Piciocchi che pur avendo le deleghe appropriate a Gestione del patrimonio comunale abitativo e non abitativo – Indirizzo e controllo di SPIM Spa – Politiche della casa e Housing sociale – Gestione patrimonio abitativo comunale – Indirizzi per la gestione del patrimonio ERP e rapporti con Arte – Relazioni con enti e società di riqualificazione urbana con particolare riguardo alla funzione abitativa si affida a un appello in rete e quindi ai cittadini per una donna con cinque figli senza casa. Post al quale qualcuno a ragione ha persino obiettato che forse sarebbe stato meglio allargare le braccia e confidare di non poter fare niente anziché affidarsi alla solidarietà pelosa.

Lilli Lauro

Con tante first lady/ Maleficent in lotta fra loro. A caccia di una qualche visibilità alle prossime elezioni o per semplice invidia. Da Lilli Lauro, storica protetta del coordinatore di Forza Italia Sandro Biasotti a Ilaria Cavo che i rumors indicano come futura candidata a succedere proprio a Toti in Regione. Fra gag con De Sica che passa con disinvoltura dalla chioma a boccoli giallognoli da coatto al ciuffo sbarazzino e biondo del Tycoon, una volta diventato principe. Con i sudditi di Terrasecca pronti a linciare i vigili intenti a erogare multe per i divieti di sosta e l’estradizione dal regno dei notai, vil casta dannata, e i suddetti sudditi disponibili alla secessione e alla rivoluzione nel momento in cui vengono oscurati da Sky calcio. Con la ripresa finale in cui il maggiordomo Gustavo, avveduto servitore della famiglia trasformatosi in cattivo e poi pentito appare messo alla gogna. Come se Fausto Brizzi presagisse quello che di li’ a poco gli sarebbe capitato. Con tanto di gogna mediatica e successive scuse. Mancano soltanto il quasi settantaseienne Albano, al secolo Albano Da Cellini San Marco e il coetaneo Toto Cutugno, settantacinquenne da Fosdinovo, alias Salvatore Cutugno, quello di “lasciatemi cantare sono un italiano, un italiano vero”. Entrambi nei panni delle spie. Ma sarebbe stato veramente troppo profetico, e questa purtroppo è l’Italia. Questo è il mondo nel quale ci ritroviamo a cercare di sopravvivere. Più poveri (certamente), ma ricchissimi (anche no). “Poveri ma ricchi, ci piace cantare”, come dice il refrain della canzone finale. Ne consiglio la visione agro/amara a tutti. Prima o dopo aver uscito il cane e averlo pisciato. Per non interrompere la visione sul più bello. Mi raccomando.

Paolo De Totero