In coda per avere le ferie: le notti in bianco degli autisti AMT raccontate dal nostro Barnaba

Genova – Capita da molto tempo, ormai da anni, che per “esigenze di servizio” il tranviere genovese sia costretto a intraprendere una vera e propria gara contro i propri colleghi e contro sé stesso per riuscire a prendersi anche solo un giorno di congedo.“Esigenze di servizio” è la frase magica che l’azienda di Tpl Genoveseusa per giustificare la mancata erogazione di ciò che di più sacro e necessario ci sia per un lavoratore: i meritati e spettanti periodi di ferie.
Esigenze di servizio significa riuscire a mantenere l’erogazione di chilometraggio scritta nel contratto di servizio, regolamentato da legge regionale, che prevede precisi obblighi, anche economici, che vincolano sia l’Amministrazione Comunale che l’Azienda.

In particolare AMT svolge il servizio di trasporto pubblico nella città di Genova in cambio di un corrispettivo erogato dal Comune, che s’impegna a sua volta a favorire tale prestazione intervenendo sulla mobilità urbana. In definitiva il contratto di servizio regola la vendita da AMT al Comune di Genova di un servizio misurato in posti offerti e valutato con criteri di qualità, a un prezzo prefissato.
AMT offre una rete che nel suo complesso è lunga 972,17 km, di cui 14,3 su rete filoviaria, 25,3 su rotaia e 7,2 su metropolitana e, ad esempio nel 2016, ha prodotto circa 26,9 milioni di chilometri e trasportato 133,6 milioni di passeggeri, ovviamente la quantità di servizio è adeguata nel corso dell’anno alla domanda di mobilità rilevata e tipica dei diversi periodi nonché alle risorse economiche a disposizione.

Tutto molto lineare, ma purtroppo i conti non tornano e il meccanismo si inceppa quando ci si mette di mezzo la matematica, e non è possibile garantire il servizio come concordato se manca quella figura che materialmente lo garantisce: l’autista.
Negli ultimi tre anni le assunzioni delle amministrazioni locali e di conseguenza delle aziende partecipate sono state limitate dalla Legge Madia, e di certo la crisi ormai cronica dell’economia mondiale (che in Italia è in realtà crisi sistemica) non sta permettendo nemmeno adesso, che tale legge è decaduta, di poter assumere come sarebbe necessario. Certo in questi tre anni alcune linee sono state appaltate (con tutto ciò che di negativo ne consegue), eppure non riusciamo a mantenere il giusto rapporto uomo/turno che possa garantire agli autisti le meritate ferie.

Lasciamo da parte gli effetti legati al crollo del Ponte Morandi, che ha prodotto la necessità di implementare il servizio a Ponente con l’introduzione di navette, che significano cartellini, che significano nuovi turni, e torniamo a bomba all’inizio.

L’autista un mese prima striscia con il suo badge sul Totem (il computer sito in ogni rimessa e attraverso il quale i dipendenti e l’azienda ‘dialogano’) e fa la sua richiesta.
Il dramma è che vengono concessi pochissimi giorni e dunque si innesca una gara a chi arriva prima e siccome che il servizio dal computer viene scaricato la mattina alle 10:30, se uno ci tiene ad avere le ferie, per mille ragioni, perché deve fare una visita medica fuori porta, deve accompagnare il figlio o i vecchi genitori a farsi gli affaracci loro, oppure partire per la montagna, ecco che conta arrivare tra i primissimi.
E quindi che fa?
Dorme direttamente in rimessa per essere il primo la mattina dopo allo scioccare della fatidica ora.                                                                      

Io, in tanti anni di onorata carriera e con parecchie primavere sulle spalle, ho provato l’esperienza una sola volta.
Ci tenevo talmente tanto ad andare a sciare con la mia famiglia che mi sono armato di coraggio e, finito il mio turno verso le 21:30 e rientrato in rimessa, ho scritto su un foglietto bianco il giorno che richiedevo e il mio nome preceduto dal numero 1 e poi l’ho appeso con lo scotch al Totem.
Tempo di andarmi a prendere una pizza d’asporto e dopo di me si erano aggiunti altri due colleghi. E’ stato strano, mi è sembrato di tornare ai tempi del liceo, un pigiama party in piena regola, al netto del fatto che non ci siamo divertiti per niente, ovviamente.
Nessuno di noi è riuscito a dormire per più di un paio d’ore, chi seduto su una sedia, chi sdraiato sul tavolo, io ho provato a dormire su un bus, ma francamente è stata un’esperienza orrenda e a dirla tutta devastante e triste allo stesso tempo.
Ci sarà un motivo se la privazione del sonno è considerato uno dei metodi di tortura più antichi ed efficaci al mondo.

Man mano che le ore passavano si aggiungevano colleghi, la mattina alle sei eravamo una decina. Alle 10:30 il foglietto bianco che avevo appeso si era riempito, ma di quei coraggiosi solo i primi cinque sono riusciti a prendere ferie.
Dopo quella notte in bianco sono andato a lavorare, in pratica stando con la divisa addosso per ventiquattro ore.
Io non l’ho mai più fatto, ma ci sono colleghi che lo fanno regolarmente e non per divertimento: molti hanno famiglia al sud e dunque hanno necessità di partire.

Ci sono due aspetti di questa drammatica situazione che vorrei analizzare, quello legale e quello sanitario.
Legalmente, in merito alla motivazione fornita dall’azienda a giustificazione del diniego della concessione delle ferie richieste dal lavoratore, pur nel doveroso rispetto dei principi di buona fede e correttezza imposti al datore di lavoro, spetta sempre a quest’ultimo valutare discrezionalmente la predetta richiesta, nell’esercizio del suo potere direttivo ed organizzativo, ai fini di poter comunque garantire il buon funzionamento dell’attività (a maggior ragione se trattasi di un servizio pubblico), contemperandolo con il diritto del lavoratore al recupero delle proprie energie psico-fisiche.
Il lavoratore, per contro, avrà sicuramente diritto a contestare il diniego delle ferie, tenendo presente che, ai fini di un esito positivo, sarà onere del medesimo fornire la prova che le addotte “esigenze aziendali” in realtà non sussistevano all’epoca del rifiuto. 

Ma è proprio concentrandomi su quel recupero delle energie psico-fisiche che questo sistema non può reggere sotto l’aspetto sanitario.
È provato che la privazione del sonnoinfluisce profondamente sui livelli di zucchero nel sangue, aumenta la probabilità che le arterie coronarie divengano fragili portando a malattie cardiovascolari, ictus o insufficienza cardiaca.
Dormire poco contribuisce ulteriormente a tutte le principali condizioni psichiatriche, tra cui depressione, ansia e suicidio.

Dopo essere state sveglie per diciannove ore, le persone private del loro sonno sono cognitivamente compromesse, come se fossero ubriache. Questo è il motivo per cui gli incidenti automobilistici causati dai colpi di sonno superano quelli causati da alcool o sostanze stupefacenti.
E noi poi si va a guidare bus pieni di persone e circondati dal caos del traffico. 
Capirete bene i rischi cui tutti quanti andiamo incontro.                                                                                                                       

Recentemente l’unico sindacato che ha avuto il coraggio di portare a galla tale situazione è stata la sigla autonoma Or.S.A. TPL che, con una denuncia mediatica, ha costretto azienda e Sindacati firmatari a trovare un accordo che, seppur difficilmente applicabile, darà comunque un poco di sollievo agli autisti.
Tuttavia, per garantire congedi fissi ogni giorno e per ogni rimessa, si arriverà, giocoforza, a dover tagliare quel servizio che dovrebbe essere garantito.
La coperta è sempre corta e la politica langue…

La soluzione? Assumere molto più personale di quanto si stia facendo adesso, altrimenti con le fuoriuscite dovute ai pensionamenti, alle promozioni, ai cambi di mansione e ai fisiologici stacchi dovuti a problematiche fisiche (vere o presunte), ci sarà sempre carenza di autisti.
E va da sé che, No Autisti No Tpl.

Nel frattempo un abbraccio a tutti Voi dal Vostro autista Barnaba

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