Dumbo, preparati a volare

Confrontarsi con un capolavoro e finire scornati.
Scrivere del Dumbo disneyano diretto da Tim Burton a voler essere maligni non potrebbe sembrare più semplice. Da una parte uno dei grandi classici d’animazione di tutti i tempi, essenziale, poetico, datato e al contempo eterno; dall’altra il regista più visionario di Hollywood, che ha però perduto da tempo il sublime scintillio di Edward mani di forbicee Big Fish.
Burton rilegge a modo suo la vecchia sceneggiatura di Dick Huemer e Joe Grant e la trasforma in un live action che attualizza emarginazione e sfruttamento da showbiz con personaggi del tutto nuovi.
Holt Farrier (Colin Farrell) torna dalla Grande Guerra senza un braccio, senza una moglie e con due figli da crescere che quasi non lo riconoscono più. Era una star del Circo di mr. Medici (un grande Danny De Vito) ma questo ormai fa parte del passato: il presente è tetro e le speranze convergono sul nuovo arrivato della compagnia, un piccolo elefante che però a causa delle grandi orecchie appare più messaggero di sventura che di sogni di gloria. I suoi occhi sembrano parlare, il suo sguardo trapassa lo schermo: le magnificenze della CGIsi fanno qui portatrici di calore piuttosto che di freddezza ipertecnologica.
Con tanto bendidìo è davvero un peccato aver mancato del coraggio di sprigionare l’utopia immaginifica originaria con le sequenze mute.
Ugualmente, se appare potenzialmente geniale riscrivere la storia facendo in modo che l’esclusivo amore animale – continuamente minato – proceda parallelo al difficoltoso raccogliere i cocci umani, dispiace osservare come alla fine tanto tuonò che non piovve affatto. Tutto rimane appena accennato, sul pelo dell’acqua.
I bambini, che pure hanno il merito di portare alla luce le eccezionali capacità di Dumbo e sono la chiave del suo riscatto che potremmo dire sociale, sono più iconografici dell’effigie di Maradona a Napoli; i cattivi (il cattivissimo Vandevere di Michael Keaton) talmente macchiettistici che al confronto il tonante Dottor Zerodi Fantaman quasi incute timore, e l’acrobata francese interpretata da Eva Green sfodera il caleidoscopio di sfumature di una minestra ospedaliera.
Ne consegue una fiaba compromessa tra il surrogato delle atmosfere burtoniane che furono (l’alzarsi in volo del brutto anatroccolo elefantino emoziona e convince) e la necessità di sbancare il botteghino con un business plan che non contempli affatto la cifra del rischio.
Difficile fare arte con un calcolo ragionato.

Enrico Pietra