Le periferie

Per i francesi sono le “banlieue”, le zone periferiche di Parigi per antonomasia.
Quelle della seconda generazione di inurbati che ha fornito braccia, odio razziale, disperazione, diversità di concezioni religiose, e difficoltà di integrazione alla causa dei terroristi dell’Isis.

Per noi italiani sono le contraddizioni di Torre Maura, l’ostentata, e forse colpevole, tradizione per il nomadismo che ha fomentato una guerra fra poveri -se non poverissimi -.
Dove, non a caso, il simbolo dell’arroganza di chi è riuscito a stabilizzarsi sul gradino superiore, o alla ricerca del posizionamento, è stato il pane calpestato. Alimento umile – il pane dei poveri, il pane e acqua dei carcerati e dei nullatenenti, quello di cui si nutrono i meno abbienti, quello allegorico dello “spezzò il pane e lo condivise… e disse”.
Quelle periferie di cui, spesso, si blatera senza conoscerle. Senza averne cognizione. Vissute da chi non ci abita come argomento politico. Spesso per imbonirsi la piazza. Troppo spesso tema sconosciuto ma sempre utile come strumento di propaganda. Ad uso e consumo di chi gestisce o vuole gestire il potere prospettando, gattopardescamente, l’utilità che tutto cambi, consapevole che alla fine dei conti, nulla cambierà veramente.

Il problema vero è che le periferie sono vissute più come disturbo, che come argomento pregnante per impegnarsi in un salto in avanti. Coscienti che al di là degli slogan, tipo il veltroniano “I care”… mi sta a cuore, me ne occupo, traslata dalla frase scritta alle spalle della scrivania, nell’ufficio parrocchiale del reverendo King, pastore della piccola chiesa di Auburn Avenue di Atlanta, da cui è partito il movimento per i diritti civili, alla fine siamo un po’ tutti, politici e non, concentrati su noi stessi. Egoriferiti, nell’era in cui i social, anche in fatto di comunicazione politica, la fanno da padroni.

Dal generale al particolare.
E quindi dagli Stati Uniti, impegnati nella battaglia, combattuta e poi persa  con il Tycoon Trump per i diritti civili, sino a noi genovesi, nella periferia delle periferie.
Il caso di  Alessandro portato agli onori – o oneri?– della cronaca da Fivedabliu, che “cammina con l’aiuto di un deambulatore. Abita da solo, al settimo piano della Diga bianca, e quando gli ascensori non funzionano vive recluso per giorni nel suo appartamento, finché Arte non si decide a mandare i tecnici. Avrete già capito che siamo al Quartiere Diamante, dove tra un anno partirà il cantiere di demolizione delle Dighe”, ne costituisce una vicenda emblematica.
Poco tempo fa, il sindaco Marco Bucci, in un afflato propangadistico/politico di “I care”, cioè me ne occupo, ha promesso personalmente che si impegnerà in prima persona, prospettando la demolizione del quartiere, nato quaranta anni fa sotto la spinta dell’emergenza abitativa. La politica è la politica e, per il bene della collettività’, spesso, troppo spesso, pressato dall’emergenza del fare, magari per ingraziarsi giusto quella collettivita’ che delle periferie e dei loro abitanti conosce poco o niente, può perfino apparire scontato. Percio’ le storie dei singoli, e le scelte che ne deriveranno, a spese dei singoli, talvolta costituiscono il sacrificio necessario, ineluttabile per andare avanti. Per fregiarsi, nell’aridita’ delle statistiche, di un risultato raggiunto per incrementare la propaganda. Poco importa, in definitiva, se poi le vittime di questo sacrificio, a spese della collettività, sono i poveri, magari border line, perennemente in lotta con la loro indigenza e con gli altri poveri. Nell’umana  aspirazione di raggiungere e stabilizzarsi sul gradino superiore. Che poi altro non può essere che l’umana esigenza di avere una visione di un futuro con una prospettiva plausibile che non significhi ulteriore emarginazione e nuova disperazione.


Alessandro, disabile che vive recluso, colpevole della propria disabilità, al settimo piano della diga Bianca, nel quartiere dove tra un anno partirà il cantiere della demolizione, risulta il testimonial di tutte queste contraddizioni pronte ad esplodere.
Quell’ Alessandro che ha denunciato a Simona Tarzia le inadeguatezze di una burocrazia evidentemente ancora impreparata ai proclami di questa classe politica liquida, pronta a esternare prima di risolvere i problemi di coloro che di fatto risultano emarginati, probabilmente sacrificabili. Semplici casi umani che rappresenteranno poi le vittime della storia della collettività. Spiega Simona Tarzia su Fivedabliu parlando del caso di Alessandro e della demolizione delle Dighe “Qui, Regione e Comune, hanno previsto l’apertura di un centro di ascolto che, con tanto di assistenti sociali e psicologi, aiuti le 402 famiglie da ricollocare ad affrontare un percorso difficile, soprattutto per quei 192 nuclei composti da una sola persona, spesso ultrasettantacinquenne, o disabile. L’avvio del laboratorio di ascolto è annunciato per questo mese di aprile, al Paladiamante. Alessandro fa parte dei nuclei familiari con priorità di ricollocazione perché è disabile grave ma non sa come muoversi per chiedere il cambio di alloggio: purtroppo non ha nessuno che possa accompagnarlo per sbrigare tutte le pratiche. Pare, infatti, che anche il suo assistente sociale funzioni a intermittenza come gli ascensori. Alessandro ha diverse patologie e ultimamente si è aggravato. Deve fare la risonanza magnetica e una visita neurologica ma non riesce ad avere un’ambulanza che lo accompagni all’ospedale. Tra le richieste del medico e i timbri da mettere alla ASL, i viaggi burocratici da fare sono tanti e lui da solo proprio non ci riesce. Alessandro ci ha chiamati perché non ce la fa più a vivere così e vorrebbe trasferirsi presto, “magari nella zona di San Martino, visto che per le mie patologie sono seguito lì”. Anche andare in ospedale, per lui, è diventato un miraggio”.

L’assessore Pietro Piciocchi, 40 anni, avvocato specializzato nella difesa in giudizio e nella consulenza in favore delle pubbliche amministrazioni nel settore del diritto tributario ed amministrativo e professore a contratto di diritto pubblico presso l’Università Bocconi, che ha competenze adeguate con deleghe a Gestione del patrimonio comunale non abitativo – Indirizzo e controllo di SPIM Spa, SPIM politiche dell Ada e housing sociale, gestione del patrimonio abitativo comunale, indirizzi per la gestione e patrimonio abitativo comunale, indirizzi per la gestione del patrimonio ERP e rapporti con ARTE, relazione con enti e società di riqualificazione urbana con particolare riguardo alla funzione abitativa, ha promesso che si occuperà personalmente del caso. E non possiamo che rallegracene. Del resto lo stesso Piciocchi, proprio qualche giorno fa, era stato l’autore di un post sul suo profilo in cui, di fronte al caso di una donna con cinque figli a carico con la prospettiva di rimanere senza casa, aveva invitato la collettività a farsene carico. In qualche modo. Ma comunque con senso di cristiana solidarietà.


Quello che lascia perplessi è, invece, l’estemporaneità dei nostri amministratori nell’affrontare singoli casi. Facendo ricorso, di volta in volta, ad appelli o, come nella vicenda di Alessandro, a un impegno personale invece che istituzionale, di fronte ad una macchina che dimostra una volta di più di non essere in grado di affrontare le emergenze, o presunte tali, politiche. Frutto di un andazzo in cui i nostri amministratori cedono, una volta di più, al gusto degli appelli, personali e populistici, senza badare a come e quanto simili esternazioni finiranno per gravare dal punto di vista del funzionamento della macchina amministrativa o degli enti preposti. Come se il problema delle periferie, oltre ad essere un facile argomento di propaganda elettorale, in conclusione finisse per dimostrarsi un tema di evidente ed impossibile risoluzione, alimentando in definitiva l’urticante sensazione, ormai quasi certezza, che anche per questa amministrazione esistano cittadini di serie A e di serie B.

A controprova anche le recenti polemiche della commissione comunale in cui i comitati della Valpolcevera sono stati invitati come “auditi” per ritrovarsi tacciati da qualche inconsapevole consigliere comunale come gruppi strumentali in mano ai giochi dell’opposizione. Come si diceva, la ragione di molti, rispetto alle esigenze, magari di pochi, che finiscono per essere in qualche modo criminalizzati. Con una capacità di ascolto dei rappresentanti istituzionali che risulta a sua volta sacrificabile e il più delle volte sacrificata alle esigenze politiche della propaganda.
E, intanto le periferie – di cui improvviso una definizione :  Con questo termine si intende fare riferimento ai comuni che si trovano nelle adiacenze di una metropoli, caratterizzati da forti legami socio-economici con il centro di riferimento. Nella banlieue vi sono zone ricche e agiate e zone povere, con una bassa qualità della vita ed un’economia depressa – argomento principe – e dimenticato – per quanto riguarda una eventuale riconversione delle ultime elezioni amministrative continuano a rappresentare per i genovesi che vi abitano un argomento irrisolto.
Per il quale risulta di evidente difficolta’ anche impegnarsi per fornire qualche risposta plausibile.
Molto più conveniente dividere per cercare di esercitare una sorta di potere effimero basato sulla separazione dei genovesi.

Paolo De Totero