Bentornato Presidente

Noi le tasse non le paghiamo!! Urla in piazza il movimento NO TAX alla proposta del Presidente del Consiglio di pagare meno per pagare tutti. E ci mancherebbe altro, siamo italiani mica fessi. Passano sei anni da Benvenuto Presidente! e “Peppino” Garibaldi (Claudio Biso) torna sul luogo del misfatto, questa volta non più al Quirinale ma direttamente a Palazzo Chigi.
Bentornato Presidente è un sequel acido e forzato, che non manca però di intuizioni e note di merito.
Il nostro eroe, rivoluzionario controvoglia, ha abbandonato i fasti della ribalta istituzionale per fare vita di montagna assieme alla compagna Janis (non più Kasia Smutniak ma Sarah Felberbaum) e la figlioletta Guevara. Forze oscure da spy story minacciano però l’Italia dalle fondamenta: la bella Janis sarà richiamata alla segreteria del Quirinale e Peppino farà di tutto per riportarla a sé, anche cambiare (nuovamente) l’Italia. Come? A cazzo, naturalmente. Ci sono tre narrazioni che si avvoltolano in questa storia: dapprima una famiglia forzatamente felice, dappoi la trasposizione farsesca della scena politica (talmente grottesca da apparire reale e quindi più dolorosa che divertente) e infine l’apertura su scenari fanta-complottistici terribilmente plausibili. C’è tanta – forse troppa – carne al fuoco nelle mani dei due registi Giancarlo Fontanae Giuseppe Stasi. Il primo sigla anche il montaggio, frenetico, moderno, iperbolico: probabilmente l’aspetto migliore del film. Se in Benvenuto Presidente!trionfava la spontaneità dello stile classico della commedia all’italiana, con gag e battute spesso irresistibili, qui tutto sembra più freddo e calcolato. Si ride di meno e si mastica amaro nel contemplare le gesta (si fa per dire) di una serie di personaggi politici di pura fantasia che ricalcano però molto da vicino personalità e intrighi di palazzo: i vicepremier sembrano più reali di quelli veri, per non parlare degli esponenti di un’opposizione tanto insignificante da boicottarsi da sola. Trionfa quindi il ritmo e il flusso visivo, la messa in scena della storia più che la storia stessa. La ricetta alla fine è sempre quella: ridere e far riflettere, mascherando col paradosso tante piccole verità. Su tutte il particolarismo menefreghista degli italiani o le speculazioni turbocapitalistiche dello spread.
L’esito finale non è né particolarmente appassionante né dispiacente, schizofrenico ma stilisticamente furbo. E Bisio anche in questo bailamme gigioneggia sicuro.

Enrico Pietra