Pe Zena e Pe San Zorzo

Sono curioso di vedere domani, in piazza Matteotti, se saranno applausi… o fischi.
Di nuovo. Esattamente come accadde un anno fa. Se dopo l’abbuffata d’orgoglio di campanile suggellata dalla nomina di una nuova squadra di ambasciatori della città – dodici, come le uova di un paniere – arruolati per essere spediti per il mondo… in missione per conto di Dio – il sindaco Marco Bucci – Genova risponderà riconoscente, o meno, al suo nuovo Doge. Sempre il sindaco Marco Bucci. Se una volta rimesso di fronte ai genovesi che non contano, e nemmeno hanno ambizione di un effimero spicchio di notorietà, nostro anfitrione principe, quel Dio e vestale della genovesità risorta, ritrovata, riesumata, consunta e consumata, verrà elevato o giubilato. Se la piazza gli perdonerà quell’ambigua confusione fra antico e meno antico, fra sacro e profano. Quell’appiattimento di date che per ironia della sorte hanno una unica matrice, il nostro carattere di genovesi ostinatamente resilienti.

Per dirla con qualche slogan caro a mister Bucci, che dagli americani deve aver mediato anche quella predisposizione a ragionare per obiettivi da raggiungere e semplificazioni, rifiutando, come fosse la peste, la dialettica di un normale confronto politico, #GenovaMeravigliosa è città dall’indole complessa, più o meno come i suoi abitanti. Come spiegava il mio amico Giovanni Giaccone in un bell’articolo in cui filosofeggiava sulla torta di riso e sul “Milano suca”. Questione di commistioni, di dominazioni, anche di storia, di famiglie nobili e litigiose che aspiravano al potere. 

Tanta roba difficilmente riconducibile a una bandiera, il cui simbolo nell’antichità è stato usato ed abusato. Ma vabbè, in fondo se il Berlusconi degli ultimi manifesti elettorali, quelli dell’intimazione “aprite gli occhi” – che suonerebbe meglio come “a me gli occhi” di un qualunque ipnotizzatore o paragnosta – cavalca la sua storia personale in maniera personalissima, perché non concedere al nostro sindaco di fare altrettanto per quella della sua città?
Con tanto di festa, bande, cortei storici, ricchi premi e cotillons. Perché poi alla fine la politica spettacolo vince sempre e il ritorno in like, commenti entusiastici e divinizzanti e la pazienza di sottoporsi a selfie e selfie, come una rockstar qualunque, vincono sempre.
Poi ci sarà la piazza, domani. Intanto ci siamo portati avanti. Avanti nella sfida. Come i 180 minuti di Champions. Dove i conti si fanno sempre alla fine, ma il primo risultato può pesantemente condizionare gli avversari.

Comunque ne abbiamo ricavato un motto nuovo, materia di studio in cui mastro Bucci, o il suo staff di comunicatori e adepti senza macchia e senza paura, sembrerebbero essersi specializzati. Da #Genova Meravigliosa a quell’appello alla coesione nella prima volta di Tursi che non parrebbe aver sortito alcun effetto. Anche perché per essere coesi occorre sempre essere almeno in due. A mettersi d’accordo. Perché altrimenti non è coesione, è arroganza. Dal “Femmo torna Zena Superba”, che si è fatto stampigliare perfino sulla cravatta sotto al vessillo bianco di rosso crociato – quello della città e non quello della Dc – a quello, l’ultimo lanciato ieri “Pe  Zena e Pe San Zorzo”. Passando per “Siamo feriti ma non in ginocchio” poche ore dopo la tragedia del Morandi, al surreale “Sono il sindaco veda un po’ lei” con cui ha risposto ad una giornalista che, in piazza De Ferrari, lo aveva preso per uno qualunque e gli aveva rivolto una domanda informandosi se fosse di Genova o meno. Puntualizzazione che dopo essere arrivata in rete è diventata un vero e proprio tormentone. Insieme a quell’ imperioso “Next question please”, una sorta di avanti il prossimo, con il quale marchia di volta in volta i giornalisti fuori tema o peggio “rompicoglioni”. 

Sino alle prime assicurazioni da sindaco/commissario, o viceversa commissario/sindaco: “Quel che resta di ponte Morandi sarà abbattuto prima di Natale”, o, peggio, quella del 7 dicembre del 2018 “La ricostruzione di ponte Morandi partirà già dal 31 marzo”.
Vabbe’ come dicevano i nostri padri “Nemo propheta in patria”. Anche se poi, Lui, a contraddirlo è uno che si arrabbia per davvero. Vedi l’epiteto “u scindecu cu cria” creato dalla bella penna di Franco Manzitti, dopo una sua epica richiesta di maggior impegno ai suoi comunali. O, peggio, l’allontanamento di Elisa Serafini, assessore al Marketing Territoriale, Cultura e Politiche Giovanili, messa, in quattro e quattro otto, nelle condizioni di non nuocere più, nonostante fosse una delle predilette di Giovanni Toti e reputata una delle poche menti elette del gruppo di arancioni che aveva affiancato e sostenuto Bucci in campagna elettorale. E, comunque, prima della tragedia del 14 agosto, a incrinare un po’ i rapporti c’era stato quello scivolo che non scivolava, oltre alla vicenda di Villa Croce, museo d’arte moderna chiuso, riaperto e poi richiuso. Definitivamente. Come dire che non sempre la voglia di fare paga, se sconfina nell’improvvisazione.

Insomma, domani per Bucci sarà un po’ come l’esame di maturità. Se dovessero fischiarlo per la seconda volta visto che lui, dopo il successo della giornata della bandiera parrebbe aspirare alla definitiva consacrazione come doge e principe di Genova, potrebbe essere un colpo al suo proverbiale equilibrio, sempre che accada e che in tal caso non si sconfini nella rabbia. Stavolta come oratore ufficiale ci sarà il presidente emerito della Corte Costituzionale, Giovanni Maria Flick. L’anno scorso Massimo Bisca, in rappresentanza dell’Anpi, fu bravo e leale a prendere la parola e a stigmatizzare chi aveva osato fischiare il sindaco di Genova. Anche se tutte le polemiche striscianti sul presunto anti/antifascismo del Bucci, che non prende le distanze da un consigliere presentatosi con fascia tricolore alla commemorazione dei caduti della X Mas e poi stenta a pronunciare la parola resistenza e formalmente parla della medaglia d’oro al valor militare assegnata alla città per la guerra di liberazione come se si trattasse di quella assegnata da Vittorio Emanuele al generale Alfonso La Marmora dopo il Sacco di Genova di 170 anni fa, lascia un po’ di sospetti sull’anti – una volta sola -. Eppure uno come lui che aspira alla conoscenza della storia della sua città dovrebbe avere tutto chiarissimo. A meno che non si inchini, anche il nostro Doge, che esterna di non sopportare le strumentalizzazioni, a qualche pretestuosa ragione. Più divisiva che inclusiva.

E comunque rivendicando un qualche ideale libertario sulla libertà di opinione, vorrei terminare con qualche verso che mi metta al riparo, nel di’ della vigilia, dai commenti e dalle accuse rancorose dei soliti ultras da tastiera. Il mio vuole essere un contributo, oltreché un personale esempio di resilienza. Quindi Jacques Prevert: 

“Mio malgrado 
Assunto mio malgrado nella fabbrica delle idee
mi sono rifiutato di timbrare il cartellino
Mobilitato altresì nell’esercito delle idee
ho disertato
Non ho mai capito granché
Non c’è mai granché
né piccolo che
C’è altro.
Altro
vuol dire che amo chi mi piace
e ciò che faccio”.

E buona cerimonia della Liberazione a tutti.
Giona