Il dito e la luna, ovvero la parabola di Padre Pio

Come al solito nel paese, anzi nella repubblica democratica fondata sul lavoro in cui la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, tutto è bene ciò che finisce bene. E, l’ultimo chiuda la porta.

Padre Pio

E mi riferisco alla madre di tutte le polemiche, quella sul Salone del libro che si è inaugurato ieri a Torino, al Lingotto.
Querelle tutta italiana, perché, non a caso, racchiude nel bene e nel male l’essenza della nostra storia e del nostro popolo. Per antonomasia confuso e confusionario, vittimistico e opportunista al tempo stesso, artistico nel trasformare l’espediente in ragione di vita, contraddittorio nel cavalcare le contraddizioni altrui, fideista nel sostenere a bella posta, e talvolta ben oltre il limite della ragionevolezza, le proprie. E qualcuno, a torto o ragione, sui social o per mera esternazione dialettica, inizia a gettare li’ il dubbio che sempre di Repubblica si tratti. Ma ahimè delle banane.

E il Salone del libro, data d’inizio il 9 maggio che per ironia del destino coincide con il ritrovamento del corpo di Aldo Moro nella R4 rossa, ferita della democrazia e complotto nel complotto, dopo fiumi di parole ha avuto la sua rituale inaugurazione. Dopo giorni in cui se ne è parlato in lungo e in largo con pistolotti vari sulla censura, sul fascismo e sull’antifascismo, su editori più o meno di destra.
Con piogge di distinguo, tra liste di proscrizione, accuse di razzismo e controaccuse di sconfinamenti nel politically/correttismo, buonismo e radicalismo chic. In un crescendo e una successiva implosione di cui fra qualche giorno presumo che tutti si saranno scordati. Fra defezioni vere o soltanto annunciate, prese di distanza nel contempo dai censurati e dalla censura, distinguo sottili quando carta velina. Infine, a mettere tutti d’accordo l’intervento, fra tante, troppe parole – addirittura in libertà – finalmente, della politica. Grande assente sino a quel momento. A mettere i bastoni fra le ruote ad un editore non solo con amicizie inquietanti, almeno stando alle disposizioni transitorie della nostra costituzione della Repubblica delle banane, ma in passato ripreso e fotografato fieramente con il bastone in mano.

Francesco Polacchi
Francesco Polacchi

E recentissimamente inguaiatosi in alcune dichiarazioni che hanno fatto scattare l’inchiesta della procura di Torino per apologia di fascismo. Scrive il Corriere.it “La Procura di Torino ha aperto mercoledì mattina un’inchiesta contro Francesco Polacchi, fondatore della casa editrice Altaforte vicina a CasaPound e al centro delle polemiche per la sua partecipazione al Salone del Libro in cui presenterà un libro intervista sul vice premier Matteo Salvini. Il fascicolo è aperto per apologia di fascismo e Polacchi è stato iscritto sul registro degli indagati. L’inchiesta è partita dopo che il fondatore di Altaforte ha rilasciato alcune interviste in cui ha detto: «Sono fascista e Mussolini è un grande statista italiano». In un’altra occasione ha aggiunto: «L’antifascismo è il male di questo Paese». Questa mattina il Comune e la Regione hanno depositato un esposto in Procura contro Polacchi per le sue esternazioni”.

Insomma la vicenda nel giro di qualche ora e a un giorno dall’inaugurazione dell’evento ha avuto un’opportuna accelerazione. Forti di questo primo passo della politica, vedasi l’esposto presentato dal sindaco di Torino Chiara Appendino e dal presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino, gli organizzatori hanno deciso di superare d’un balzo gli accordi commerciali che sembravano essere inderogabili e di escludere la casa editrice di Polacchi dalla manifestazione. Poco male per Altaforte, la casa editrice dell’ultimo libro su Matteo Salvini, che poco parrebbe avere da spartire con i temi di un salone del libro con titolo “Il gioco del mondo”, e più nel dettaglio sul futuro del vecchio continente, sui rapporti fra musulmani, ebrei e cristiani, sull’importanza della memoria e i calpestati ed emarginati di oggi, sulla difesa della dignità per tutti gli esseri umani, sul presente e sul futuro di parità fra uomini e donne. Comunque le parole della Appendino non lasciano spazio a dubbi: “La politica non può decidere di escludere qualcuno che regolarmente ha firmato un contratto e che oggi sostanzialmente è a tutti gli effetti soggetto che può partecipare, però la politica può fare un esposto per rimarcare che questi valori non appartengono alla città, che è antifascista, non appartengono alla comunità e al Salone del libro. La magistratura, che è il soggetto terzo che dovrà valutare, ci dirà se è effettivamente apologia di fascismo. Dal nostro punto di vista lo è, ma non tocca a noi decidere».

Sergio Chiamparino
Sergio Chiamparino

Sulla stessa linea il Presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino: «Il Salone del Libro è sempre stato un libero spazio di discussione e di confronto tra tesi diverse, anche opposte. Ma le dichiarazioni fasciste del signor Polacchi sono la goccia che fa traboccare il vaso: è ora di dire basta, con gli strumenti dello stato di diritto, a questo proliferare di manifestazioni antidemocratiche».

Epperò lo stesso Chiamparino, da politico, offre finalmente uno spiraglio di lucidita’ indicando nel  ministro dell’Interno il primo responsabile di tutto questo, riferendosi precisamente al vero colpevole: “È indecente. Nei comportamenti e nei fatti sta picconando lo Stato di diritto”. Insomma il senso preciso di tutta questa polemica sta per intero nel proverbio noto ed abusato “Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito”. Proverbio con il quale Mattia Feltri si era misurato già cinque anni fa su “La Stampa”: C’è un proverbio che ogni politico ha detto almeno una volta nella vita: “ «Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito». Lo si sente tutti i giorni, da Matteo Renzi, Antonio Di Pietro, Maurizio Gasparri, Federica Mogherini… «Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito». Che poi quello che guarda il dito sarà anche stolto, ma anche l’altro che sta sempre lì a indicare la luna non pare proprio un genio”.
E mi tocca dissentire perché nello specifico trovo che la luna a cui fare riferimento non è tanto la presenza della casa Altaforte al Salone del Libro di Torino, quello al massimo è il dito. La luna, dicevo, è costituita dal fatto che il ministro dell’interno, e vicepremier, abbia scelto come editore di un libro in cui si parla di lui un personaggio come Polacchi. Un professionista collocato politicamente su cui con qualche senso istituzionale, e a maggior ragione come ministro degli interni, sarebbe bastato prendere qualche informazione in più per sfuggire a tutta questa polemica.

Intanto Salvini è riuscito a litigare con Lilli Gruber dopo aver minimizzato a “8 e mezzo” su La7, la vicenda del salone di Torino: “Non si possono passare 10 minuti a parlare del fascismo che non c’è e del libro del Salone di Torino, quando le emergenze nazionali sono le tasse e la droga“. E poi si è preso la sua rivincita sul palco di Ascoli Piceno, durante il tour della sua campagna elettorale. Insomma, per il vicepremier a trazione leghista, tutti coloro che lo invitano ad una maggior cautela istituzionale sarebbero comunisti con il Rolex. E può persino succedere.

Cesare Campart
Cesare Campart

E comunque mi piace raccontare – tanto per provare a far notare quanto la politica della prima repubblica era diversa sotto questo aspetto – della nottata dell’aprile del 1985, occasione in cui Cesare Campart, farmacista ed esponente del PRI, venne eletto sindaco di una coalizione di pentapartito dopo ben diciassette votazioni. A dire il vero aveva raggiunto il quorum già alla quinta tornata solo che dopo essersi accorto di aver imbarcato anche 4 voti dei consiglieri comunali missini aveva chiesto la parola e rifiutato quella nomina. E Campart si era giustificato in questo modo “Mio padre non è mai stato iscritto al partito nazionale fascista. Era un perseguitato politico durante il ventennio. Non fu trattato malissimo perchè era mutilato di una gamba. Io ho fatto il partigiano durante la Resistenza. Ho due figlie: una ha sposato un fervente comunista, l’ altra sta nell’ area del Manifesto. Nè la mia storia nè la mia cultura mi consentono di accettare i voti missini. Non posso tradire la mia tradizione personale e familiare”. 

E forse, a questo punto, nel mondo dei social ha persino ragione Salvini a esternare che non si possono passare 10 minuti a parlare del fascismo, visto che per lui non esiste. Per poi, magari, maledire quel gruppo di facinorosi che nel tentativo di sobillare e indirizzare la disperazione degli abitanti di Casal Bruciato, alla periferia di Roma, ha minacciato con cori da stadio, “stupri e roghi” contro alla rom e al figlioletto che si apprestavano ad occupare l’appartamento che era loro stato assegnato. Riportando d’attualità il problema del legame di CasaPound con l’apologia del ventennio.

Noto, pero’, soltanto con un po’ di sollievo personale che nonostante la presenza di militanti di CasaPound, anche in alcune realtà periferiche della nostra città, a Genova non è arrivati alle contrapposizioni delle borgate romane. Da Torre Maura a Casal  Bruciato.

Non a caso il popfilosofo Simone Regazzoni dopo l’episodio di intolleranza di Casal Bruciato avvertiva: “Se c’è un’urgenza politica è qui. È qui che ci giochiamo la tenuta del sistema democratico”. Un post da collegare a quello precedente sul Salone del Libro di Torino in cui si era schierato apertamente per la libertà di espressione anche della casa editrice del signor Polacchi.

È appena il caso di ricordare che proprio Regazzoni già tre anni fa all’inizio della personale campagna elettorale indicava come i due problemi di cui avrebbe dovuto occuparsi la sinistra fossero quello delle periferie e della sicurezza. Ovviamente fu tacciato di essere di destra, giocando su quella famosa partecipazione come autore del libro di cui si intendeva parlare libro “Sfortunato il paese che non ha eroi: etica dell’eroismo” all’incontro organizzato sette anni fa da CasaPound. E si è portato sulle spalle questa sorta di marchio infamante durante la campagna elettorale delle regionali, quando si ritrovò nei panni di spin doctor della candidata della sinistra Raffaella Paita e in seguito quando aspirava a candidarsi alle primarie del Pd come candidato sindaco nel 2017. Poi, pero’, sempre parlando del dito scopri che il nuovo libro di Salvini è regolarmente in vendita da Feltrinelli. Insomma questione di business. La luna o il dito? Fate un po’ voi.

Matteo Salvini a Pietrelcina
Matteo Salvini a Pietrelcina

Comunque, tornando alla luna, a margine di tutta questa vicenda, nemmeno Padre Pio, di cui tanto Salvini quanto il suo capo Giuseppe Conte sono ferventi fedeli, da lassù se la deve essere sentita di proteggere l’esponente della Lega.
Anche se, a rigor di post e di foto, la sua fede, quella del vicepremier, è culminata qualche giorno fa nella visita di Matteo alla cameretta di Padre Pio a Pietralcina. Visita debitamente fotografata e poi postata a tempo di record sui social che gli fanno propaganda. Con tanto di dichiarazioni: “È un omaggio a un grande uomo che ho studiato e apprezzo molto, nel mio piccolo gli chiedo ogni giorno un aiuto e un consiglio visto che col lavoro che faccio ne ho bisogno”. Preci che, nel caso in questione, non sembrerebbero essere servite a molto. Anzi avrebbero perfino finito per metterlo in difficoltà con chi almeno un po’ diffida delle conversioni sulla via di Damasco. Comunque santi protettori condivisi. Tanto più che anche nel portafoglio del premier Giuseppe Conte c’è sempre un’immagine di Padre Pio. Lo aveva confessato il premier stesso a Porta a Porta, intervistato da Bruno Vespa. Era il 19 settembre 2018, a poco più di tre mesi dall’avvio del governo M5S-Lega (e a 50 anni dalla morte del santo e a 100 dalla comparsa delle stimmate). “Tutta la mia famiglia era molto devota a Padre Pio” aveva detto il presidente del Consiglio, “mi ha insegnato l’umiltà, un uomo di preghiera e di sofferenza. Un uomo umile che stava vicino alle persone ed era molto disponibile”. A quel tempo Salvini, evidentemente non ancora folgorato, si era fatto fotografare in più occasioni con rosario e Vangelo in mano, mentre l’altro vicepremier Luigi Di Maio, ben prima della formazione del Governo, aveva baciato pubblicamente a Napoli la teca con le reliquie di San Gennaro.
Anche in quel caso Fede mal riposta è mai corrisposta, perché, comunque, le tensioni politiche all’interno dell’esecutivo M5S-Lega dovevano ancora esplodere.

Filippo Facci
Filippo Facci

Sulle conversioni sulla via di Damasco Filippo Facci su Libero dell’8 maggio è a dir poco caustico “Ora: io scrivo a titolo personale e non mi permetto di eccepire circa la fede di nessuno (tantomeno dei lettori) non escludendo peraltro che il ricorso salviniano a Padre Pio sia legato alla situazione del Milan. Io non faccio testo, ma altri sì. E ci sono temi che sono molto più divisivi di quanto Salvini forse immagina: non la fede in un paese che resta cattolico, per carità, ma l’ammiccamento a certa superstizione misticheggiante che ancora ci schiaccia nel Sud del Mondo e ai margini dell’Occidente. Padre Pio non è il Papa. Non è una banale professione di fede. Padre Pio è quella cosa per cui le troupe estere, ancor oggi, ci immortalano e ci riconsegnano a rassicuranti contorni macchiettistici, come quando, tre anni fa, in migliaia si agitarono attorno a una mummia siliconata che viaggiò dalla Puglia a Roma con tanto di scorta armata: una versione 2.0 della credulità popolare ammantata di fanatismo nei confronti di un sacerdote, ricordiamo, che la Chiesa definì impostore e poi, da morto, trasformò a tempo record in beato e in santo – a furor di invasati – e soprattutto in businnes miliardario”. Già il business, al di la di ogni fede come per il libro di Salvini, l’ultimo, edito da una casa di estrema destra in odor di fascismo che esce dal portone del Salone del Libro e rientra attraverso la finestra della Feltrinelli. Diretta, o anche, non sia mai, indiretta.

Con finale che sa tanto di Golgota  per il vicepremier: “Attenzione insomma, perché Padre Pio, per un aspetto, è come Salvini: è divisivo, e anche molti cattolici – spesso nordici – potrebbero avere in uggia certi ammiccamenti a certa industria delle anime che tanto assomiglia a un’immensa ed epocale circonvenzione d’incapaci. Dopodiché va bene, capisco, la classifica, la Champions: per il Milan questo e altro”.

Già la Champions con finale tutta inglese. Vuoi vedere che tifare Brexit, da sovranisti, alla fine fine potrebbe perfino dare i suoi frutti. Attendiamo prossime foto e post similari con l’argentino Mauricio Pochettino e il tedesco Jurgen Klopp. Coach entrambi bianchi.

Con le squadre no, che non si sa mai: troppi atleti di colore. E… mai deludere CasaPound.

Giona

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