“Il Traditore”

Marco Bellocchio torna sul grande schermo con un prodotto di altissima fattura cinematografica oltre che politica e storica. Chi scrive rimase incantato da quel Buongiorno, notte che raccontava il rapimento Aldo Moro con la trovata però onirica e sublime di immaginare una realtà parallela in cui il presidente fugge infine al suo destino con la benedizione di Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd. Il Traditore principia la sua narrazione appena due anni dopo, nel 1980, alla festa palermitana di Santa Rosalia: baci e abbracci tra mammasantissima poco prima dell’inizio di una faida belluina e sanguinosa tra palermitani e corleonesi. Tommaso Buscetta, il boss dei due mondi, autodefinitosi un soldato semplice, annusa il vento e fugge in Brasile per dedicarsi alla famiglia e ai suoi traffici di droga, ma una volta catturato ed estradato in Italia decide di collaborare con la giustizia e svuotare il sacco. Non è lui il pentito, il traditore, l’infame, ma coloro i quali sono venuti via via meno a quel codice d’onore su cui poggiava la vecchia Cosa Nostra. È un Bellocchio qui molto meno visionario e maggiormente legato al taglio documentaristico della vicenda, il confronto Stato-Mafia, il compromettersi delle istituzioni italiane. Il nucleo è evidentemente il maxiprocesso di Palermo, con un Pierfrancesco Favino monstre nei panni del protagonista, mimetico, immerso nella parte, vivificato dagli stessi aneliti esistenziali. Ma la storia è avviluppata e complessa, la carrellata di nomi e corrispondenti facce spiazza, traumatizza lo spettatore se non addentro alla vicenda. Buscetta fa e scambia accuse, accoglie minacce. Attorno a lui 475 imputati e la parte peggiore dell’ultimo ventennio italiano del Novecento. Tra menzogne e promesse di morte si instaura un legame di rispetto e fiducia reciproca con il giudice Falcone (Fausto Russo Alesi), anch’egli in bilico sulla vita, conscio dell’imminenza della morte (collocare la cinepresa all’interno dell’auto il giorno della strage di Capaci è agghiacciante e formidabile). Stratosferico anche Luigi Lo Cascio nei panni di Salvatore Contorno, altro grande pentito. Buscetta morirà come desiderato nel suo letto, non prima di aver trascinato in aula Andreotti (e quindi lo Stato) con l’accusa di essere il mandante degli omicidi Dalla Chiesa e Pecorelli. Il siciliano, lingua dei protagonisti, realismo per realismo implica spesso sottotitoli esplicativi. Tredici minuti di applausi sulla Croisette di Cannes non sono per tutti.

Enrico Pietra

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