Non c’è jacket che tenga

Pochi giorni fa citavo Edmond Rostand e il suo Cyrano, mentre si disputava di moda, eleganza e stile, divisi fra allure e bon ton. Francesismi dove il bon ton e’ l’espressione utilizzata per indicare modi e comportamenti educati, ovvero maniere, conformi a quelle condivise da determinati ambienti sociali. E l’allure risulta di più ostica definizione.  Mi piace proporvi questa, riferita alle persone dotate di allure:  “La loro capacità di ‘indossare’ con ironia i segni del tempo e della vita, la disinvoltura con cui hanno saputo scendere a compromessi con i loro difetti, l’abilità con cui hanno saputo trasformarli in punti di forza, conferiscono a queste persone tratti di un’unicità magnetica. Appaiono irraggiungibili eppure continuiamo a percepirle come affini nella loro umanità imperfetta e rassicurante. Questo è allure; un afflato divino, l’anello di congiunzione tra corpo e spirito”.

E per sottolineare la differenza citavo proprio il Cyrano, nella scena in cui si prepara al celeberrimo duello, quello che si conclude con “Alfin della licenza io tocco”. Scena in cui risponde al visconte tutto imbellettato che accompagna De Guiche e che soccomberà nella sfida 

Il visconte lo apostrofa: “Vè, parla con me in modi sì arroganti

Uno zotico ch’esce persino senza guanti!” 

E il De Bergerac risponde “Non ha alamari, o nastri, e nemmeno galloni!

Io le porto di dentro tutte le mie distinzioni!

Io non mi attillo no come uno sfarfallino

Ma sono assai più netto pur se meno carino,

Chè io non uscirei, anche per negligenza,

Con la minima macchia sul cor, sulla coscienza,

Con la testa non alta, o con l’onor gualcito

O con un qualche scrupolo non troppo ben pulito.

Io vò senza che nulla in me non splenda, senza

Ombra; e sono mio pennacchio franchezza e indipendenza 

Tengo la schiena dritta e prestante il mio petto

E l’anima raddrizzo come in un corsaletto

Piuttosto che con nastri coi bei fatti m’allaccio 

Aguzzando il mio spirito come una spada io faccio 

Contro le ipocrisie dei falsi e dei birboni

Sonar la verità siccome degli sproni.

Non ho guanti. E ti par questo un guaio?

Me ne restava un solo d’un vecchissimo paio

Ma anche questo m’era un po’ troppo importuno,

Tant’è che lo lasciai sulla faccia a qualcuno”.

E quella vecchia concione mi è ritornata in mente leggendo qualche giorno fa la notizia della svolta “gentleman” ma anche “gentlewoman” in consiglio comunale. Frutto, se si arrivasse ad una votazione favorevole, di una proposta di modifica del regolamento del consiglio comunale presentata all’unisono dalla maggioranza di centrodestrada e nello specifico da Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Vince Genova, Noi con L’Italia.

Il tutto, probabilmente, a precisare meglio due enunciati del regolamento che obbligherebbero consiglieri e consigliere “a presentarsi in abbigliamento consono alla dignità del mandato ricevuto”, e “che non possa urtare sensibilita’ o possa apparire osceno”. E entrare nel dettaglio con l’integrazione della proposta. Imponendo agli uomini di indossare la giacca e a suggerire anche l’uso della cravatta.

Al tempo dei tempi, quando a presiedere l’assemblea era l’indimenticato è ormai scomparso sindaco della maggioranza di centrosinistra Fulvio Cerofolini ricordo una seduta passata alla storia in cui il consigliere radicale Andrea Tosa, deceduto quasi due anni fa, reo di non indossare la giacca e presentatosi in aula in maniche di camicia venne trascinato fuori dalla sala rossa a braccia dai vigili. In quel caso Cerofolini non aveva avuto bisogno dei dettagli che il consiglio comunale si appresta a discutere. Gli erano bastati i due enunciati sulla dignità della “divisa” per fa intervenire i vigili a trascinare fuori un recalcitrante Tosa. Ragioni e interpretazioni del regolamento ancora oggi in vigore. E nessuno, tranne il diretto interessato, si era peritato di mettere in discussione la decisione dell’allora primo cittadino che, coerentemente, presiedeva ai lavori dell’assemblea comunque e sempre in giacca e cravatta. Eppero’, evidentemente, i tempi cambiano, visto che si racconta di consiglieri a palazzo Tursi per partecipare alle commissioni in bermuda e infradito. Ammoniva, sempre al tempo dei tempi Decimo Giunio Giovenale, poeta e retore romano, appena qualche anno dopo Cristo “Raramente la gente discerne l’eloquenza sotto un mantello logoro”.
Cui per coerenza opporrei un proverbio “il mantello copre il brutto e il bello”. Al quale aggiungerei, sempre sullo stesso tema, l’aforisma di Robert Anson Heinlein, scrittore di fantascienza statunitense, tra i più influenti del suo tempo, morto “Io non vedo come un capo di abbigliamento possa essere indecente. Una persona, sì”.

Insomma, prima o poi dopo la commissione si arriverà al dibattito in aula. Nonostante l’opposizione minacci di svolgere il suo ruolo a contrastare la proposta indirizzando la discussione sulla sempiterna diatriba fra forma e sostanza, ed eludendola in qualche modo, rilanciando la questione più sostanziosa della democrazia interna all’assemblea, con un’altra recente proposta della maggioranza che prevede la possibilità di attribuire al presidente del consiglio la facoltà di far votare insieme più ordini del giorno o emendamenti sui cui la giunta si sarebbe espressa in modo univoco, e qualora una consigliere non fosse  d’accordo la decisione verrebbe rimessa alla conferenza dei capigruppo. In pieno stile manageriale.

E comunque, per quanto riguarda l’abbigliamento, qualcuno osserverebbe: “tutta fuffa”, cavalcando, una volta, di più la polemica sulla efficacia della comunicazione. Fattore in cui questa giunta sembrerebbe aver puntato forte.

Sempre riguardo alla forma e al protocollo, ormai dimenticati, vorrei ricordare il recente episodio della stretta di mano del Presidente americano Donald Tycoon Trump  alla regina d’Inghilterra nel corso della sua visita a Londra che ha fatto storcere il naso a molti. Evidentemente la ragionevolezza e le ragioni di opportunità a cui la vecchia politica in passato ha sempre fatto riferimento non esistono più. Poi c’è la forma e quel gusto per sbeffeggiarla, magari in maniera postmoderna. Con percezioni al limite del cartellino rosso. Magari con il toast addentato nel corso della seduta di fronte a tutti, mentre i colleghi parlano delle delibere. O con il sacchetto con le cibarie posato in bella mostra sullo scranno della sala rossa. Pronti per rifocillarsi. Mentre gli altri dibattono. Questioni di stile, magari in lotta con il bon ton della giacca e cravatta.

Comunque due esempi per tutti, riferiti a politici che abitualmente sfoggiano giacca e cravatta e poi magari incorrono nel peccato mortale di alternarli in occasioni ufficiali con le divise di qualche corpo dello stato, o sventolano crocifissi e rosari. Abbigliati, a piacere anche con giacca d’ordinanza o a seconda dell’estro con felpe o t-Shirt con tanto di slogan.
Oppure – è l’altro caso – lasciata nell’armadietto la giacca e la cravatta di ordinanza, solitamente indossati impeccabilmente in sala rossa, si ritrovano nel buio della notte nell’azzardo di scavalcare il recinto di un canile e filmarsi.

“Fuffa” oppure no, come dare torto a quello scrittore statunitense di fantascienza che gia’ una quarantina di anni fa aveva capito bene il senso del problema ? Con tanto di contrapposizione fra l’allure e il bon ton.

E intendo ripeterlo prima di concludere. Diceva “Io non vedo come un capo di abbigliamento possa essere indecente. Una persona, sì”.

Giona