American Animals

È difficile recensire il film dell’anno, perché provi un po’ di (comprensibile) imbarazzo. Poi si sa, i gusti sono gusti e non si discutono. The Mule di Clint Eastwood ad esempio è stato una deflagrazione di bellezza, un’epitome di poesia cinematografica. Tuttavia, questo American Animals entra e ti scudiscia le viscere senza riguardo alcuno, con quel fare lascivo e prepotente che solo un grandissimo film può permettersi. Storia vera (e non ispirata): storia di un furto ad alcune opere librarie site nella biblioteca della Transylvania University di Lexington, in Kentucky. Un crimine perpetrato nel 2004, non da una vera e propria banda del buco, ma da quattro studenti universitari bene del tutto incensurati. Heist movie in piena regola dunque? No signori, ben di più. Bart Layton, regista e sceneggiatore, è anzitutto un documentarista: la diegesi non a caso qui è spalmata sul doppio piano della ricostruzione cinematografica e del taglio cronachistico. I veri protagonisti del colpo guardano i loro stessi di celluloide, in un continuo scambio di finzione e ricordo, nel tentativo gli uni di sondare l’anima degli altri. Il punto focale non è se riusciranno nell’impresa di trafugare il The Birds of America di John James Audubon, libro ottocentesco che sciorina illustrazioni a grandezza naturale di uccelli nordamericani e che ha fama di essere il più costoso al mondo. La questione è perché farlo, perché quattro ragazzi di buona famiglia con appresso un futuro ontologicamente roseo dovrebbero rischiare di rovinarsi? Per i soldi certo. Ma forse perché figli di un sistema che nel nome dell’opulenza ha annacquato genio e propensione a scoscendere, lo scegliere l’incerto per il certo. Non v’è spazio per sogni davvero grandi, per fantasie a rotta di collo e l’unico modo di oltrepassare la linea di demarcazione è compiere un atto che il sistema condanni e non preveda, il paradosso di farsi male per sentirsi vivi, figli delle proprie scelte e non dei desiderata di qualcun altro. Ci vuole un incosciente egoismo e una follia assai perniciosa per varcare quella soglia: una volta posto il passo non v’è ritorno. Layton indaga e destruttura la verità, i protagonisti reali vivisezionano la messinscena coi loro sguardi, le voci, portatori di una memoria che si fa soggettiva e viscosa. Non vi sono certezze, se non che finirà male, assai meno eroicamente di quanto anelato. Sarà un requiem per perdenti e un’elegia di sognatori. Malati. Ma questo film è un viaggio ineluttabile.

Enrico Pietra

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