Ustica: The Missing Paper

Basta il nome per scoperchiare la pentola di Papin, risvegliare demonio e peggiori pensieri. L’ultimo atto è del 2017, giusto due anni fa: la Corte d’Appello di Palermo conferma che il DC9 dell’Itavia fu abbattuto da un missile, nel contesto di un vero e proprio scenario di guerra internazionale, e condanna lo Stato italiano a risarcire i familiari delle vittime con un bel gruzzoletto per tutti i depistaggi successivi. Renzo Martinelli, aduso ai temi scomodi, col suo Ustica: The Missing Paper del 2016, rinfocola il caso e porta sul grande schermo la (sua) nuova verità. Tuttavia, la commistione tra elementi puramente inventati, quando non forzati, con la realtà delle carte processuali finisce alla fine per avvoltolare lo scenario in un magma da cui è difficile uscire. Il film, che pur si avvale della consulenza di ingegneri aeronautici e di tre anni di studio accurato di perizie e documentazione, venne bocciato anche dalla Rai, secondo il regista “per non dispiacere gli amici americani”. Ma allora perché Giuliana Superchi, la bambina tra i simboli della tragedia, diventa figlia di una giornalista che la mette in volo per non farle incontrare il padre malavitoso? Perché al Mig-23 libico che nel film decolla dalla Jugoslavia (base di Banja Luka) e trasvolando l’Adriatico sfrutterebbe l’ombra radar del DC9 per raggiungere la terra del colonnello Gheddafi, viene fatta percorrere una tratta che non trova conferme nell’inchiesta e supererebbe la sua autonomia in volo? Perché infine inventarsi di sana pianta la presenza della parte anteriore della fusoliera di un caccia americano tra gli oggetti recuperati in mare nei pressi del DC9 o un fantomatico testamento con tanto di richiesta di perdono ad Allah? Alla fine per Martinelli fu una manovra errata di uno degli F-5 lanciati all’inseguimento del Mig a cagionare l’impatto e produrre la strage. Come che siano andate le cose, del film colpisce l’attenzione data alla grande manipolazione mediatica che accompagnò il dipanarsi della vicenda, nonché alcuni ipotetici dialoghi nella stanza dei bottoni (con tanto di soverchia incazzatura dei famigliari di Enzo Fragalà per le scottanti parole imboccategli). Peccato che cinematograficamente l’opera non si avvicini nemmeno di striscio a quel Muro di Gomma di Marco Risi che pure uscì appena undici anni dopo la tragedia: recitazione spesso superficiale, dialoghi inadeguati, personaggi appena abbozzati. Prima di tutto la denuncia? Va bene, ma anche la forma ha il suo peso.

Enrico Pietra