Toy Story 4

Sono passati nove anni dall’ultimo Toy Story, quel terzo capitolo permeato di malinconia e pathos che poneva concettualmente la parola fine al franchise firmato Pixar/Disney, di cui il primo episodio ha rappresentato un capolavoro d’animazione senza tempo, un caleidoscopio di prodigi futuristico e imprescindibile. Andy, ormai adulto e destinato al college, aveva lasciato i suoi giocattoli nelle mani della piccola Bonnie: con questo gesto sembrava chiudersi il cerchio della trilogia e anche, a guardarla più filosoficamente, scendere il sigillo del tempo, del mutamento immanente al passaggio dall’età infantile a quella adulta. Malgrado tutto, e nonostante l’uscita di scena per motivi personali del grande John Lasseter, direttore creativo della Pixar per ben tredici anni, i vecchi cari personaggi fanno ritorno sulla scena, mostrandosi ancora una volta capaci non solo di divertire e commuovere, ma anche di indurre alla riflessione, con una storia come sempre multistrato nelle possibili chiavi di lettura. Se da una parte permane giustamente vivido il rapporto tra giocattoli e bambini, la cui chiave simbolica e se vogliamo piacevolmente demodée è sin troppo evidente, dall’altra il plot narrativo guadagna una bella rinfrescata dall’introduzione di nuove personalità, che mostrano per l’ennesima volta quanto sia grande il genio dei creativi della Pixar. Su tutti, l’irresistibile Forky, forchetto di plastica assemblato alla rinfusa da parti di scarto e che per questo cerca in tutti i modi di ricongiungersi alla spazzatura, e lo stunt-man centauro Duke Caboom, affetto da continue crisi esistenziali dopo essere stato abbandonato dal suo bambino, accortosi che il giocattolo e la sua pubblicità non erano la stessa cosa. Leader e punto di riferimento di ogni impresa resta naturalmente l’impagabile sceriffo Woody, leale e affezionato fino allo spasimo, ma questa volta la scena sarà presto divisa con la vecchia fiamma di ritorno Bo Peep, tramutatasi da pastorella in pasionaria coraggiosa e indipendente in piena linea con lo spirito dei tempi. In un pot-pourri spaziale di fotografia e perfezione visiva che gli altri “prego spostatevi”, si consuma e completa una storia che è poi metafora visiva dell’essere fuori tempo e dell’abbandono, nell’eterna lotta tra il mondo che cambia e l’esigenza di rimanere fedeli a sé stessi. Adesso il gesto più coraggioso: apporre la parola fine per davvero. Sarebbe ignominioso trasformare in broscia urticante una fiaba così bella.

Enrico Pietra