Ciao amico fragile

Si finisce sempre per parlare di sé stessi quando si tenta di ricordare una persona cara scomparsa. E non so se sia una terapia immediata, un sorta di autodifesa meschina – o soltanto umana – per cercare di esorcizzare un dolore. O per tentare di elaborare un lutto. Personalmente ho sempre detestato il cordoglio a comando che suscitano i lutti. Tutti i lutti. Fino a impormi di disertare, talvolta, i funerali di colleghi a cui ho voluto bene. Qualche volta l’ho fatto e ho finito per pentirmene. In qualche caso ho cercato di mitigare il mio senso di colpa andando a portare l’estremo saluto nel rigore della camera mortuaria. Quando ti trovi solo a confrontarti con il senso di impotenza che suggerisce la morte. E il senso di colpa per essere rimasto con i vivi produce effetti che sconvolgono nell’intimo. Sino a che il dolore, almeno un po’, il più delle volte, si scioglie. Insieme alle domande sull’esistenza e all’interrogativo pressante se per quell’amico scomparso si poteva fare di più.

Eugenio Agosti, oltre che un collega stimato e stimabile era un caro amico a cui avevo voluto esternare personalmente il cordoglio e la vicinanza per la morte del padre partecipando, meno di un anno fa, alla cerimonia funebre del padre Giovanni, detto ”U Ninnu”. In quell’occasione nella chiesa del Sacro Cuore di Carignano c’era tanta gente a rendergli il merito di aver vissuto con coerenza l’esperienza di Console della compagnia unica, di comunista passato per l’esperienza dei campi di concentramento. Uomo mai sopra le righe nonostante le difficoltà del ruolo, che aveva lasciato dopo 18 anni (dal 1966 al 1984) nelle mani di Paride Batini. Era stata l’ultima occasione in cui avevo incrociato Eugenio, osservandone il dolore composto. Ma lui era fatto così. Era riservato e si faceva un punto d’orgoglio della sua compostezza, nonostante fosse evidente che soffrisse parecchio per quella perdita di un genitore al quale sapevo fosse molto legato e al quale assomigliava moltissimo, fisicamente e per eleganza morale. Eugenio nascondeva i suoi sentimenti e le sue sofferenze interiori dietro un’ironia bonaria ma tagliente. Era un ragazzo buono, sempre disponibile con tutti, sino ad aiutare chi si trovava in difficoltà. Era animato da un profondo rispetto per gli altri al pari della sua correttezza.

Ci siamo incontrati negli anni dei nostri inizi professionali a “Il Corriere Mercantile”, durante il periodo della Cooperativa. Lo aveva portato ingaggiato Giorgio Giorgini, collega anziano che allora si occupava del settore economico e portuale. E nel salone  dell’ex cinema di corso Sardegna adibite a redazione avevamo iniziato la nostra amicizia. Insieme abbiamo fatto parte del comitato di redazione che aveva comunicato al direttore la sfiducia del corpo redazionale. Mi ricordo di una assemblea dei poligrafici alla quale avevamo partecipato come organismo sindacale dei giornalisti, durante la quale avevamo comunicato ai poligrafici che avevamo deciso di scioperare, una tantum, per il rinnovo del contratto. La sera precedente avevamo chiesto all’Associazione di dispensarci ma erano stati irremovibili, assicurandoci che ci sarebbero stati altri scioperi e che in quel caso ci avrebbero dispensato. I poligrafici, in quel caso erano la nostra controparte, perché avrebbero perso la retribuzione della giornata. Cosi’ intervenendo per le spicce e incautamente avevo rischiato il linciaggi.  E lui era riuscito a mediare portandomi fuori da quell’assemblea infuocata. Erano gli anni difficili del quotidiano del pomeriggio e noi eravamo i giovani chiamati a fornire linfa vitale al giornale. Un gruppo di colleghi che con entusiasmo mischiava la veste professionale con quella personale. Qualcuno, come Eugenio se ne è andato, molti altri come me sono rimasti per portare sulla spalle l’evidenza dei ricordi di un giornale che non c’è più. Era diventato il mio capocronista ma per la sua estrema franchezza si era poi messo in urto con la direzione. Gli era subentrato un altro capocronista anziano che il Secolo XIX aveva intenzione di mandare in pensione e lui era stato emarginato nel settore degli interni ed esteri. E aveva sofferto molto, lui che era un cronista cosi’ bravo. Eppure mai una polemica, sino a quando aveva deciso di lasciare “il Corriere Mercantile” per andarsene in Veneto al gruppo Finegil.

Voglio ricordare il giorno della tragedia dei Maro’, precipitati con un pullman dell’esercito dal viadotto di Quarto il 18 dicembre del 1983. Vi furono 35 vittime. Venne poi provato che il mezzo aveva le gomme lisce. E che quei 35 ragazzi furono mandati a morire per l’incuria dell’esercito. Sotto la pioggia il mezzo sbandò, saltò dall’altra parte della carreggiata e precipitò dal viadotto Castagna: un volo di oltre settanta metri. Le ruote erano lisce, meno di un millimetro di battistrada. Roba da non crederci. Gli ingranaggi cadevano a pezzi, tanto che all’improvviso si spezzò un giunto cardanico. Roba da sfasciacarrozze. Ma i ragazzi, che prestavano servizio di leva presso la caserma Maricentro di Aulla, in provincia di Spezia, erano stati fatti salire comunque.

Ero in redazione una domenica mattina per cercare le notizie di cronaca nera da pubblicare su “La Gazzetta del Lunedi’“, e venni a sapere dell’incidente facendo il primo “giro”. Sulle prime la polizia stradale parlava di un pulmino. Eugenio fu il primo collega a cui telefonai, svegliandolo. Doveva entrare in servizio dopo alcune ore, nel primo pomeriggio. Immediatamente penso’ ad uno scherzo, di quelli che eravamo soliti farci in redazione, e mi mise e giu’ la cornetta del telefono. Gli ritelefonai qualche istante dopo e fu il primo ad arrivare sul posto insieme al fotografo Luciano Zeggio. Provato di fronte a tanta devastazione, ma senza mai perdere la lucidita’. Seguirono giorni difficili con le salme recuperate e composte in un locale del San Martino per il riconoscimento dei parenti e la visita del capo del governo Giovanni Spadolini. Devastazione dolore e ancora dolore sino al giorno dei funerali. Succede così nelle redazioni. Le amicizie si cementano di fronte alle sofferenze degli altri che finiscono per diventare empatiche. Ma anche questo è il nostro lavoro. Devi raccontarle ma non farti travolgere per mantenere la lucidità necessaria.

Eugenio soffriva intimamente, ma era riservato e si faceva un punto d’onore nel non esternarlo. Nelle redazioni occorre andare avanti e finire il lavoro. Solo quando il giornale è andato in stampa puoi lasciarti andare. E mi sono chiesto molte volte se questo non finisca per assomigliare un po’ ad una sorta di malattia professionale. Che magari crea qualche breccia, creando una sorta di depressione interiore.

Eugenio era così. Con quella sua ironia un po’ amarognola in cui comunicava cose che non gli faceva piacere ammettere apertamente, forse per pudore o per una sorta di autodifesa. Poteva sembrare distacco, ma dopo averlo frequentato sapevi che non era così. Me ne ero fatto una ragione conoscendo e frequentando un po’ la sua famiglia, ascoltando a cena le storie di vita vissuta che raccontava suo papà. Del quale era chiaro che il figlio avesse preso esempio. Le sofferenze umane dei campi di concentramento erano tangibili, in quei racconti, ma mai strazianti. Come a lasciar intendere che il dolore e il senso degli altri avessero un fine educativo. Senza giudicare, perché gli altri, magari, sono diversi da te ma ti aiutano a crescere nella consapevolezza del mondo esterno.

Poi ci siamo divisi. La professione ci ha portato in giornali diversi, magari in concorrenza, ma sempre con un grande senso e rapporto di stima e di solidarietà. Lo avevo incontrato in un ristorante qualche anno fa. Lui era a cena con suo figlio Giovanni. E mi ero rallegrato percependo un grande senso di complicita’. Mi lascia il grande rammarico di non averlo più cercato, magari solo per scambiare quattro chiacchiere davanti ad un caffe’. Ma la vita, purtroppo è così. Cinica. Percepisci la mancanza di una persona solo nel momento dell’assenza definitiva.

Domani parteciperò ai funerali alle 9, 45 nella basilica di Carignano. So che dovrò superare una prova struggente, incontrando lo sguardo di tanti vecchi colleghi de “Il Corriere Mercantile” lasciati su percorsi diversi. Mischiando dolore, un po’ di rabbia e un senso di impotenza di fronte a un amico che ci ha lasciati a soli 59 anni.

Che la terra ti sia lieve Eugenio.

A tutti i familiari, alla sorella Isoletta, alla moglie Daniela, al figlio Giovanni, al cognato Arcangelo le mie condoglianze e quelle di Fivedabliu.

Paolo De Totero

E’ morto “u Ninnu” Agosti, il console della Culmv