Arrivederci Professore

Non c’è niente da fare, i film brutti sono perniciosi. Un po’ come la pessima musica o il bicchiere di vino che sa di fracido e stantio. Questo Arrivederci Professore, protagonista il tenebroso Johnny Depp, col suo carico spossante di luoghi comuni e nichilismo a basso costo martoria oltremodo le gonadi già dopo pochi minuti. Richard è un docente universitario di letteratura le cui imprese cominciano proprio in corrispondenza della diagnosi di un cancro ai polmoni allo stadio terminale. Dopo il rifiuto delle cure e l’esclamazione a spaglio di una serie di improperi, ecco giungere la decisione, partorita in un mix di illuminazione e sbadiglio: vivere fino in fondo, godendosela appieno e facendo qualsiasi cosa passi per la mente. Come se il senso più profondo del transito terrestre risiedesse nello scopare a mo’ di criceto, tracannare alcool come una pompa idrovora e fumarsi ogni genere di erbaceo, ecco che il buon Richard si fa beffe della vita, della moglie che lo cornifica e dell’ipocrisia che lo attanaglia in ogni dove. Cerne nel nome della purezza gli studenti della sua classe, organizza lezioni all’aperto in stile viaggi lisergici a Woodstock e manda affanculo un po’ di gente, come tutti noi vorremmo fare ogni giorno. Peccato che in un personaggio del genere ci sarebbe da aver ribrezzo a ritrovarsi, ma non per palloso moralismo, quanto per la millantata vacuità di non aver saputo ricavare alcuna significanza dall’esistenza umana anche davanti alla prospettiva dell’estremo saluto anticipato. Il plot dello sconosciuto Wayne Roberts, cucito ad arte per l’interpretazione di Depp, sta in piedi come una fioriera al passaggio di uno tsunami. E’ più che altro un buon pretesto per sdoganare lo sfrenato solipsismo del fu Edward mani di forbice in una parte che sottotraccia vorrebbe perfino rimandare (forse rovesciando il binocolo) al professor Keating de L’attimo fuggente, ma che al massimo può alludere a come Depp veda se stesso, divisivo ma affascinante, decadente ma in fondo candido. Ciò che resta invece di questa melassa tragicomica è l’inconsistenza del tutto, a partire dai personaggi che ruotano attorno al protagonista (tra i quali spicca una figlia lesbica – la sexy star Zoey Deutch – il cui percorso di consapevolezza, sostenuto dall’amorevole padre, è credibile quanto la crema solare a dicembre), fino alla narrazione suddivisa in capitoli, più via crucis che stadio evolutivo. Depp fa il compitino, a cui non crede nemmeno lui. C’è del disagio in sala.

Enrico Pietra

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