Zero tituli, ovvero come ti estinguo il mandato

Il momento della consacrazione reale e definitiva è stato quando i comunicatori di Taffo Funeral Service, l’azienda di pompe funebri che si fa pubblicita’ ironizzando sul tormentone del momento, hanno deciso di scherzarci sopra. Ed è emblematico che nel nostro paese sia un’azienda di pompe funebri a servirsi  spesso dei rispettivi mantra dei nostri politici per farsi pubblicità e per ironizzarsi/ci addosso. Per alleggerire un po’ la tensione. Come a suggerire una vita ultraterrena sgravata da brutte avventure e sacrifici. Oppure come se si trattasse di una sorta di elaborazione collettiva del lutto. Un po’ come dire che non c’è da stupirsi se l’azienda per il caro estinto ha finito per mettere volutamente nel mirino l’agonia della nostra classe politica, come se si trattasse di un prossimo futuro cliente, da blandire, almeno un po’, prima che il paese, grazie a loro, trapassi del tutto.

Ma, lasciata a margine l’inconsapevolezza, o peggio la consapevolezza che coinvolge l’inconscio, una brutta bestia che, volenti o nolenti…. o dolenti,  finisce sempre per tornare a emergere – coagulando gli istinti più bassi – il riuscitissimo post pubblicitario a cui facevo riferimento dice: “Avviso: vi ricordiamo che il mandato zero non vale per le funzioni funebri. Si entra una volta sola”. Insomma alla morte non di sfugge e non esiste gioco delle,tre tavolette. Si vive e si muore una volta sola. Insomma un mandato è pur sempre un mandato si chiami o venga chiamato “Zero”, “Uno”, o “Numero primo”. Cosi’

fra i tanti che hanno condiviso c’è stato chi si è limitato ad aggiungere, per esempio: “ Precisazioni #MANDATOZERO. Oppure “Definitivo”.

E saranno oltre quarantotto ore, da quando il tutorial pentastellare di Di Maio e’ comparso in rete, che i social non smettono di titillare. Addirittura mettendo in secondo piano il partito, numeroso, degli #EALLORABIBBIANO.

Insomma l’inventiva di “Pasqualuigino Settebellezze” ha finito per contagiare anche i diversamente astemi : “Quando il dottore ti ha proibito di bere più di due pinte al giorno. Ma tu sei furbo e ti inventi la pinta Zero”.

Insomma “basta un poco di zucchero e la pillola va giù”, avrebbe intonato una ossequiosa  Alice Salvatore nelle vesti di una qualunque Mary Poppins in vena di prestidigitazioni miracolose.

E  che Di Maio disponga di qualche vena di genialità è costretto  ad ammetterlo anche Sebastiano Messina nel suo commento su “La Repubblica: “Bisogna togliersi il cappello e riconoscere che c’è del genio, nell’ultima trovata dei cinquestelle. L’ha illustrata su Facebook, con la tecnica seduttiva degna di un promotore finanziario di bond turchi, il loro “capo politico”. Riguarda la regola dei due mandati, pietra angolare del Movimento. La regola non si tocca, ha detto Luigi Di Maio, ma oltre al primo e al secondo mandato sarà ammesso il “mandato zero”.

Ma così, direte voi, i mandati diventano tre. E qui sta il colpo di genio: dichiarando ufficialmente che la prima esperienza “un mandato che non vale”, la regola sacra è rispettata con una semplice correzione della realtà.

Nessuno viola lo statuto: viene solo modificata l’aritmetica.

Illuminante la motivazione: valgono solo i mandati in cui si gestisce potere. Annotiamocela, perché per adesso il “mandato zero” si applicherà solo ai consiglieri comunali, ma domani – potete contarci – una votazione su Rousseau lo estenderà anche ai parlamentari.

Per i quali ovviamente non varrà la legislatura passata lontano dal potere, anzi contro, all’opposizione. E se poi dovessero uscire dal governo, e dal palazzo del potere, allora magari sarà ammessa anche un’altra legislatura: il “mandato doppio zero””.

E già il leader pentastellare era apparso nella sua lezioncina/tutorial per mettere in qualche modo fine a quella diatriba sul “doppio mandato e poi a casa” imperativo inventato e proclamato dal movimento per sancire la sua distanza dal potere e da quel malaffare che in fin dei conti logora solo chi non ce l’ha.

Anche se il caso di Armando Siri, senatore ed ex sottosegretario leghista con il pallino per la flat tax e l’eolico – che qualche cosa deve pur far girare, soldi, tangenti o finanziamenti illeciti – nei guai già al primo mandato inviterebbe a riflettere. Perché uno o lo è sin da subito o non lo è. È l’occasione che fa l’uomo ladro si può cogliere, volendolo, sempre e comunque, all’inizio, o al termine, di una gloriosa, o anche no, carriera politica. E tanto per allargare il tiro quel Gianluca Savoini dei rubli-russiagate di mandati non ne aveva neanche uno. Eppure si limitava, marginalmente, a darsi da fare.

Comunque, per tornare a Di Maio e alla sua vocazione che tanto lo avvicina a un mago manipolatore – ancora un po’ e il mandato lo vedrete, ancora un po’ e non lo vedrete più – il capo dei CinqueStelle aveva spiegato nel suo tutorial: “«Che cos’è il mandato zero? È un mandato, il primo, che non si conta nella regola dei due mandati, cioè un mandato che non vale. Ora voglio essere molto chiaro: il mandato zero e l’eventuale introduzione del mandato zero, se vorrete votarlo come iscritti, varrà solo e soltanto per i consiglieri comunali e per i consiglieri di municipio. Dai sindaci in su stiamo parlando comunque di persone che o gestiscono potere e prendono uno stipendio pieno o, in ogni caso, gestiscono potere. E ricordiamoci perché è nata la regola dei due mandati: per fare in modo che non si gestisca troppo potere nelle mani di poche persone per troppo tempo». Se tu vieni eletto consigliere comunale o di municipio al primo mandato e lo porti avanti tutto e poi decidi di ricandidarti e non diventi né presidente di municipio né sindaco, allora il tuo secondo mandato, quello precedente, cioè il mandato zero, non vale”. Ecco. E ha spiegato ancora il vicepremier: “Il principio vero è che tante persone, giustamente, decidono di non ricandidarsi la seconda volta al Consiglio comunale come sindaco, perché semplicemente pensano che magari avendo delle armate di sette, otto liste contro, hanno serie difficoltà a riuscire a diventare sindaci e quindi la loro esperienza che hanno maturato nel primo mandato vorrebbero portarla in Parlamento, in Consiglio regionale, e scelgono di non ricandidarsi». Però, aggiunge il ministro del Lavoro, esistono delle eccezioni: «Ci sono alcuni coraggiosi che invece in questi anni ci hanno provato comunque, sempre e comunque». Il «mandato zero» è pensato proprio per queste persone che potranno così «ricandidarsi in altri livelli, in Regione o in Parlamento perché il mandato zero viene neutralizzato”. Svelato l’arcano.

Nel Pd, per esempio, lo statuto parla di un limite di tre mandati. Al termine dei quali si è sempre proceduto, eventualmente, in deroga. E in Liguria, per esempio,  l’ex ministro della difesa dei governi Renzi e Gentiloni, Roberta Pinotti, ha saputo e potuto usufruirne, dopo una carriera giocata fra Provincia, Comune e attività parlamentare vissuta, poi, fra Montecitorio e palazzo Madama. In pillole: venne eletta in parlamento nel 2001. Di lei. Si parlo’ molto come deputata e neo mamma della secondogenita. La figlia, Marta oggi ha diciotto anni, e sua mamma continua indefessamente la carriera parlamentare. Riconfermata e rieletta in Parlamento nel 2006 nel gruppo dell’Ulivo. Nel 2007 è stata nominata responsabile nazionale difesa e sicurezza nella segreteria nazionale del segretario Walter Veltroni e anche ministro della difesa nel Governo ombra del Partito Democratico.  Poi approda in senato alle successive politiche del 2008. Il 24 febbraio 2009 il segretario del PD Dario Franceschini la nomina presidente nazionale del Forum Difesa del PD. Nel 2013 viene confermata a Palazzo Madama, nel 2014 riveste la carica di ministro della difesa del governo Renzi guadagnandosi il nomignolo de “La generalessa”. Il 12 dicembre 2016 viene confermata alla Difesa per il Governo Gentiloni.

Nel 2018 viene eletta Senatrice della Repubblica in quanto capolista nel proporzionale in Piemonte. E fanno cinque. Doppia deroga, per meriti. Per indubbia esperienza. O chissa’ per quali altri motivi.

Gia’ il potere, anche in deroga, che logora soltanto chi non ce l’ha.

E il Movimento Cinque Stelle almeno a parole è, era, ostinatamente contrario a tutta questa “ammuina”.

Solo che poi alla fina in mezzo a tanta e tante “ammuine” se ne esce il napoletano Di Maio con il suo “Mandato zero” e il suo genio maturato alle falde del Vesuvio.

Con tutta la polemica che ne segue. Ad alzo zero.

Perché poi, come ha osservato sapientemente Sebastiano Messina: “Ma così, direte voi, i mandati diventano tre. E qui sta il colpo di genio: dichiarando ufficialmente che la prima esperienza “un mandato che non vale”, la regola sacra è rispettata con una semplice correzione della realtà.

Nessuno viola lo statuto: viene solo modificata l’aritmetica”.

Gia’, viene solo modificata l’aritmetica, ma giammai lo statuto.

Con un solo balzo all’indietro, lungo. Lungo qualche cosa meno di ottocento anni, ma probabilmente ancora più lungo.

Un’intuizione negazionista, come fu un’intuizione quella di Leonardo Fibonacci, matematico pisano noto per la successione Fibonacci, in cui ogni termine, a parte i primi due, è la somma dei due che lo precedono. “Novem figure indorum he sunt 9 8 7 6 5 4 3 2 1 Cum his itaque novem figuris, et cum hoc signo 0, quod arabice zephirum appellatur, scribitur quilibet numerus, ut inferius demonstratur.

Leonardo Fibonacci, Liber abbaci, 1228”.

Da “Scienzainrete”.
“E infine lo zero sbarcò in Europa. Fra i tre continenti connessi, il nostro è stato infatti l’ultimo ad averlo utilizzato. L’Asia e l’Africa si sono imbattute infatti molto prima in quel numero che – come scrive Sergio Givone – non è esattamente il nulla.

Il primo ad averlo scoperto o inventato – la discussione sul realismo matematico e sulle sue implicazioni (un numero si scopre o si inventa?) è ancora aperta –  è stato, che si sappia, un grande matematico indiano, Brahmagupta, vissuto tra il 598 e il 668 dopo Cristo e autore di un libro, il Brahmasphuta Siddhānta, dove, secondo lo storico Carl Boyer, propone «il primo esempio di aritmetica sistematica comprendente i numeri negativi e lo zero». In realtà, nel suo Siddhānta, Brahmagupta propone anche altro – per esempio, un’algebra molto avanzata con soluzione generali per equazioni di secondo grado – ma fermiamoci allo zero.

E diciamo subito che è ormai opinione diffusa tra gli storici che la matematica hindu arriva prima di ogni altra alla scoperta del numero zero e alla sua rappresentazione mediante un simbolo. Ed è la prima ad adottare un sistema di numerazione cosiddetto posizionale mediante l’utilizzo di sole dieci cifre. Ma il rispetto della precisione ci impone di distinguere tra il concetto di numero e la capacità di rappresentarlo mediante un simbolo. Per molto tempo nessuno è riuscito a considerare lo zero un numero vero. Anche i matematici ellenistici lo consideravano un’”assenza di numero”. E d’altra parte anche Brahmagupta propone un sistema numerico composto da sole nove cifre (da 1 a 9 ) e da simbolo, lo zero, mediante il quale è possibile scrivere in modo semplice ogni e qualsiasi numero.

Solo più tardi la matematica indiana equipara quel simbolo agli altri nove e inizia a considerare lo zero come un “numero vero”. La discussione intorno a questa  differenza concettuale non ha un valore meramente accademico.

Perché è proprio questa rappresentazione – lo zero come simbolo necessario per la numerazione, ma non come numero vero – che si sposta verso occidente. Nel 662, infatti, un vescovo nestoriano, Severo Sabokt, che vive a Damasco, capitale del nuovo impero islamico che si va formando, è il primo a riferire che al di là dell’Indo ci sono matematici raffinati che utilizzano un sistema di numerazione posizionale superiore a ogni altro per praticità ed efficacia che si fonda su nove cifre più il simbolo dello zero.

Già nel VII secolo, dunque, l’Islam assume e utilizza il sistema di numerazione posizionale indiano – che è poi il sistema di numerazione che usiamo ancora oggi – portandolo sulle sponde asiatiche e africane del Mediterraneo.

Ed è a questa numerazione fondata su nove cifre più il simbolo zero che farà riferimento anche il più grande matematico arabo, al-Khwārizmī (vissuto tra il 780 e l’850), autore di un’opera molto nota, Al-jabr, latinizzato come Algebra. Il grande al-Khwārizmī illustra nel dettaglio questo sistema di numerazione e ne attribuisce correttamente la paternità agli indiani. Purtroppo non aveva avuto notizia che i suoi colleghi al di là dell’Indo erano andati oltre e, con un ulteriore passaggio logico, avevano elevato lo zero e “numero vero”. Cosicché mentre al-Khwārizmī parlava di un sistema fondato su nove cifre e sul simbolo dello zero, in India già si faceva riferimento a un sistema di numerazione posizionale fondato su sole dieci cifre.

Lo zero e il sistema di numerazione posizionale sbarcano solo mezzo millennio dopo in Europa. O, almeno, sbarcano mezzo millennio dopo nell’Europa latina, perché nelle terre europee governate dai musulmani (la Spagna e anche la Sicilia) l’approdo era già avvenuto.

A portare nel nostro continente lo zero e il sistema di numerazione posizionale e, dunque, a rendere possibile lo sviluppo della matematica così come la conosciamo oggi è Leonardo Pisano, detto Fibonacci, nell’anno 1202, quando scrive e rende pubblico il suo Liber Abaci. E solo così la numerazione indiana e araba è entrata a far parte della cultura europea.

Fibonacci, lasciandosi contagiare dalla cultura islamica a sua volta contagiata dalla cultura indiana e cinese, oltre che ellenistica, ha dunque almeno due grandi meriti che vanno oltre la matematica. Ha dimostrato che non c’è scienza senza comunicazione della scienza. E ha dimostrato che non c’è cultura senza contagio”.

Di Maio ha voluto fermarsi prima. A quando lo zero era in termini matematici e non, simbolo del nulla, simbolo di qualcosa che non è tangibile. Per questo la sua introduzione nel sistema matematico e negli altri settori ha visto una progressione lenta, infatti per capire il significato e l’applicazione di questo valore c’è bisogno di una mentalità abbastanza evoluta. E Per molto tempo nessuno è riuscito a considerare lo zero un numero vero. Anche i matematici ellenistici lo consideravano un’”assenza di numero”. E d’altra parte anche Brahmagupta propone all’inizio un sistema numerico composto da sole nove cifre (da 1 a 9 ) e da simbolo, lo zero, mediante il quale è possibile scrivere in modo semplice ogni e qualsiasi numero. Solo più tardi la matematica indiana equipara quel simbolo agli altri nove e inizia a considerare lo zero come un “numero vero”. La discussione intorno a questa  differenza concettuale non ha un valore meramente accademico. E ancora “Lo zero è in termini matematici e non, simbolo del nulla, simbolo di qualcosa che non è tangibile. Per questo la sua introduzione nel sistema matematico e negli altri settori ha visto una progressione lenta, infatti per capire il significato e l’applicazione di questo valore c’è bisogno di una mentalità abbastanza evoluta. Nonostante i primi ad utilizzare questo numero furono i Sumeri circa 3 mila anni fa: faceva parte della scrittura cuneiforme e lo indicavano con due incavi inclinati che rappresentava l’assenza del numero; anche le popolazioni cinesi e maya avevano intuito il significato dello zero come del nulla, ma non erano riusciti ad applicarlo nei loro calcoli. Solo grazie alla cultura Hindu si è riusciti ad avere un primo sviluppo dello zero in senso moderno, ma il “padre” di questo numero è l’arabo Muhammad ibn Musa al Khwarizmi che lo introdusse tra i numeri che anche noi utilizziamo e che, appunto, chiamiamo “arabi””.

Insomma tra “novax”, terrapiattisti, scie chimiche e altre suggestioni arriva anche Di Maio. Scrive Vincenzo Lamanna, blogger,  in un post del dicembre dell’anno scorso: “E dopo i terrapiattisti, i novax, le scie chimiche, il tunnel del Brennero, la Panda 1000, il ponte parco dei divertimenti a Genova, arriva anche il capo di Gabinetto del ministero per la famiglia è le disabilità, Cristiano Cressani, il quale sostiene che i cambiamenti climatici sono colpa di Satana. Dite la verita questo Governo è una sitcom creata da Netflix e noi ne siamo protagonisti, vero? Forte “.

Insomma “Cosi’ è se vi pare”. L’opera teatrale di Luigi Pirandello incentrata su un tema molto caro all’autore, l’inconoscibilità del reale, di cui ognuno può dare una propria interpretazione che può non coincidere con quella degli altri. Si genera così un relativismo delle forme, delle convenzioni e dell’esteriorità, un’impossibilità a conoscere la verità assoluta. Che la Verità assoluta esista o meno è cosa tantomeno irrilevante. E’  il messaggio finale di lettura dell’opera dove Pirandello mette lo spettatore di fronte ad una sorta di “barriera sul palcoscenico” costringendolo ad interrogarsi sul significato stesso di ciò che ha appena visto e l’assenza stessa di significato. Protagonista assoluto di scena, il dramma esistenziale della vita umana nella sua infinita complessità, ed in virtù del teorema, il fatto che la Verità assoluta, quella imprescindibile non esiste. A seguito dell’acceso dibattito tra i personaggi, infatti, la Verità è per ciascuno ‘come pare’. Suggestione da opporre a quel vecchio detto che insiste sul fatto che la matematica non sia un’opinione. Dimenticato a bella posta da tal LuigiDiMaioSettebellezze.

Per il quale ho in serbo un aforisma: “Si può scrivere un libro intero su uno zero a cui si farebbe troppo onore liquidandolo con una riga”. (Karl Kraus).

Poi venne lo “SpecialOne”, alias tal Jose’ Mourinho, l’allenatore dell’Inter del Triplete che in una sua famosa intervista di allora parlo’ di prostituzione e manipolazione intellettuale e di “ Zero tituli”. Ma quella, anche  se sarebbe forte la tentazione di accostarla al nostro attuale Governo, è tutta un’altra storia.

Paolo De Totero