Zuccarello e Cisano, da borghi turistici a “Bitumeland”?

Zuccarello (SV) – Di Zuccarello e dello stabilimento Icose SpA ci parla per la prima volta Alessandra.
Lei è uno degli abitanti delle valli Neva e Pennavaire costretti a convivere con un impianto di produzione di bitume a ridosso delle case.
Un’isola industriale tra borghi medievali, vigne di Pigato, sentieri escursionistici e  falesie da arrampicata.
Alessandra fa parte di un gruppo di abitanti che lottano in squadra per “la nostra casa, i nostri figli e anche… per gli inconsapevoli”.
Perché in queste valli la paura è quella di ammalarsi di inquinamento.
Perché non si tratta solo della puzza che “ti fa venire nausea e mal di testa, che ti brucia la gola e ti fa lacrimare gli occhi”.
Qui ci sono in gioco vincoli ambientali e idrogeologici ignorati, monitoraggi inadeguati che non tengono conto neppure degli impatti sui dipendenti, come prevederebbe la guida INAIL 2014 per il comparto asfaltatori, emissioni trascurate da chi, invece, dovrebbe vigilare sulla nostra salute. Regione in testa.
Sì, perché  a fronte della richiesta dell’azienda di ampliare l’impianto e raddoppiare la produzione, la risposta di casa Toti è stata una procedura autorizzativa sconcertante e paraplegica.

Marco Grondacci

Lo abbiamo letto nelle carte insieme a Marco Grondacci, giurista ambientale in prima linea per i diritti degli inquinati, da Levante a Ponente.

AIA NON PERVENUTA
Per prima cosa scopriamo che all’impianto non è stata imposta l’AIA, l’Autorizzazione Integrata Ambientale.
“La Regione doveva imporre la più rigorosa delle autorizzazioni – commenta Grondacci -, perché la quantità di rifiuti che Icose recupera durante il processo produttivo supera le soglie dei quantitativi per i quali la legge esclude l’AIA (DLgs 152/2006)”.
Parliamo di 199.000 tonnellate annue di rifiuti recuperati e dichiarati dall’azienda. Rifiuti che, peraltro, spariscono dallo screening di VIA eseguito dalla Regione lo scorso giugno. Screening che sembrerebbe limitato alla valutazione dei soli rifiuti prodotti dallo smantellamento dell’impianto esistente.
Ecco cosa scrive la Regione:

Non solo.
Tra le tipologie di rifiuti trattati ci sono anche gli scarti edili (codici 170107 e 170904).
Un fattore che non andrebbe sottovalutato visto l’uso massiccio di amianto in edilizia fino agli anni ’90, eppure non risulta ci sia stata l’istruttoria per certificare l’assenza di amianto, prevista dalla normativa regionale per il recupero dei rifiuti da costruzione e demolizione, né risulta che il gestore l’abbia messa a disposizione delle autorità competenti”, precisa ancora Grondacci.

VIA MANCATA
Niente AIA dunque.
Chi scrive sta a metà tra lo sbigottimento e l’irritazione, ma con una speranza: uno stabilimento del genere avrà almeno la VIA, la Valutazione di Impatto Ambientale, visto che la procedura per autorizzare il progetto di ampliamento dell’impianto prevede lo screening preliminare che “valuti, ove previsto, se un progetto possa avere un impatto significativo e negativo sull’ambiente, e quindi se deve essere sottoposto alla fase di VIA”.
E poi stiamo parlando di un’industria insalubre di prima classe, vicino a dei centri abitati, che decide di raddoppiare la produzione.
Invece niente VIA.
Eppure si tratta di un impianto che emette ossidi di azoto, ossidi di zolfo, polveri, COV (composti organici volatili) e IPA (idrocarburi policiclici aromatici). Schifezze pericolose.
È facile immaginarsi che questa atmosfera malsana produca allarme tra gli abitanti che chiedono più attenzione per i “cancerogenici accertati”. Ce lo dice Sara, anche lei nel gruppo di lavoro con Alessandra,  che poi ci tiene a mettere le cose in chiaro: Sembriamo degli allarmisti ma siamo un gruppo di cittadinanza attiva che vuole vigilare sulla sua valle e sulla salute, e avere delle conferme legittime di tutela“.

Ma cosa dovrebbe sapere la popolazione che vive accanto a questo tipo di industria?
“Le determinazioni effettuate per impianti simili, hanno permesso di individuare la presenza, per ciascun campionamento, di molecole diverse ma appartenenti alle stesse classi (idrocarburi alifatici, alcheni, aromatici, alcoli, composti ossigenati, composti solforati, alogenati), evidenziando, di fatto, l’estrema complessità e la variabilità degli effluenti in emissione”, chiarisce Grondacci che sugli IPA è perplesso: “Da un confronto banale tra i limiti dati a Icose con lo screening di VIA del progetto di ampliamento e le autorizzazioni di altri impianti di produzione di conglomerati bituminosi, i limiti  degli IPA per lo stabilimento di Zuccarello sono superiori. Se prendiamo l’impianto Bitumi nel Comune di San Piero a Sieve – Scarperia (FI), ad esempio, parliamo di 0,06 mg/Nm3 contro lo 0,1 mg/Nm3 previsto per Icose”. 
Insomma, nonostante la Regione abbia colmato il vuoto dell’AUA, l’Autorizzazione Unica Ambientale rilasciata all’azienda nel 2014 ma che non aveva dettato prescrizioni adeguate neanche per gli inquinanti cancerogeni come gli IPA, si poteva fare di più anche in vista dell’aumento della produzione di conglomerato.
Invece Icose può inquinare di più. Sarà una svista? Se è così non è l’unica.
È specialmente interessante la questione degli ossidi di zolfo (Sox) ai quali la Regione, sempre in sede di screening, ha dato un’aggiustatina:

Cioè: Icose dichiara di emettere 1.700 mg/Nm3 di ossidi di zolfo al giorno, che fanno quasi 60 tonnellate all’anno sparate nell’ambiente, e la Regione corregge il tiro e suggerisce all’azienda quello che dovrebbe dichiarare?

Biodiversità Cisano e Zuccarello

Ancora a proposito di sviste, fa notare Grondacci che “lo screening di VIA ha rimosso la Zona Speciale di Conservazione Monte Acuto – Poggio Grande – Rio Torsero (it324910) distante non più di 100 metri dall’area della cava e dell’impianto di bitume. Un habitat che ricade entro la Rete Ecologica Regionale approvata nel 2009 e che specifica l’esistenza di corsi d’acqua importanti per la biodiversità, diffusione sparsa di invertebrati, litologie importanti per la biodiversità (calcareo), grotte con presenza di specie tra cui: Gonepteryx Cleopatra, Graziana alpestris, Renea elegantissima, Austropotamobius pallipes”.

Torrente Neva, 11 luglio 2019

E che dire degli scarichi nel torrente Neva, lontano dall’impianto non più di 150 metri? “In questo l’AUA, l’autorizzazione in possesso dell’azienda, applica i limiti previsti dal DLgs 152/2006 – continua Grondacci -. Allo stato non sono in grado di dire se questi limiti siano rispettati relativamente ai singoli inquinanti ma, come risulta da foto prodotte dai cittadini, ci sono sversamenti anomali, almeno nella colorazione, che farebbero pensare a un pregiudizio per il Neva“.
Insomma, esistono delle criticità evidenti in queste procedure autorizzative, criticità che si trascinano da tempo.

Dall’elenco delle industrie insalubri di prima classe

Ma lasciamo tirare le somme al giurista ambientale: “Indiscutibilmente, sia l’attuale autorizzazione che la procedura di verifica di assoggettabilità a VIA, sono state condotte in modo non adeguatamente approfondito – denuncia Grondacci -. Ma questo limite è anche precedente all’ultima autorizzazione unica ambientale del 2014 e allo screening di VIA del 2019. Infatti, anche in precedenza l’impianto aveva funzionato senza adeguate prescrizioni alle emissioni soprattutto diffuse,e senza un parere di impatto sanitario come da procedure previste per la localizzazione di industrie insalubri sul territorio comunale. In particolare, la documentazione in nostro possesso dimostra che l’attività di conglomerato andava avanti da anni ben prima che l’azienda avesse l’AUA del 2014 e che le strutture, dove avveniva tale produzione, per lungo tempo non sono state a norma sotto il profilo edilizio. Tutto questo nonostante la produzione di conglomerato bituminoso fosse classificata industria insalubre di prima classe quanto meno già dal 2006″.
In sostanza: una confusione inquietante per delle procedure che dovrebbero tutelare preventivamente ambiente e salute e che invece si è deciso di non applicare escludendo dalla VIA il progetto di ampliamento dell’impianto.

Eppure Zuccarello “è il comune che sta peggio in Liguria perché in rapporto all’età e alla popolazione ha il più alto tasso di mortalità”. Questo è quanto ci dice l’indagine epidemiologica sui 234 comuni della Liguria condotta da Valerio Gennaro di Medici per l’Ambiente e presentata alla Commissione ambiente della Camera nel febbraio di quest’anno.
Certo non stiamo dicendo che emerge una correlazione tra l’impianto di bitume e il tasso di mortalità. L’indagine epidemiologica condotta fin qui, infatti, si ferma all’elaborazione dei dati relativi a “tutte le patologie, fascia d’età e popolazione”, senza analizzarne le cause.
Però diciamocelo: con questo campanello d’allarme un po’ meno superficialità da parte delle istituzioni sarebbe dovuta.

COSA DICE IL SINDACO DI ZUCCARELLO?

“La Giunta comunale, con atto del 24 luglio 2019, ha stabilito di avvalersi di un legale esperto in materia ambientale al fine di esprimere nuove prescrizioni sulle emissioni odorigene, prima del rilascio della nuova AUA”.
Replica così, all’esposto presentato dai suoi concittadini, il Sindaco di Zuccarello Claudio Paliotto, durante l’ultima seduta del Consiglio Comunale, martedì scorso.

Una risposta che li soddisfa solo a metà.
“L’unica parola che non si è sentita questa sera è salute pubblica”, tiene a precisare Alessandra che non perde l’occasione per avvertire che “noi lavoreremo ancora per sollecitare delle ricerche dalla parte della salute pubblica, anche per capire se in queste emissioni odorigene, in questo mostro che ci entra nelle case e non ci fa vivere, ci sia dell’altro”.


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