14 agosto 2018

Genova – Non ho mai intervistato i parenti delle vittime del Morandi.
Non ero pronta per guardare i fatti dall’angolazione cocente della perdita, per sentire addosso i vestiti del dolore, che sono stretti e difficili da togliere.

Non lo sono neppure oggi.

Ho preparato una lista di domande. Sembra facile ma non lo è.
L’ho scritta e poi cestinata. Le persone non sono oggetti mediatici da inzuppare nei luoghi comuni.

Ho ripensato ai miei sentimenti di quel giorno.
Ricordo l’incredulità – “Saranno dei calcinacci, non è già successo?” – subito spazzata via dalle immagini che passavano sul computer, di quelle che alla realtà ti ci inchiodano.
Così la consapevolezza della tragedia mi è arrivata dritta allo stomaco accompagnata dai rumori di tutti i disastri: pale di elicotteri e sirene di ambulanze.

Ricordo quando ho visto gli avanzi del Morandi.
Stavano lì, muti. Icone di un “progresso” che baratta la vita per il denaro. Simboli di questo nostro mondo. Un mondo rotto.

Ricordo la rabbia che nasceva dall’urgenza di cambiare quel sistema che non aveva protetto il viadotto e chi lo viveva.

Oggi Genova torna a quel giorno.
Io non sono pronta e ho deciso di lasciar parlare loro, i parenti dei morti del Morandi.
Perché in fondo quanto può valere in confronto il racconto del mio ricordo? O le passerelle della politica già in campagna elettorale?
Niente. Sono solo altri suoni di gole secche.
Fine delle parole.

Simona Tarzia

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