Per chi suona la campanella, ovvero l’abito fa il monaco?

Che faccio?  Mi inerpico?
Consapevole che ad ogni gradino rischio di scivolare e che, giunto in vetta, o sulla torre, ci sarà sempre qualcuno che mi si avvicinerà pronto alla fatidica spintarella per farmi volare di sotto? Vabbe’, ci provo, salgo. Ma con la massima concentrazione, che il terreno ogni volta che si parla di donne, ahimè, si fa sdrucciolevole. Specie per l’opposto sesso.

Intanto mi rallegro perché finalmente abbiamo un governo, dopo il torpore d’agosto, dopo l’autogol del Vicepremier dell’Interno ormai all’esterno, Matteo Salvini. Dopo quella cerimonia a Genova in ricordo delle vittime del ponte Morandi in cui i due vicepremier esternavano talmente tanta tristezza da guardarsi in cagnesco. Dopo il ferragosto, e la resa dei conti di Conte. E dopo le interminabili trattative, con Salvini a margine della scena che pietiva il perdono, e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che spingeva per andare avanti. Con infiniti distinguo, che non si sa mai che il “guaio” delle elezioni non si materializzasse veramente. Con punti e contrappunti, marce indietro e rincorse in avanti, discontinuità nella continuità o, viceversa, continuità nella discontinuità. Aspettando Godot, cioè Rousseau. Che poi poteva essere più prosaicamente “Aspettando godo” senza t e senza accento di sorta sulla o. Un modo più prosaico per dire che “Il piacere in fondo è l’attesa del piacere stesso”. Un modo come un altro per tirare a….. “Campari” in un interludio “tafazziano”. E alla fine seppure un po’ emaciati per l’attesa del piacere e doloranti, dai e dai ci è andata bene. 

Tanto che il Presidente della Repubblica  dopo infinite respirazioni bocca a bocca ai pazienti, prima in agonia e poi tornati a furia di massaggi cardiaci, vivi e vegeti, non solo ha tirato un sospiro di sollievo tralasciando per un po’ quella sua perenne aria contrita – vabbe’ fare il Presidente di questa Repubblica in questo momento ispirerebbe tristezza a chiunque – e riesumando un sorriso, ha ringraziato anche la stampa. Dando luogo a una serie di iterpretazioni sul suo breve discorsetto rivolto ai giornalisti dopo l’annuncio della formazione del Governo: “Sono qui per ringraziarvi del vostro lavoro e dell‘impegno con cui avete informato i nostri concittadini. Per me è stato di grande interesse leggere ogni mattina sui giornali stampati, oppure online, o ascoltare la sera in tv, le cronache e le interpretazioni dei fatti, dei diversi punti di vista. Questo confronto fra prospettive differenti, opinioni diverse, diverse valutazioni, è prezioso per me come per chiunque e ancora una volta sottolinea l‘importanza e il valore della libera stampa“. 

Insomma libera stampa in libero Stato, l’articolo 21 della Carta Costituzionale ancora vige. Perché il pensiero unico non usa più, da qualche giorno, o almeno da parecchi anni.  A seconda dei punti di vista. E perciò via alle interpretazioni delle interpretazioni. Ai non detti, ai “fra le righe”, alle narrazioni e alle percezioni. Siamo fatti così. L’epoca social aiuta, o non aiuta affatto.

Eppero’ salgo, ascendo. Lentamente. In virtù di quel benedetto articolo 21 che mi dà diritto di esplicitare pensieri, parole, scritti. Persino opere e omissioni.

Ascendo lentamente perché la questione si fa spessa. Specie se poi l’abito fa, o non fa, il monaco. E per pareggiare il conto indugio sulla cravatta rossa, l’unica nel giorno del giuramento dei ministri di un governo giallo rosso, dell’unico esponente di LeU nel governo e neo ministro alla Sanità Roberto Speranza. Con abito scuro, il volto tirato, formula a memoria, senza leggere. Che Lui, a casa, forse l’unico, o almeno così ha dimostrato agli astanti e al professor Mattarella, ha fatto i compiti delle vacanze. All’ultimo momento, magari, ma li ha fatti. E senza un intoppo.

Già, la cravatta rossa, simbolo di una fede antica. Tanto che in un mio post, proprio ieri, esternavo: “SCARAMANZIE QUALCOSA DI ROSSO. Unico fra i neoministri a presentarsi al Quirinale con la cravatta rossa è stato l’esponente di Leu Roberto Speranza. Insomma sinché c’è vita…..”

Ecco fatto, dicevo l’abito…. questione che ha ispirato e suggestionato molti giornalisti e inviati per il pezzo di “colore”. Con quel fra le quinte che è stato trasmesso quasi a reti unificate. Con la  Annunziata “Nunzia” De Girolamo, ex politico di Forza Italia e in precedenza de “Il popolo della Libertà” e del “Nuovo Centro Destra”, ex ministro, per meno di un anno, delle Politiche agricole alimentari e forestali del Governo Letta e attualmente in cerca di collocazione televisiva  dopo la partecipazione a “Ballando con le stelle”, presente con la figlioletta Gea fra i parenti, proprio nella sala in cui la compagine del Conte bis prestava giuramento. Come moglie del neo ministro targato Pd Francesco Boccia, con delega  agli Affari regionali e alle autonomie. 

“Nunzia De Girolamo, il marito giura al Colle e lei ruba la scena alle ministre”.

L’ex deputata di FI conquista le luci della ribalta arrivando al Quirinale con Francesco Boccia: completo nero, tacchi e “bag gioiello”, annotava un giornalista nell’articolo sulla “vernice” pubblicato su “QUOTIDIANO.NET”.

Fatti e misfatti, di moda, dunque. Settore in cui a pieno titolo è entrata il neo Ministro alle Politiche agricole, alimentari e forestali Teresa Bellanova, 61 anni appena compiuti, deputata dalla XV alla XVIII legislatura e senatrice della Repubblica dalla XVIII, il 28 febbraio 2014 è stata nominata Sottosegretario al lavoro nel governo Renzi, promossa poi, il 29 gennaio 2016 , all’incarico di Viceministro allo Sviluppo economico. Con un passato nel sindacato nel settore dei braccianti, coordinatrice regionale delle donne in Federbraccianti, segretaria generale provinciale della Flaiano (Federazione Lavoratori AgroIndustria) nella provincia di Lecce, poi Segretaria Generale della Filtea (Federazione italiana Tessile Abbigliamento Calzaturiero), incarico che ricopre fino al 2000, quando entra a far parte della Segreteria Nazionale Filtea con delega alle Politiche per il Mezzogiorno, politiche industriali, mercato del lavoro, contoterziarismo e formazione professionale. Nel 2005 viene eletta componente del Consiglio Nazionale dei Democratici di Sinistra e il 22 aprile 2006 è eletta per la prima volta alla Camera dei Deputati nella lista dell’Ulivo nella circoscrizione Puglia. Dopo aver partecipato alla fase costituente del PD viene eletta alla Camera dei deputati per la seconda volta nel 2008. Dove  è componente della XI Commissione (lavoro pubblico e privato). Non una di primo pelo dunque. Anche se le prime critiche, social e no, muovono dal suo titolo di studio, ha solo la licenza media. E poi è un esponente di tutto rispetto delle taglie forti.

Così l’attacco è su due fronti. 

Suggerisce il mio amico social prof. SantoSubito Francesco Gastaldi ( ma non solo lui), rinvigorito dall’ascesa del PD di Nicola Zingaretti al Governo, in un commento sul suo profilo sotto a un post con articolo de “La Repubblica” sulle contestazioni alla Bellanova sul suo titolo di studio: “Leggo che la Bellanova  per 30 anni ha “lavorato” come sindacalista alla CGIL…. beh 30 anni di CGIL sono già un indicatore, non c’è altro da aggiungere….” . E rincara la dose: “ Non serve a un cavolo studiare, laurearsi e laurearsi bene, dedicare anni e anni alla propria formazione personale, se sei nel posto giusto, (ex sindacalista CGIL), diventi Ministro…. questo il messaggio che passa….”

Poi, messo all’angolo per motivi di genere, ma non solo, risponde con un post successivo: “Contestare il titolo di una donna ministro non si può, ma insultare un uomo invece è lecito e questo invece non è sessismo….”.

Ovviamente visto che l’argomento social si impenna, spuntano i grossi calibri “Con Teresa Bellanova. Senza se e senza ma. Io e tutto il Pd”. Così su Twitter il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, difendendo la nuova ministra dell’Agricoltura dopo gli attacchiper l’abito indossato per la cerimonia di giuramento al Quirinale e per il suo titolo di studio. Bellanova, ha un diploma di terza media, è stata bracciante agricola e si è battuta come sindacalista per difenderne i diritti.

Circa l’abito usato dalla Bellanova per il giuramento, particolarmente critico è stato Daniele Capezzone che, sempre su Twitter, ironizza sulla scelta della ministra, a suo dire una “carnevalata”. Una battuta che non è sfuggita ai suoi followers, che l’hanno aspramente criticato e, in alcuni casi, insultato.

Si schiera al fianco di Teresa Bellanova anche Matteo Renzi. “Chi insulta Teresa Bellanova per il suo abito, per il suo fisico, per la sua storia di bracciante agricola divenuta sindacalista e poi ministro non è degno di una polemica pubblica: è semplicemente un poveretto. Gente che polemizza così va solo compatita, nemmeno criticata”, scrive su Facebook il senatore dem ed ex segretario Pd.

“Voglio però fare un augurio – aggiunge – a chi ironizza sulle caratteristiche fisiche (quasi sempre sulle donne, chissà perché): vi auguro di poter provare almeno una volta le emozioni di bellezza e stupore che le persone vivono quando ascoltano Teresa, la sua passione, la sua storia”. 

E la polemica sul titolo di studio porta automaticamente a un parallelo con la vicenda dell’ex ministro all’istruzione del governo Gentiloni Valeria Fedeli, non a caso anche lei sindacalista, messa sotto accusa dal giornalista e scrittore Mario Adinolfi: Valeria Fedeli mente sul proprio titolo di studio, niente male per un neoministro all’Istruzione. – accusava via Facebook Adinolfi. – Dichiara di essere laureata in Scienze Sociali, in realtà ha solo ottenuto il diploma alla Scuola per Assistenti sociali Unsas di Milano. Complimenti ministro, bel passo d’inizio. Complimenti Paolo Gentiloni: a dirigere scuola e università in Italia mettiamo non solo una che non è laureata, ma una che spaccia per laurea in Scienze Sociali un semplice diploma della scuola per assistenti sociali. La spacciatrice di menzogne sul gender evidentemente è abituata a dire bugie. Il problema non è neanche che non è laureata, è che mente spudoratamente”.

Il parallelo è anche frutto della rossa chioma delle due pasionarie del Pd.

Già, solo che l’argomento titolo di studio passa presto in secondo piano rispetto all’abito bluette, o forse azzurro Italia, con volant a mo’ di uovo di Pasqua, indossato per la cerimonia. Un tantino sopra le righe, forse.

Tanto che il mio amico Vittorio Pezzuto, giornalista e scrittore, radicale, allievo di Marco Pannella, ex consigliere comunale regionale con un passato di comunicatore e portavoce alla corte dell’ex ministro Renato Brunetta, intinge la penna nel curaro per un post velenosamente perfido: “IL NEOMINISTRO ALL’AGRICOLTURA BRACCIA RUBATE ALL’OUTLET”. E già il pubblico decoro, di cui avevamo tanto concionato poco prima della crisi per l’esibizione da dj alla consolle del Papeete Beach del capitano, comandante , y vicepremier, y ministro dell’Interno Matteo Salvini,  a torso nudo e con bicchiere in plastica in mano, inno in sottofondo, o sopraffondo, contornato da nani, ballerine, cubiste discinte, popolo plaudente intento al selfie. Così è se vi pare.

Impareranno i nuovi? Almeno l’etichetta e il look? O forse no? Diamogli 14 mesi di tempo. È l’Italia dei social, è l’Italia degli hater. Che vorrebbe iniziare un nuovo corso. In cui una sindacalista ex bracciante, taglia forte, che si veste a festa perplime, piu del Cv, anzi del titolo di studio. È l’Italia del “pobolo” che prima chiede di ricominciare dal basso, dai problemi reali e delle periferie, dal lavoro che manca è dagli sbarchi e poi si perplime se un neoministro rompe l’etichetta del nero che sfila. Con un tripudio di volant che fanno tanto festa paesana o dell’Unità. È l’Italia dell’effimero e della “beata ignoranza” in cui il titolo di studio e l’abito che quasi mai fa il monaco finiscono per contare più della storia personale.

Mala tempora currunt. Intanto ieri sera un nubifragio si è abbattuto persino sul quartiere residenziale di Nervi. Tuoni, fulmini e saette. Piove e pure grandina…. governo ladro.

Giona