La  mia Africa: la rivincita di Valente

20 settembre alle 20:53.
Dal profilo del professor Umberto Valente: 
“Ornella è tornata a casa, alla sua Antsoha. È tornata dai suoi amici, da suo padre, è tornata alle sue abitudini, alle sue giornate scandite dal di’ e dalla notte. Nel periodo trascorso con noi molte volte ci siamo chiesti come stava vivendo il “nostro mondo”. Se era “giusto” farle conoscere una realtà così diversa dalla sua. È stato evidente sin da subito che, pur abitando in una situazione più “confortevole” ne soffriva i “limiti”: la famosa “gabbia dorata”. E non è questione di spazi fisici (le stanze dell’ospedale sono spaziose e all’esterno c’è un grandissimo giardino), ma di spazi mentali: il dover vivere la giornata scandita da ritmi regolari, con attività programmate e quant’altro. La percezione di sentire che la sua mente fosse abituata a spaziare in una libertà a noi ormai sconosciuta; notavamo in lei un’apertura mentale, una curiosità di tutto, una continua ricerca, di “sete” di scoprire… che farebbe invidia a tutti i bambini italiani della sua età (storditi dalle musichette dei videogame…).

Ornella è abituata al silenzio della natura: a far da sfondo alle sue azioni quotidiane. Non ci sono i nostri rumori cittadini (così tanto deleteri per la nostra salute) ma solo ed esclusivamente i canti degli uccelli e lo starnazzare delle anatre.

I suoi giochi non sono bambole o macchinine, ma pulcini e lemuri e tutto quello che riesce ad inventarsi insieme ai suoi amichetti. Ornella ha quel qualcosa in piu’ che manca a tutti noi, a chiunque nasca e cresca in un ambiente come il nostro. Quel qualcosa che avevamo ma abbiamo perduto; ciò che ti rende parte della natura nel senso più stretto; che non ti fa pensare a orari, a scadenze e quant’altro perche tutta la tua giornata, la tua vita scorre in maniera fluida, naturale. 

Ornella è una bambina fortunata e, forse, non lo sa. O, al contrario, ora l’ha capito.
L’affetto che ci lega ad Ornella si è consolidato e la continueremo a seguire, per quanto possibile. Prima di lasciarla al villaggio, Francesca ha parlato con il suo maestro di scuola.

Ornella ha 11 anni ma solamente dall’anno scorso ha potuto andare a scuola; quindi è molto indietro, scolasticamente parlando. L’insegnante la seguirà privatamente per aiutarla a fare due anni in uno, e quindi avanzare di classe.
Ad Ornella piaceva molto fare le fotografie con il cellulare che poi riguardava più volte tutta contenta. Aveva trovato il modo per aiutare il suo cervello a catturare più immagini possibili. Ci siamo ritrovati con una serie infinita di scatti nostri di piccoli momenti, di attimi della nostra vita, ai quali non facciamo attenzione o prendiamo in considerazione. Ma che sono importanti, perché SONO la nostra vita”.

Spero che non si dispiaccia il professor Umberto Valente, 77 anni, genovese, chirurgo di fama mondiale, pioniere e maestro nella scuola dei trapianti e fino al 2012 non dimenticato direttore del centro trapianti del San Martino. Non a caso nel titolo ho parlato di rivincita e non di vendetta che farebbe presumere sentimenti che non trovano alcun riscontro nell’animo dell’uomo che sette anni fa, al temine di una faticosa vicenda, dopo essere andato in pensione, si è trasferito altrove per esercitare la sua professione di medico e di formatore. Inseguendo quella voglia di rendersi ancora utile “sul campo” e di solidarizzare con i pazienti e le popolazioni meno fortunate.

Quella dei suoi anni fuori dall’Italia è una storia che merita di essere raccontata e conosciuta. Perché nel paese del “Prima gli italiani” e dell’”aiutiamoli a casa loro”, nel paese sovranista dell”Europa matrigna” e dei “porti chiusi”, nel paese dell’odio traboccante sui social, a scopo di propaganda politica, ma non solo, la testimonianza di Umberto Valente invita ad aprire gli occhi ed ad allargare gli orizzonti. Oltre a trasmetterci, in qualche modo, un messaggio di speranza.

Parto dalla fine, perché è giusto che sia così.
Anche se è facile capirlo dalle sue parole, la ferita per il trattamento subito nella sua città, e non tanto dal punto di vista personale quanto per gli effetti devastanti su una risorsa come il centro trapianti, è ancora ben presente e stenta a rimarginarsi. Ma, come dice lui, non tanto per una sorta di offesa al suo carattere forte, alla sua esperienza di medico, al suo curriculum e alla sua carriera – alla sua figura ancora carismatica, insomma -, quanto per i genovesi ed i pazienti.

Comunque acqua passata che, per forza di cose, ormai, non macina più. O almeno così, purtroppo, dovrebbe essere. E in quel caso, manco a dirlo, a deludere Umberto Valente è stata una sorta di miopia dei politici di turno. Purtroppo, sempre quelli e quella.

Quella di oggi, al contrario, è una storia in cui c’entrano i social e facebook. Una volta tanto utilizzati per scopi positivi, con fini umanitari e non per dispensare odio in rete. Perché di Umberto Valente sino a qualche mese fa molti suoi affezionati pazienti, amici, conoscenti, colleghi ed estimatori – un numero nutrito di persone – comunque, avevano perso le tracce. Se ne era andato dopo la lunga querelle con i nostri politici della Regione. Un breve periodo in Lombardia, poi l’esperienza con i padri Cappuccini a visitare le loro missioni e gli ospedali in centro Africa e nel Ciad, e ancora con “Medici senza frontiere” e con “Emergency” come chirurgo formatore, nei territori africani in cui si combatteva. Si combattevano guerre per poter sfruttare le risorse dei territori e guerre civili fra tribù, etnie e religioni diverse. In stati fra cui il Burundi e l’Afghanistan dove dal 2001 è in corso una guerra infinita. “Quattro anni di missioni complicate – spiega Valente – nei territori difficili di molti paesi africani. Con una chirurgia di guerra molto diversa da quella che ero abituato a fare io, magari anche molto complessa. Ma si trattava di chirurgia riparatrice. La chirurgia di guerra è, purtroppo, prima distruttrice e poi riparatrice”. Un periodo molto pesante, a contatto con grandi sofferenze degli abitanti. E così Valente decide di iniziare una nuova esperienza in Madagascar, uno stato poverissimo – il terzo più povero per reddito pro capite al mondo, dove si vive con meno di un dollaro al giorno –  in un’ospedale costruito da un biologo e filantropo italiano. Un luogo in cui la lotta quotidiana per la vita si incrocia, spesso con la morte. 11 agosto, ore 21,23.  Ancora dal “diario di bordo” del professor Valente: “La notizia della morte improvvisa per arresto cardiaco di Nadine, la mamma bambina di 13 anni ricoverata d’urgenza in gravissime condizioni a le Policlinique in uno stato di denutrizione terminale e scompenso cardiaco secondario, ha suscitato in chi seguiva il caso sia in Italia che in Madagascar e si era affezionato alla piccola, un grande dispiacere e sconforto manifestatosi con chiara evidenza nei tantissimi commenti pervenuti. La malnutrizione è una malattia dei paesi poveri come il Madagascar ed è conseguente alla insufficiente introduzione nella dieta giornaliera di vitamine minerali e soprattutto proteine. I più colpiti sono proprio i bambini. L’ organismo per sopperire alla carenza delle proteine arriva ad utilizzare il tessuto muscolare coinvolgendo anche il cuore che è un muscolo. Nel caso poi della piccola Nadine, dovendo condividere con il piccolo che aveva in grembo l’ insufficiente nutrimento, la gravidanza ha aggravato lo stato di denutrizione così come lo schok e la depressione conseguenti all’inaccettabile evento di cui era stata vittima, ne hanno impedito la ripresa. Quando è arrivata da noi il suo cuore era ormai irrimediabilmente compromesso e nulla hanno potuto fare le nostre cure e il nostro affetto. Appena sarà possibile, come abbiamo promesso alla mamma di Nadine, andremo al suo villaggio a trovare il suo piccolo di 3 mesi e speriamo di poterlo aiutare a crescere. Un grande ringraziamento a tutti voi che attraverso fb avete voluto condividere con noi del policlinico universitario Next di Diego Suarez dapprima le nostre speranze e poi il nostro dolore”. 

Questo, nel bene e nel male, è il Madagascar del prof. Valente, paese da cui è tornato proprio pochi giorni fa. E l’11 settembre (data non banale e ormai densa di significati per chi guarda ai conflitti nel mondo) posta sul suo profilo: “Sono arrivato a Genova: nel percorrere la sopraelevata, guardavo il porto e le sue luci e mi sono sorpreso a pensare che, anche se non ha un mare esotico, questa città ha un fascino tutto suo. Nei prossimi giorni mi attendono telefonate e incontri che vorrei fare per cominciare a mettere in moto, operativamente parlando, le varie convenzioni che sono state firmate: da quella tra le due Università (Diego Suarez e Genova), all’Accordo tra l’ospedale Le Polyclinique NEXT e l’Istituto Gaslini di Genova, al Protocollo di Intesa tra Regione Liguria e Regione Diana (Madagascar).
Lascio il bisturi ma non i Progetti che ho in mente e che vorrei vedere realizzati per aiutare Le Polyclinique NEXT: medici, infermieri, ma soprattutto i malati malgasci che necessitano di cure adeguate.
Molti di loro si guadagnano la vita facendo lavori massacranti che li portano inevitabilmente a contrarre malattie. Come questi operai che stanno riparando la strada: sotto il sole cocente, respirano i fumi del catrame bollente, scaldato dentro bracieri di ferro alimentati col carbone”. 

“Ho cercato in tutti i modi di allacciare dei ponti con questa che in definitiva è la mia città – ha spiegato il chirurgo nel corso dell’intervista – anche se talora non ha trattato bene i suoi cittadini e i suoi malati“. Un pensiero ricorrente per il medico quello per i suoi malati, da cui spesso è derivato, durante la sua esperienza sul campo in Madagascar, un senso di frustrazione: “Lì ognuno deve pagare le proprie cure, i benestanti sono pochissimi e il 70/80 per cento della popolazione non è  in grado di coprire le spese”.

Così il medico, nonostante l’iniziale scetticismo verso i social – “odiavo facebook”, ammette –  ha deciso qualche mese fa di affidarsi proprio a facebook per riprendere i contatti con i vecchi amici a Genova nel tentativo di reperire i fondi per il suo ospedale. L’inizio è quello di un settantasettenne non abituato ai social, e a comunicare in rete, il primo profilo compare senza foto personale, poi capisce velocemente quale possa essere l’impatto e si mette al passo. 

Compare uno sfondo con la scritta “La mia Africa” e la sua foto in compagnia di infermiere e personale sanitario di colore. In pochissimo tempo posta molte foto raccontando le sue esperienze sul campo, raccoglie l’amicizia di cinquemila frequentatori di facebook ai quali chiede un piccolo sacrificio per sovvenzionare la sua ONG. E spiega: “I miei post hanno avuto circa 9 mila condivisioni. Una risposta emotiva sorprendente ma ho calcolato che se ognuno offrisse 20 euro all’anno i costi di gestione dell’ospedale risulterebbero sanati”.

Intanto l’8 ottobre verrà ricevuto dal sindaco Marco Bucci. E chissà che il professor Valente non si ritroverà ad essere nominato ambasciatore di Genova nel mondo e quindi, a maggior ragione, in Madagascar, e ambasciatore del Madagascar a Genova. 

Sonia Viale

E poi, racconta ancora il chirurgo: “Devo dare atto all’assessorato regionale alla sanità e all’assessore Sonia Viale di aver raccolto le mie istanze”. E allo stesso modo è stato stipulata una convenzione fra le due università. Infine è stato firmato un accordo di collaborazione con l’Istituto Gaslini di Genova. “E – aggiunge il professore – molto presto il primario di neurofisiatria dell’ospedale pediatrico genovese si recherà in Madagascar per studiare un corso di formazione per i giovani medici e infermieri del posto per curare la disabilita’ infantile, perché lì ci sono molti bambini disabili completamente abbandonati”. 

Vedremo se facebook consentirà ai suoi utenti, genovesi e non, di passare dalla fase dell’emotività a quella della concretezza. E se i nostri politici vorranno utilizzarlo non solo per farsi propaganda. Anche se le elezioni regionali sono alle porte. 

Il mezzo, insomma – come ho sempre sostenuto – non è né diabolico, né portatore di odio e nemmeno discriminante. Basta intuirne le potenzialità e saperle usare bene. Un mezzo di un’efficacia strabiliante, sempre che si sia in grado e si abbia la capacità di non rinnegare se stessi per farsi attrarre dalla spirale d’odio strisciante. Essere immersi nella natura, con il poco che serve a sopravvivere, costretti a combattere le frustrazioni di non poter fare del bene per le risorse inconsistenti, a contatto con le malattie e i bambini che rischiano di morire, non tanto per la guerra ma per le condizioni di vita drammatiche, a volte aiuta e aiuterebbe tutti a recuperare l’umanità e ad allargare visione ed orizzonti. 

La mia personale morale – e spero non solo la mia e dunque condivisa e condivisibile – al termine della storia che ho voluto raccontarvi, intende essere proprio questa.

Paolo De Totero