Ciao Pippo

Ciao Pippo, lo saluteranno così, mercoledì nel giorno dei suoi funerali, i presenti riuniti per rendergli l’ultimo pensiero. È morto, a 88 anni, addormentandosi nella sua casa di Quarto che condivideva con la moglie, appena qualche giorno dopo Ugo Signorini, altro esponente della Dc d’antan. Perché il partito non c’è più. E poco a poco se ne sono andati gli autorevoli rappresentanti genovesi di un gruppo politico che aveva fatto della nostra città un “pensatoio” e dello scudo crociato genovese di allora un’aggregazione di giovani e meno giovani in grado di opporsi allo strapotere di Paolo Emilio Taviani, politico, senatore, ex ministro che aveva fatto e faceva sentire tutto il suo peso.

Era un uomo pacato, e docile, ma solo all’apparenza. Mingherlino e leggermente claudicante, dopo essere stato ferito dai brigatisti con cinque colpi di pistola alle gambe. Aveva osato sfidarli dopo essere stato sequestrato insieme ai suoi studenti nella sua scuola di formazione di via Trento “una vera fucina di giovani per molte professioni sociali, politiche e imprenditoriali, con la famosa sede in via Trento, dove il suo asistente era Vittorio Traverso, altra figura chiave della Dc, scomparso pochi anni fa”, ricorda Franco Manzitti per Primo Canale. Al comando delle Br che aveva fatto irruzione aveva chiesto il motivo di un cartello che gli avevano attaccato al collo per fotografarlo su cui avevano scritto “Servo dello stato imperialista delle multinazionali”. Aveva chiesto loro ragione di quel “marchio” che gli avevano affisso addosso, e quelli prima di andarsene avevano risposto con cinque colpi. Mirando alle gambe. Era il 18 febbraio del 1978. Aveva avuto la fortuna di raccontarlo molte volte quell’episodio, aggiungendo l’opinione che quell’ondata di terrore che stava facendo tremare la politica e la società italiana non sarebbe durata a lungo se i “guerrieri” erano quelli. E aggiunge Manzitti: “Come spesso accadeva, aveva ragione lui”.

Era un professore, come lo chiamavano con deferenza i suoi studenti, anche se lui preferiva che lo chiamassero amichevolmente “Pippo”. Giuslavorista, come un’altra vittima più recente dei terroristi, il professor Marco Biagi, Peschiera era stato docente dell’Università Statale di Milano. E proprio per questo le Br lo avevano individuato come possibile vittima. Lo avevano chiuso in uno stanzino e lo avevano processato. Poi lo avevano voluto punire perché aveva cercato di instaurare con loro un dialogo chiedendo loro conto di quell’ atto terroristico per provare a capire che cosa li spingeva ad agire così. E lui lo racconterà in seguito molte volte.

Giuslavorista e uomo di spicco della Dc, studioso di politica sindacale e più aperto rispetto alla Dc ortodossa al rapporto con i partiti della sinistra. Lo racconta Franco Manzitti: “Peschiera nella Dc, dopo gli anni dell’adolescenza e della militanza in erba durante la guerra di liberazione nella quale dal ragazzo giovanissimo si distinse ( era della generazione di Baget Bozzo con il quale era severissimo, di Gianni Dagnino, di Bruno Orsini), assunse sempre una posizione non strettamnente ortodossa. Era molto libero e separato dalle correnti e dalle lotte di potere. Era uno studioso, un intellettuale, grande esperto delle relazioni sociali, sempre impegnato a scrivere libri, a approfondire le grandi tematiche internazionali. Coltivava rapporti stretti con tante teste d’uovo dell’intellighentia italiana, per esempio con Cesare Annibaldi, uno dei “pensatori” della Fiat”.

Insomma un intellettuale raffinato, in grado di elaborare una strategia politica di opposizione al padre padrone Paolo Emilio Tavaiani, quello degli “alberi nani” da “potare” prima che potessero crescere troppo e tentare, in qualche modo, di fargli ombra. La sua scuola di formazione ha forgiato molti giovani emergenti e che hanno avuto ruoli di rilievo nella politica locale e nell’imprenditoria: Sebastiano Gattorno, Roberto Suriani, Carlo De Romedis, Edmondo Forlani, Giovanni Bagnara. Le sue lezioni erano frequentatissime. Durante le elezioni amministrative del 1985 fu il principale artefice del ribaltone a palazzo Tursi con la vittoria del pentapartito che porto’ nuovamente la Dc ad amministrare la città dopo anni di strapotere del centrosinistra. L’aspirante sindaco dello scudo crociato era la professoressa Luisa Massimo, ma anche Peschiera dovette inchinarsi al volere di Giovanni Spadolini che indicò il repubblicano Cesare Campart come primo cittadino per Genova.

Ebbi occasione di conoscerlo personalmente in quegli anni. Era un uomodi non grande presenza scenica ma dotato di un fascino incredibile, sempre disposto al ragionamento. Parlava e ti guardava fisso negli occhi, quasi a scrutare e percepire qualsiasi tuo cenno e sempre pronto a prevenire e ad anticipare eventuali domande. E disponibile a risponderti senza salire in cattedra.

Racconta ancora Franco Manzitti: “Quando De Mita fu calato a Genova per fare il capolista alle elezioni al posto di Paolo Emilio Taviani, passato al Senato, scelse Peschiera per rivoluzionare il partito, che era nelle mani di Gianni Bonelli, il fedelissimo tavianeo. E Peschiera assolse quel ruolo non senza tensione nella Balena Bianca. Spalleggiato da Alberto Gagliardi, “grande comunicatore”, il professore portò una ventata di novità nello Scudocrociato, mobilitando gruppi di giovani. Non tutti nella grande Dc di allora erano, ovviamente, d’accordo con il nuovo corso, che segnava una fase diversa, con rapporti più stretti con la sinistra, sopratutto con il Pci allora egemone a Genova e in Liguria, e con il Psi, spesso alleato nelle amministrazioni liguri.

Quando la scena cambiò e i partiti tradizionali, compresa la Dc, sparirono, Peschiera si dedicò completamente a studiare e scrivere. Se lo incontravi, con grande entusiasmo ti raccontava dell’ultimo libro che stava preparando. La morte lo ha fermato mentre lavorava a un libro sul papa Paolo VI , Giovanni Montini, noto per le sue aperture sociali, il tema preferito di Filippo Peschiera, l’oggetto del suo lavoro da pontiere tra la politica e l’impresa”.  E si spiega quella scelta per papà Montini con una particolare attenzione al ruolo avuto da Montini nella ricostruzione dell’esperienza politica dei cattolici democratici dopo le tragiche esperienze del fascismo.

Filippo Peschiera aveva deciso di impegnarsi nuovamente in politica dopo gli anni della diaspora, che lo avevano visto defilato, perché credeva nella necessità che i cattolici democratici tornassero a partecipare alla dialettica politica del nostro Paese.

Continua Manzitti, raccontando qualche aneddoto del Peschiera uomo: “Era leggendariamente distratto e per nulla attaccato agli aspetti materiali della vita. Negli anni Ottanta circolava con un’automobile tanto scassata da non avere in funzione la marcia indietro. E quindi per i suoi seguaci c’era sempre il problema di “girare” la macchina di “Pippo”.

Una delle ultime sue comparse in pubblico è stata nello scorso inverno, quando nella chiesa di Santo Stefano, durante una cerimonia di ricorrenza del terrorismo, aveva rievocato la sua gambizzazione. Lui, l’unico che guardò fisso negli occhi i brigatisti che gli sparavano”.

Con la morte di Filippo Peschiera sparisce un esponente di spicco della Dc genovese. Un decesso che in questo periodo ha colpito un generazione politica di grande levatura. Osserva Manzitti “Se ne va anche lui nell’estate-primavera che ha portato via come in un soffio tanti della classe dirigente scudocrociata, Giancarlo Mori, Lucio Parodi, Giovanni Bonelli, Ugo Signorini, uno dopo l’altro, fino a Peschiera”. Ai familiari le nostre condoglianze. Le esequie si svolgeranno domani.

Paolo De Totero