Il calcio è la mia vita

Perdonatemi… “Perdonatemi se, con nessuno di voi non ho niente in comune”. No, no quello è Aznavour. Un guru della canzone francese e non solo. Dicevo, perdonatemi se, alla fine, mi sono fatto ingolosire dall’argomento. Proprio come uno qualunque, come uno dei molti, come uno tanti. Eppero’ dai, per una volta, anzi, ogni tanto, concedetelo pure a me di spaziare; dalla cucina al canto e dal canto al calcio. Per tornare, comunque e sempre, alla politica, al mondo reale, quello che ci contorna, che ci emargina, quello che ci illude, ci delude, ci perplime. Che rischia ogni tanto, o forse no, di soffocarci. “Il calcio è la mia vita” è lo straziante grido lanciato fra consapevolezza estrema e dolore lancinante del “Giorgione nazionale”, il Chiellini della parodia degli “Autogol”. E si’, il calcio è vita, fede e speranza. Talvolta persino rivendicazione sociale, rivolta, vendetta, rivalsa. E poi, e sottolineo e poi, dovrò in qualche modo sdoganare il biglietto di tuttologo, cioe’ tutto tranne che intruso, in una trasmissione sportiva di una nota emittente locale, in cui il mio ex caporedattore, che ha avuto la temerarietà di invitarmi recentemente, mi sfotte chiamandomi guru. Lo stesso modo in cui io mi rivolgo al cantautore armeno/francese. Con infinita deferenza, però.

Comunque il calcio è vita, e non potrebbe essere altrimenti visto che in un mondo di tifosi lascia largo spazio alle stesse percezioni/imprecazioni/suggestioni che ormai scatena la politica. Alta, bassa, media, così così. E come la politica è argomento di dibattito e genera dialettica, fra moviole, movioloni, pagelle e pagelline, Var, disquisizioni su tattiche, strategie, moduli, correnti da sacre stanze e segreti da spogliatoio. Con una Wanda Nara qualunque opinionista, più e meglio di una qualunque Alba Parietti, assisa sul divin sgabello con le gambe accavallate. In un rigurgito di Tv sessista che ti verrebbe da chiederti… ma oltre alle gambe c’è di piu? O meglio, ci potrà mai essere di più? Eppero’, purtroppo, così va il mondo. Anzi così va l’Italia, anzi il nostro paese. Pardon, il nostro bel paese. Poi c’è la nazionale femminile. Tanto per rimettersi tutti a posto le coscienze.

E quindi settimana di passione prima della sosta internazionale che ci porterà, o forse no, a disputare i prossimi campionati di calcio europei. Quelli per il sesso forte.

Settimana cruciale con il derby d’Italia che la vecchia signora, dopo dosi massicce di gerovital – otto scudetti consecutivi -, si è accaparrata in virtù di un tango argentino (Dybala, Higuain). Danza seduttiva che, in un impeto di modernismo, viene descritta come l’effetto HD.

Comunque, per lo scontro al vertice fra prima e seconda, complessivamente in campo su 28 giocatori (11 per parte più le 3 sostituzioni), la miseria di sette giocatori italiani. E appena cinque nelle formazioni iniziali. Anche se i due tecnici sono italiani a tutti gli effetti, pur essendo stati costretti, o avendo preferito, andare ad allenare all’estero nelle ultime stagioni. Con l’Italia abbandonata per una più performante e pagata lega inglese. Possiamo pero’ rallegrarci: arbitro, assistenti, quarto uomo, e assistenti Var, sono tutti compatrioti. I protagonisti, i calciatori, quelli no. Quando si dice la fuga dei cervelli.

E poi, al di la’ della lotta per la testa c’è quella sul fondo in cui sono invischiate anche le due genovesi con risultati negativi e neo tecnici prima sull’orlo di una crisi di nervi e poi in procinto di fare le valigie. Il povero Aurelio Andreazzoli sulla sponda rossoblu’ come il ramingo Eusebio Di Francesco su quella blucerchiata. Spernacchiati e insultati dai tifosi come se si trattasse di trainer alla prima esperienza. Per dirla tutta in casa blucerchiata pare che i titoli di coda siano già vicini. Basterà un accordo su un cospicuo taglio al compenso triennale, una sorta di cassintegrazione dorata, e la società di Ferrero potrà aprire le porte ad un nuovo allenatore. Stessa tentazione fatale per il Genoa dopo la sconfitta con il Milan.

 “La crisi di Genova” titola la rosea “Gazzetta dello Sport”, come se non bastasse il ricostruendo ponte Morandi. 

E comunque la crisi passa proprio da Genova, come se la maledizione del Morandi fosse persistente e il crollo dovesse riguardare anche quell’universo solitamente panacea di tutti i mali. Quello calcistico.

 Prendete per esempio il Milan, che fu di Berlusconi, e ora, come molte aziende italiane sovvenzionato e dopato da investimenti e capitali stranieri, con quell’allenatore, vedi caso, di provenienza sampdoriana che proprio al Ferraris, sul suolo un tempo amico, riesce a prendere i tre punti e, comunque, rischia anche lui di fare le valigie. Vedi Genova e poi… muori. Con l’arrivo dell’ultima ora di Pioli e i tifosi imbestialiti rossoneri con la dirigenza (Boban e Maldini) che non gradiscono neppure lui.

Se ne è parlato, si è concionato a lungo, ovviamente, sui comodi divani del Tiki Taka domenicale, alla corte della Wanda Nara e di Pierluigi Pardo, dove oltre a Giampiero Mughini passano per fini intellettuali perfino Bobone Vieri e Antonio “cassanante” Cassano. 

Epperò, poi, ad ascoltarli bene, almeno qualche stilla di buon senso possono riuscire perfino a dispensarla anche loro. Pure loro, che dimostrano di non ragionare soltanto con i piedi. Perche’ non è dato di sapere, per ragioni di “casta”, oppure no, si dedicano a difendere a spada tratta la categoria pedatoria. Mister o colleghi, in fondo, sono tutti una squadra, una grande famiglia. Italiana. E allora Antonio e Bobone danno sfogo a tutta la loro dialettica per difendere i prossimi/futuri esodati. Persone che hanno contratti milionari  e adeguate buonuscite, nel peggiore dei casi, e che però, nonostante tutto, meriterebbero altro rispetto e un po’, almeno un po’, di pazienza, e di coerenza. Perche venga loro permesso di tentare di perseguire il loro progetto e continuare il loro percorso. Cinque giornate, sei, ma anche sette, secondo i due ex calciatori sono troppo poche, risultati deludenti compresi, per emettere una sentenza di piena colpevolezza. Dicono più o meno così l’Antonio e il Bobone, fustigando il vizio tutto italiano dell’impazienza e l’ intera stampa che vive di titoloni e pratica l’antica prassi/espediente per far crescere le vendite di fomentare antichi dissapori e rancori. Tifosi contro presidenti, presidenti contro allenatori e giocatori, giocatori contro allenatori, tifosi contro giocatori e allenatori e… allenatori contro tifosi. A scapito di percorsi e progetti. Perché nel nostro paese, pedatorio, oppure no, non sempre risulta vero che l’attesa del piacere è essa stessa il piacere. Occorrono i risultati. E subito. Perche’ vincere è l’unica panacea possibile.

Lo sostiene da anni Giampiero Boniperti, novantunenne stella della Juventus e della nazionale, poi presidente “icona” bianconera – la squadra più scudettata d’Italia-  la cui frase più citata è, non a caso: “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. Motto, anzi filosofia sportiva e di vita, da contrapporre all’assunto olimpico è confortante “L’importante non è vincere è partecipare” per la quale sono stati spesi fiumi d’inchiostro. Molto vicino, almeno per concezione, lo slogan di Boniperti ad un altro motto. Eppero’ del ventennio: “vincere e vinceremo”. Dalla politica al calcio e ritorno… dal calcio alla politica. Ecco l’impazienza per il risultato. Sempre e comunque. Ecco l’attesa che non è il piacere stesso. Anzi, l’attesa è quasi sempre frustrazione. Specie in questi tempi di politica e comunicazione, talvolta dopata.

Vi siete mai chiesti la ragione dell’ossessione manageriale del sindaco/commissario Marco Bucci per gli step sulla ricostruzione del ponte Morandi; dalla demolizione sino al posizionamento del primo impalcato, e ancora oltre? Obbiettivo dopo obbiettivo, per pubblicizzare che i tempi sono stati più o meno rispettati. Con l’ovvia e ineludibile

collaborazione della stampa e della comunicazione per placare la sete di attesa dei genovesi. Il percorso, insomma, strombazzato quasi come se si trattasse di un risultato. Un modo come un altro per dare una risposta all’impazienza. Quell’impazienza di comunicare per dare l’impressione, la percezione, o almeno quella. A fronte di una politica, che non è più l’arte del compromesso né quella della mediazione, ma è stata trasformata nell’ansia di risultati, veri, falsi, sfiorati, da perseguire. E soprattutto da comunicare.

Cosi’ è stato per la crisi di governo e poi per la smania di elezioni per dare agli elettori la suggestione di contare e di decidere. E poi paradossalmente per il ribaltone, lungo, lento, frutto di infinite discussioni, passaggi al Quirinale, aut aut, promesse, accordi o accordicchi. L’arte della mediazione, appunto e della frustrazione. Nell’attesa che è essa stessa il piacere. O forse no. Con un neoministro dell’istruzione che, tanto per comunicare qualcosa, si dimentica dello stato catastrofico delle strutture scolastiche e devia, distoglie l’attenzione, magari sulle merendine, magari sul crocifisso. L’importante è che se ne parli con l’intenzione che motivi marginali vengano scambiati per il risultato. E prima ancora gli sbarchi, i porti chiusi, le ONG, Rackete. Oppure il clima, Greta, le manifestazioni degli studenti, la proposta del voto ai sedicenni. L’importante è che se ne parli, anche in assenza di risultati. Nel tentativo di dare l’impressione a tutti di essere parte in causa, si scansarsi sui social. Di esorcizzare. Sfiniti, stremati.

E’ accaduto, recentemente, anche per il rimpasto della giunta comunale, altro step già annunciato dal sindaco manager sin dal momento della consacrazione. Rimpasto arrivato dopo due anni e qualche mese dall’elezione, causando perfino qualche mal di pancia. Ovviamente fra i “defenestrati”. Defenestrati che, magari, poi rientrano – sono rientrati – dalla finestra. Oppure dalla porta principale. 

È Il caso dell’ex assessore alla programmazione e allo sviluppo economico della giunta Bucci, Giancarlo Vinacci, recentemente insignito, sempre dal sindaco Marco Bucci, del titolo di “Senior advisor economic devellopment”. Praticamente un premio alla carriera, oppure, peggio, un modo come un altro per sanare un errore dettato dalla eccessiva tempestività con cui Bucci aveva giudicato marginale un probabile possibile futuro appoggio di Forza Italia, ormai erosa dalla voglia di “cambiamento” finita poi in una bolla di sapone con clamorosa retromarcia del suo sodale, il governatore Giovanni Toti. E Giancarlo Vinacci, che è da sempre uomo di Berlusconi e, soprattutto, amico fraterno del medico personale del Cavaliere, Alberto Zangrillo, ora si può godere la sua personalissima rivincita. Fino a togliersi un mucchietto di sassolini dalle scarpe. Lo si evince da una lunga intervista del manager al Secolo XIX nella quale l’esordio è sostanza, da gaudente e anche un po’ irridente: “Quando penso alle riunioni di giunta, ogni giovedì, stappo un prosecchino. Non mi mancano certo. Appuntamenti surreali. Si perdevano ore a parlare di un muretto da riparare. E poi si ignoravano le nomine che venivano decise altrove”. E poi sul nuovo ruolo :” Praticamente farò quello che facevo prima, creare contatti e relazioni per facilitare lo sviluppo e le aziende genovesi. Lavorare su green economy, silver economy, summit della NATO… ma non percepiro’ un centesimo, per mia scelta”.

E dunque c’entra la politica? E Vinacci non ha dubbi “ Credo di sì. Se mi ha cercato (Bucci n.d.r.) è la prova che il lavoro fatto non è male. È chiaro che non ho voluto aderire a “Cambiamo” e che certe mie posizioni europeiste, liberali, cristiane e garantiste non erano in sintonia con la nuova rotta”. E comunque non mostra nemmeno smanie politiche l’ex assessore. Anche se qualcuno mormora che potrebbe essere il prossimo candidato di Forza Italia alle imminenti regionali. La stima di Berlusconi pare essere salda. Ma le secche della tenzone elettorale almeno un po’ lo spaventano, tanto da dirsi non interessato ad un possibile ruolo di coordinatore di Forza Italia che probabilmente lo metterebbe in urto con Sandro Biasotti, un antico mentore.

Aggiungiamo, tanto per la cronaca, che si era ritrovato, durante il suo periodo in giunta, a gestire crisi come quella della Rinascente o del gruppo Qui!, quello del saggio di Bucci Gregorio Fogliani. Vicende che ancora bruciano. E che è stato l’estensore di una lettera sul piano di salvataggio di Banca Carige che non era piaciuta al sindaco Marco Bucci. Spiega Vinacci al Secolo XIX “Era mio dovere da assessore e professionista del ramo finanziario. Ho messo in evidenza che c’era la necessità di salvaguardare la presenza di Carige sul territorio”. Infine avverte: “Purtroppo il lavoro fatto per attirare gente e imprese in questa città darà frutti in anni. Mentre ci sono state congiunture sfavorevoli e non basta dire agli amici “vieni qui” per riparare a crisi aziendali. Devi creare le condizioni”. Comunque, tanto per non smentirsi, cerca ancora di creare le condizioni. Proprio ieri con il suo Think Tank definito, a torto o ragione una “parata di stelle” con personaggi del mondo della politica e dell’ imprenditoria, ma anche supersaggi, vecchie conoscenze della politica e non come Susy De Martini e Luigi Grillo, e qualche moikano del Pd pronto a guardarsi attorno, ha cercato di riallacciare qualche ponte già lanciato durante il suo percorso e per il suo progetto. Al termine ha annotato sul suo profilo “grazie a tutti i relatori, ospiti e staff. Un ringraziamento particolare a Davide Viziano, Vittoria Canessa, Gigliola Piciocchi ed Elisa Serafini( in ordine alfabetico😀). E, commentava Ubaldo Borchi,un altro fuoriuscito eccellente da Fratelli d’Italia dopo la sfortunata avventura delle europee: “Quando si alza l’asticella! Complimenti a Giancarlo Vinacci con il suo Think Tank, questo pomeriggio nella cornice del palazzo della Meridiana, un incontro di livello superiore, con relatori di vero spessore. Idee e soprattutto strumenti per realizzare grandi progetti con Genova al centro”. Tanto che persino  Elisa Serafini altra decapitata eccellente del sindaco Marco Bucci, verso la quale Vinacci non ha mai nascosto simpatie ha commentato: “Vero ottima analisi. È stato interessante sentir le opportunità per Genova e la Liguria raccontate da persone “esterne” un punto di vista diverso e molto utile”. Con suggerimento pragmatico della De Martini “Necessaria ora una sintesi concreta. Le basi sono ottime”. 

E mi piace annotare, da parte mia, un ultimo dettaglio… forse un’estrema, gelida vendetta: non sarà un caso che proprio Vinacci si faccia fotografare con tre grazie…. Arianna Viscogliosi,  la Serafini e Gigliola Piciocchi, sorella del super assessore di Bucci? Come dire, una bella donna e tre assessori “epurati” da Mister Bucci “veda un po’ lei”. Tutti pero’ con il sorriso stampato sul volto. Almeno Giancarlo, uscito dalla porta,e rientrato dalla finestra. O addirittura dal portone principale. Forse punito per il suo eccessivo aplomb, o per quel suo mettere le mani avanti…. “Purtroppo il lavoro fatto per attirare gente e imprese in questa città darà frutti in anni. Mentre ci sono state congiunture sfavorevoli e non basta dire agli amici “vieni qui” per riparare a crisi aziendali. Devi creare le condizioni”. Ecco ci vuole pazienza, calma e gesso. Anche fra manager, veri o supposti, comunicatori, politici e illusionisti.

Già, invece la politica ha fretta. Fretta di comunicare, di mettere targhe….anche sui muretti riparati, di alzare impalcati, di far passare step. Magari illudendosi e illudendoci almeno un po’ di essere stati artefici di risultati non ancora conseguiti. E se il pubblico, tifoso – come sempre – è impaziente e ha fame, in assenza di brioches intanto gli si dà in pasto un allenatore. Ops… un assessore. La politica, in fondo è sangue e merda, diceva tal Rino Formica socialista. Proprio come nel calcio che in fondo è la (mia) vita. Giorgio Chiellini, professione guerriero d’area, dixit.

Paolo De Totero