Vajont, 9 ottobre 1963

«Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui». Dino Buzzati, Il Corriere della sera, 11 ottobre 1963.

«Quel sasso, c’è qualcuno che lo ha lanciato». Mauro Corona, scrittore, maggio 2013.

Tina Merlin

Scrivere del Vajont è operazione ardua perché il tempo passa e i fatti che rimangono sono 1917 vittime e una condanna a 5 anni per l’Ing. Alberico Biadene, 3 condonati per buona condotta. Nel racconto di uno straordinario Marco Paolini, che Carlo Freccero mandò in onda il 9 ottobre del 1997 in prima serata su Rai Due e che fece sperare, per qualche attimo almeno, in un cambiamento nei contenuti della televisione pubblica, l’Ing. Biadene, uomo senza scrupoli attorniato da tecnici compiacenti, risultò uno dei maggiori responsabili di questo immane omicidio. Perché di questo si tratta. Qual è il peso dell’allora Ministro dei Lavori Pubblici Giovanni Pieraccini che fece mettere agli arresti domiciliari il Sindaco di Longarone per procurato allarme? Apparentemente nessuno. Certo è che quella notte del 9 ottobre 1963 vide tra le vittime il sindaco e i carabinieri che controllavano la sua casa.

Gli articoli di Tina Merlin su L’Unità

La frana delle 22:39 che cancellò la città di Longarone e ne sterminò gli abitanti insieme a quelli di Erto e Casso, fu un vero e proprio crimine perché progettisti e dirigenti della SADE, l’azienda proprietaria della diga, spinti da loschi interessi economici occultarono la gravità della situazione modificando i dati della frana in atto sul monte Toc. E’ inconfutabile che i maggiori responsabili di questa tragedia furono Carlo Semenza, progettista della diga, Giorgio Dal Piaz, il geologo che presentò rapporti accomodanti sulla situazione della valle e dell’antichissima frattura che affliggeva il monte Toc, e Alderico Biadene che prese il posto di Semenza quando morì improvvisamente per emorragia cerebrale. Le uniche denunce arrivarono da una giornalista de L’Unità, Tina Merlin, che in tre articoli scrisse del grave pericolo che la diga rappresentava per le popolazioni di quella zona. Per questi articoli fu querelata per diffamazione dalla SADE e in seguito prosciolta dalle accuse. I dirigenti della SADE, consapevoli del pericolo effettivo, affidarono in maniera molto discreta ad Augusto Ghetti, professore di Idraulica all’Università di Venezia, le indagini per valutare come avrebbe reagito l’immensa quantità d’acqua nell’invaso della diga nel caso il monte Toc fosse franato.

I 260 milioni di metri cubi di detriti all’interno dell’invaso.

Fu realizzato un piccolo Vajont in scala 1:200 nel Centro Modelli Idraulici dell’Università e sembra che i risultati di questo esperimento fossero esattamente quelli che poi si verificarono la notte del 9 ottobre 1963. Con la connivenza della direzione della SADE, preoccupata di vendere l’impianto alla neonata ENEL, il disinteresse della politica e il silenzio dell’informazione allineata, i sogni, le speranze e la vita di 1917 persone furono cancellate in un istante. Il giorno successivo al disastro il comune di Longarone si scopre decimato: gli abitanti passano da 4.700 a poco più di 3.200. Un terzo dei morti ha meno di vent’anni. Il paese è sparito. Delle sette industrie esistenti, solo la Faesite è rimasta in piedi: in pochi minuti, vanno persi 600 posti di lavoro.