Tempesto d’amore

Se qualcuno, appena sei mesi fa, aveva pensato che le foglioline lanceolate e quel fusto quadrato, tipico delle lamiaceae, potessero funzionare ne’ più ne’ meno del classico rametto d’ulivo oggi,  simbolo di pace, poco più di 180 giorni dopo, è stato costretto a ricredersi.

Le foglioline lanceolate con fusto quadrato sono quelle del basilico, pianta aromatica originaria dell’India e utilizzata nelle cucine asiatiche in Taiwan, Thailandia, Cambogia, Vietnam e Laos per via del marcato profumo delle sue foglie, che a seconda della varietà può essere più o meno dolce o pungente. Il basilico, materia prima del nostro pesto per il quale è bene servirsi di una ben determinata qualità: quel basilico classico genovese che ha un aroma di gelsomino, liquirizia e limone. E a questo punto il mio breve excursus nel food, al pari di una qualunque Renata Briano o Manuela Arata è terminato. Si conclude per tornare alla politica a cui ho fatto riferimento sin dall’inizio. Perché soltanto sei mesi fa, o poco più, si era parlato, con gran clamore, del pesto ligure come patrimonio nell’olimpo del Patrimonio culturale immateriale dell’Unesco, definito dalla stessa organizzazione internazionale «l’insieme delle tradizioni, espressioni orali, arti dello spettacolo, rituali, eventi festivi, artigianato, pratiche agricole tradizionali che sono espressione “vivente” dell’identità delle comunità e delle popolazioni che in esse si riconoscono». Con tanto di raccolta di oltre 25 mila firme in Liguria e i primi pareri favorevoli incassati dalle commissioni nazionali chiamate a valutare la proposta.

Tanto che per propagandare l’iniziativa, e non solo, i nostri deputati del centrodestra Roberto Cassinelli, tanto per fare un nome, insieme al governatore ligure Giovanni Toti e al sindaco di Genova Marco Bucci, avevano persino scomodato i soloni nostrani del pesto con le associazioni “Palatifini” e “L’Enoteca Regionale Ligure” per una degustazione di pesto e prodotti liguri alla quale avevano partecipato il premier Giuseppe Conte e l’allora ministro dell’Interno e leader della Lega Matteo Salvini. Così, per l’occasione, era stata coniata la felice, o infelice, immagine di “Patto del pesto” immaginando un’alleanza, non solo culinaria, del capo leghista e del governatore ligure, già a quei tempi critico nei confronti del cavaliere Silvio Berlusconi e con l’idea di lasciare Forza Italia. Scriveva il 16 aprile Nico Perrone, direttore dell’Agenzia di Stampa Dire in un editoriale per “Dire Oggi”: “È già stato battezzato il patto del pesto. Oggi il leader della Lega, Matteo Salvini, è corso dal suo amico Giovanni Toti, presidente della Liguria, ormai sulla porta di Forza Italia. Appuntamento alla Camera dei Deputati, per il via della campagna nazionale per far riconoscere il “pesto ligure col mortaio” patrimonio Unesco. Sicuramente indigesto per Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia, che solo alla parola aglio si sente male.

Appuntamento molto partecipato quello di oggi, tutti ad assaggiare, foto a raffica di Salvini col mortaio che pesta e… si macchia la candida camicia di un bel verde Lega. Sorrisi, abbracci ed anche un faccia a faccia tra Toti e Salvini fuori da Montecitorio.

Anche per il governatore, in rotta di collisione con Berlusconi e Forza Italia, le prossime elezioni europee sono un segnale importante per procedere più o meno rapidamente al distacco con la navicella madre. Perché Toti considera ormai finita l’esperienza di Forza Italia, non più spendibile e trainante la figura di Silvio Berlusconi e vuole procedere quanto prima alla costruzione di un’alleanza o, meglio, confluenza nella Lega.

Si aspettano i risultati delle Europee. Se Forza Italia uscirà con le ossa rotte, allora Toti spingerà sull’acceleratore chiamando a raccolta tutti i parlamentari azzurri che, avendo capito che papà Silvio non tira più, decideranno di unirsi a Salvini per continuare a tenersi il posto in Parlamento. E se invece a Silvio riuscisse il colpaccio di nuovo? Allora ci si adatterà alle trofie al pesto senz’aglio, patrimonio della poltrona”.

Poi è andata come è andata, con i risultati delle europee, la crescita della Lega e di Fratelli d’Italia e un ulteriore ridimensionamento di Forza Italia. Con Toti sempre più convintamente lanciato verso la creazione di un partito che coprisse l’area moderata assicurando una stampella in più a Salvini. E Berlusconi, che patisce l’aglio, ma non solo, alla finestra. Ma soprattutto, ad agosto con il clamoroso autogol di Salvini, convinto di portare il paese alle elezioni anticipate, poi costretto a lasciare il governo e a cercare di ricostruire un dialogo con il presidente di Forza Italia che rinsaldasse il cento destra in vista dei prossimi appuntamenti per le amministrative. Visto che CinqueStelle e Pd si erano messi d’accordo per costituire un governo che andasse oltre la crisi con Giuseppe Conte nuovamente a capo del nuovo governo.

E, a margine, probabilmente emblematica dei nuovi assetti politici in Italia, l’esclusione del pesto fra i patrimoni dell’Unesco a favore del prosecco. Tanto che Daniele Grillo annotava su “Il Secolo XIX” del 19 ottobre: “Niente da fare per quest’anno, nonostante le 25 mila firme raccolte in Liguria e i primi sì incassati dalle commissioni nazionali chiamate a valutare la proposta. Nel 2019, del resto, l’Italia ha deciso di puntare su un colosso produttivo appoggiato da ben altro potere e con un fatturato di gran lunga più importante e significativo: il prosecco”. Già, il potere, non solo economico, ma anche politico. Come dire che  il demiurgo di Forza Italia ha valutato la fuga in avanti del suo ex delfino Giovanni Toti, come l’aglio: indigesto e causa di fastidio.

Già, l’aglio, come in passato causa di infinite diatribe fra i puristi che ne parlano come alimento inscindibile per il vero pesto alla ligure e gli estimatori di un gusto più soft, sino ad escluderlo, talvolta, nelle ricette di alcune grandi case alimentari. Quell’aglio che talvolta puo’ arrivare ad essere la causa persino di fastidiosi rigurgiti.

Tanto che, dalla tavola alla politica, proprio l’aglio, ingrediente inscindibile, a quanto dicono i puristi del food, potrebbe essere eletto a simbolo dell nuova situazione in Forza Italia e nell’annesso centrodestra. Idea che ha originato il titolo del mio articolo a cui ho inteso dare un titolo parafrasato da una popolare serie televisiva tedesca sbarcata anche in Italia: “Tempesta d’amore”. Storie turbolente, emozionanti, divertenti e romantiche legate all’amicizia, agli amori e alle relazioni tra i clienti dell’Hotel Fürstenhof, lussuoso albergo bavarese.

Location e’ castello di Vagen che sorge nella omonima località dell’Alta Baviera, dove il castello è un albergo noto come Fürstenhof (in tedesco”Corte principesca”). Già corte principesca, ne’ più ne’ meno di quella del demiurgo Silvio Berlusconi, dove i delfini, come Gianfranco Fini, e poi Angelino Alfano, fino ad arrivare al governatore ligure Giovanni Toti, hanno vita breve. Sino ad essere bruciati. Alcuni dolorosamente lasciano addirittura la politica, altri formano nuovi partiti.

Da qui il titolo “Tem…pesto d’amore”, in omaggio agli intrighi, più o meno amorosi, di palazzo. E alla salsa ligure “bocciata”, per quest’anno, nell’elenco dei patrimoni dell’Unesco a favore del prosecco veneto . Emblema dello strapotere del Veneto del governatore Luca Zaia, 51 anni, da Conegliano. Coetaneo del nostro Giovanni Toti.

Perché poi la politica è fatta di incroci e di potere. Potere economico, ma anche politico.

Non a caso in poco più di 180 giorni il panorama politico è cambiato.  Come se si trattasse di un terremoto. Per un paese in via di ricostruzione. A livello nazionale, come dicevo poc’anzi, con Salvini caduto in disgrazia costretto a rabberciare frettolosamente il dialogo con Silvio Berlusconi, magari a scapito dell’alleato Toti. Mentre in Liguria e a Genova la resa dei conti all’interno di Forza Italia, partito originario di Giovanni Toti, è cominciata in sordina per salire precipitosamente nei toni.

Nel giro di qualche settimana Giorgio Mule’, giornalista , ex direttore di “Panorama”, anche lui cinquantunenne, eletto parlamentare nel collegio Uninominale Liguria 1 che raggruppa i comuni attorno ad Imperia, e poi designato come portavoce di Forza Italia per i gruppi di Camera e Senato, si occupa di rinsaldare i rapporti con alcuni capi storici di Forza Italia, primo fra tutti Claudio Scajola, più volte ministro e, attualmente, sindaco di Imperia.

Qualche giorno fa viene dato il benservito a un altro forzista eccellente, il senatore di Forza Italia, Sandro Biasotti, parlamentare di lungo corso ed ex governatore ligure, che perde il suo ruolo centrale di coordinatore regionale. Biasotti, in passato era stato criticato in molte occasioni per i risultati in caduta di Forza Italia, ma soprattutto gli era stato imputato dalla base, ma non solo, di non aver favorito il rinnovamento dei quadri. Tanto che in molti avevano parlato di Forza Italia in Liguria come di un circolo assente sul territorio ma molto attento a perpetuare interessi particolari dei suoi aderenti. A ben vedere le stesse critiche del governatore Giovanni Toti al momento della fondazione del nuovo partito moderato “Cambiamo”. Il governatore ligure pensava ad un’alleanza solida con Salvini, allora ministro dell’interno, predisponendosi, magari a nuove elezioni politiche, favorito dall’erosione delle percentuali del suo partito di origine, e all’ingresso nel suo gruppo di un numero congruo di parlamentari e quadri che ambivano ad una nuova e più giovane dirigenza. Solo che ci si è messa di mezzo una crisi di governo poi risolta con il Conte bis, che, paradossalmente ha permesso all’ottantatrenne di rilanciarsi. E di pensare a bocce ferme alla vendetta.

Il resto è storia di ieri e di oggi, con Biasotti che in un’intervista a “Il Secolo XIX”, ha motivato il suo dimissionamento con il suo atteggiamento troppo “morbido” con il reprobo Toti. Ma a Berlusconi non deve essere piaciuta la sua corsa in avanti, ad abbracciare, seppur in un primo momento, il governatore Giovanni Toti e una sorta di precipitosa retromarcia per restare in Forza Italia. Mentre Laura Lilli Lauro, da sempre una sua creatura, al contrario aveva deciso di trasferirsi armi e bagagli in “Cambiamo”. E l’intervista a “Il Secolo XIX” non puo’ non apparire come l’estremo tentativo di salvare il salvabile che fa il fattore chiudendo le porte dopo che le vacche sono scappate. Non senza togliersi qualche sassolino nelle scarpe tenuto in serbo da tempo nei confronti di quel Claudio Scajola, tornato prepotentemente in auge, da sempre il nemico giurato dello stesso Biasotti. Spiega a “Il Secolo XIX”: “Nel 2005 potevamo vincere (alle regionali n.d.r.) contro Burlando, ma avevo Scajola contro. E lui era uno dei più potenti dentro Forza Italia”.

Intanto si prepara assistendo alla finestra, incerto se dare ancora battaglia in Forza Italia, o dirigersi verso il lido più confortevole di “Cambiamo” con tanto di patente di difensore di Giovanni Toti. Non senza ricordare qualche altro errore commesso dalla leadership del partito a livello nazionale e non, visto che, magari, sarebbe toccato proprio a lui nelle vesti di coordinatore regionale fare la voce grossa. La frecciata è comunque diretta verso altri esponenti che, forse insieme a lui avrebbero dovuto intervenire, da Roberto Cassinelli a Roberto Bagnasco: “Il vero problema è nato con il siluramento dell’assessore Vinacci e con Zangrillo che è suo amico. Ma qui il problema è che è il partito che non c’è più. A livello locale la sede la pago io, le strutture…Insomma è un sacrificio che non sono disposto a fare senza riconoscimento. Gli altri parlamentari liguri di Forza Italia? Cosa vuole che dica? Sono insignificanti. Cosa vuoi litigare quando siamo al 5 per cento? È un livello troppo basso. Mule’ vuole fare il coordinatore? Si accomodi”.

Con risposta al vetriolo di Roberto Bagnasco, altro parlamentare, insieme a Cassinelli, a stretto giro di posta, il giorno dopo: “Cattiveria inversamente proporzionale ai risultati. Sono parole che mi provocano tristezza: a me hanno insegnato ad andare via dai posti prima che qualcuno mi cacci”.
Ecco, grande è la confusione sotto al cielo azzurro di Forza Italia, una situazione grave, ma non seria, la definirebbe Ennio Flaiano.

E tanto per tornare alla cucina e al food da cui tutto ha avuto inizio, per il pesto patrimonio Unesco? Vabbè, per il pesto magari ci si riprova il prossimo anno. Magari senza aglio, come piace al demiurgo Belusconi, che solo alla parola aglio si sente male. Già, Cambiamo, oppure “vediamo”, o anche “restiamo”, che di rigurgiti, sin qui, pesto oppure no, con questa “Tem…pesto d’amore” ne abbiamo dovuti vedere sin troppi.

Paolo De Totero