Minacce e insulti sessisti alla referente della Casa della Legalità di Imperia: “Vaffanculo puttana”

Imperia“Vaffanculo puttana”. “Ti rompo il culo”. “Troia di merda, vi metto io in riga”.
Attacchi volgari e sessisti che lunedì scorso Giovanna D’Adamo, la referente della Casa della Legalità di Imperia, ha messo nero su bianco nella querela che ha presentato ai carabinieri di Arma di Taggia.
Insulti e minacce che risalgono al sabato precedente e arrivano da Antonino Cicala, un agricoltore con cui D’Adamo, che gestisce insieme alla sorella un’azienda di floricoltura, ha spesso a che fare perché condividono le parti comuni di accesso ai terreni e alle serre che ognuno amministra per proprio conto e che Cicala ha da tempo preso in affitto da uno zio della donna.

La miccia cha ha fatto scattare l’aggressione verbale sarebbero le fotografie scattate dalla D’Adamo mentre l’uomo era al lavoro con una ruspa proprio sulle parti comuni. “Qui è una comproprietà – gli ricorda D’Adamo mentre lo riprende – e per fare i lavori si chiede il permesso”.
L’agricoltore reagisce male. Prima prova a farla smettere con gli insulti, “tu, con tutti i D’Adamo non rompere i coglioni”, poi passa agli avvertimenti: “Non fare altre fotografie che ti tiro le pietre e ti spacco la testa”.
Siamo così precisi nel riportarvi il testo delle minacce perché Cicala è rimasto incastrato da un’audio che la floricoltrice ha registrato e consegnato ai carabinieri. Non è la prima volta, infatti, che l’agricoltore reagisce con violenza e dunque la donna è costretta a girare avendo addosso un registratore acceso, anche nel magazzino dove confeziona i suoi fiori.

Ma chi è Antonino Cicala? “La prima volta che ho conosciuto di persona il Cicala è accaduto nell’autunno del 2016 – racconta D’Adamo -, ma i veri problemi sono cominciati nel 2017 quando ha piazzato una telecamera per inquadrare il cortile dell’azienda agricola dove lavoro. Appena me ne accorgo, vado a prendere la macchina fotografica, che tanto infastidisce il Cicala, per documentare la novità e lo vedo attaccato al palo che ne sta posizionando un’altra, puntata verso un box privato. Naturalmente le sue prime parole sono state: «Oh, che cazzo fai». Ho chiesto che venissero rimosse ma le telecamere sono ancora lì e, anzi, se ne è aggiunta un’altra che riprende la strada”.

Difficile convivere con un vicino così “esuberante” e dal passato discusso e dalle frequentazioni non proprio raccomandabili: basista di quello che i giornali dell’epoca avevano battezzato “il clan delle estorsioni”, negli anni ’90 Cicala è stato condannato per tentata estorsione insieme a due affiliati della cosca Pesce di Gioia Tauro, in trasferta in Liguria.

“Per un certo periodo ho visto bazzicare in azienda Domenico Protestì – racconta ancora D’Adamo -,  socio incensurato della Sp Srl Costruzioni che faceva capo a Carmelo Sgrò, imparentato con la cosca dei Gallico di Palmi, e destinatario di un provvedimento di sorveglianza speciale qualificata per ‘ndrangheta. Nella tarda primavera del 2017, ho scoperto che Cicala è lo zio di Domenico Pronestì”.

Ma torniamo al presente.
“Il pomeriggio del 5 novembre – continua D’Adamo – mi dicono che Sanremonews ha ripreso la notizia della Casa della Legalità sulle aggressioni verbali di Cicala, ma senza pubblicare il video.  La giustificazione è stata una non ben precisata scelta editoriale”.
Il titolo dell’articolo? “Taggia: lite tra vicini di terreno finisce su youtube, parole grosse ed anche accuse di mafia”.
Sappiamo tutti il lavoro che la Casa della Legalità svolge come osservatorio sulla criminalità e sulle mafie e di conseguenza, visti anche i precedenti dell’uomo, “relegare il tutto a una lite tra vicini, a me sembra approssimativo”, conclude la sua referente.

Simona Tarzia