Chevron-Texaco in Amazzonia: la storia di una catastrofe ambientale raccontata a Fivedabliu da Pablo Fajardo

PABLO FAJARDO, L’AVVOCATO ECUADORIANO CHE RAPPRESENTA 30.000 CONTADINI E INDIGENI DELL’AMAZZONIA, HA OTTENUTO CONTRO CHEVRON-TEXACO IL PIÙ GRANDE RISARCIMENTO DELLA STORIA PER DISASTRO AMBIENTALE, MA LA MULTINAZIONALE DEL PETROLIO SI RIFIUTA DI PAGARE

356 pozzi petroliferi, 80.000 tonnellate di rifiuti tossici, 60 miliardi di litri di acqua tossica, 2 popoli indigeni estinti.
Sono questi i numeri del disastro ambientale causato nell’Amazzonia ecuadoriana dal colosso californiano del petrolio Chevron-Texaco che, nella sua avanzata inesorabile sulla foresta, dal 1964 al 1990 perforò senza sosta la zona di Lago Agrio, nel Nord Est dell’Ecuador.

Pablo Fajardo

“L’impresa Texaco, oggi chiamata Chevron Corporation, si è resa colpevole di aver contaminato l’Amazzonia ecuadoriana sversando sostanze tossiche senza controllo, nell’aria, nell’acqua, sulla terra”, racconta Pablo Fajardo, l’avvocato e attivista ecuadoriano che ha umiliato Chevron in tribunale.

“C’era petrolio dappertutto, sui vestiti, sui muri, nei piedi” perché “Chevron aveva ricoperto tutte le strade sterrate con petrolio grezzo“, ricorda Fajardo che poi descrive il caldo dei “mecheros”, gli inceneritori dei gas di scarto dell’estrazione, dai quali fuoriuscivano fiamme che scaldavano il suolo tutt’intorno oltre i 100°C, “una combustione che ha contaminato anche l’aria”.

Ma c’è di più.
Secondo i fatti raccontati in tribunale, Chevron perforò 356 pozzi e per ogni pozzo scavò quattro o cinque piscine dove accumulava l’acqua tossica usata per l’estrazione. Piscine che erano sempre vicine a un fiume. La trovata era quella di disfarsi delle scorie in modo veloce ed economico.

Il popolo Tetete e il popolo Sansahuari si sono estinti per le azioni compiute da Chevron-Texaco in Amazzonia. Allo stesso modo siamo certi che i Siona – una popolazione indigena che vive tra Ecuador e Colombia, stimata intorno alle 550 persone – siano sulla via dell’estinzione”, continua Fajardo.
La contaminazione dell’acqua ha ucciso la pesca e i popoli sopravvissuti della provincia di Sucumbíos, dove ricade il cantone di Lago Agrio, sono stati sottomessi all’economia di mercato che li ha trasformati in operai dell’industria del petrolio.

Si stima che sorvolando sulle norme di gestione dei rifiuti, Chevron in 26 anni di sfruttamento abbia risparmiato circa 8 miliardi e mezzo di dollari.

Quella raccontata da Fajardo è la storia del pericolo mortale che si nasconde dietro il mito della produttività, ma è anche la storia di una battaglia legale che alla fine ha fissato per Chevron-Texaco la multa più alta nella storia delle cause ambientali: nove miliardi e mezzo di dollari destinati alle opere di bonifica.

Peccato che il colosso del petrolio stia facendo di tutto per non pagare.
Sottolinea Fajardo: “Noi abbiamo vinto la causa in ogni grado di giudizio, anche di fronte alla Corte Costituzionale alla quale si era appellata Chevron. Questo nel giugno del 2008. Il problema è che Chevron si è rivolta a un organo di arbitrato internazionale (ISDS) e questo arbitraggio, che non è una corte ma un tribunale privato, il 30 agosto 2018 ha emesso un lodo contro l’Equador ordinando allo stato di annullare la sentenza favorevole al popolo indigeno”.
Ma andiamo con ordine. Il meccanismo dell’ISDS – Investor-State-Dispute-Settlement – è una procedura prevista negli accordi internazionali di investimento per gestire le controversie tra investitori privati e Stati ospite.
Se vi chiedete come funziona la spiegazione è semplice: se una multinazionale ritiene che una risoluzione statale freni i suoi profitti, potrà rivolgersi all’arbitrato internazionale trascinando il governo davanti a questo tribunale privato e semisegreto che decide a porte chiuse di diritti umani, ambiente, salute e lavoro, esclusivamente in base ai principi del diritto commerciale.
E infatti “questi arbitri hanno imposto al governo ecuadoriano di impedire ai querelanti di far valere la sentenza al di fuori dell’Ecuador e di risarcire Chevron delle spese processuali di una causa durata 26 anni”.

E qui la questione si complica. Dovete sapere che il colosso Chevron-Texaco non possiede beni in Ecuador e dunque bisognerebbe confiscarglieli all’estero facendo riconoscere il provvedimento emesso dall’autorità giudiziaria ecuadoriana in un altro paese dove la multinazionale ha dei possedimenti.
“Per far riconoscere la sentenza all’estero abbiamo intentato tre procedure di exequatur in Brasile, Argentina e Canada, ma tutt’e tre sono state ricusate con la motivazione che i beni appartengono a una filiale e non all’impresa madre. Cioè, Chevron si nasconde dietro la forma giuridica delle filiali per evitare le sue responsabilità”.
“È così in tutto il mondo”,
 si arrabbia Fajardo che ci tiene a precisare come questa struttura giuridica lasci il popolo in balia dei crimini aziendali e senza la possibilità di ottenere giustizia. Tutte le più grandi imprese petrolifere come Agip, Perenco, Chevrov, Exxon, operano attraverso filiali e quando devono pagare, come nel caso di Chevron, dicono che non pagano perché la filiale non è di loro proprietà, è autonoma e indipendente rispetto alla casa madre. Quando però devono prendere i soldi, allora sì che la filiale è la loro“.

In tutto questo, anche il governo ecuadoriano sta facendo la sua parte. Ma contro i popoli indigeni. Sentite cosa ci spiega Fajardo: “Noi Stiamo lottando contro il lodo arbitrale però sfortunatamente oggi il governo dell’Ecuador sta violando il nostro quadro costituzionale e si sta alleando con Chevron, e sta facendo anche tutto il possibile per impedire l’omologazione all’estero della sentenza ecuadoriana. Oggi la nostra battaglia è sia contro Chevron-Texaco che contro lo stato ecuadoriano“.

Esiste, in effetti, un’impunità corporativa globale contro la quale le Nazioni Unite stanno discutendo da tempo un Trattato Vincolante su diritti umani e imprese che permetta di adottare uno strumento internazionale giuridicamente vincolante per garantire la responsabilità transnazionale delle multinazionali.
Ma c’è un problema, ed è l’Unione Europea.
“Sono cinque anni che l’UE sta provando a ostacolare il processo di definizione del Trattato e non consente che vada avanti – denuncia Fajardo -. È una cosa gravissima ma la spiegazione è ovvia: molte multinazionali che sono parte del problema, incluso il riscaldamento globale, hanno sede in Europa”.

Simona Tarzia

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