“Guerra della benzina” in Iran, almeno 100 manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza in questi 5 giorni di proteste

LE PROTESTE SONO INIZIATE IL 15 NOVEMBRE DOPO L’ANNUNCIO DA PARTE DEL GOVERNO DELL’AUMENTO DEL PREZZO DELLA BENZINA, UN PROVVEDIMENTO DESTINATO AD AVERE UN DURO IMPATTO SU UNA POPOLAZIONE GIÀ ALLE PRESE CON LA CRISI ECONOMICA.

SPARISCE LA DIFENSORA DEI DIRITTI UMANI SEPIDEH GOLIA, LE SUE TRACCE SI SONO PERSE DOPO IL SUO ARRESTO

Attraverso l’esame di filmati, testimonianze oculari e informazioni fornite dagli attivisti per i diritti umani che vivono fuori dall’Iran, Amnesty International ha ricostruito un terribile schema di uccisioni illegali ad opera delle forze di sicurezza iraniane, che hanno usato forza eccessiva e letale per stroncare le proteste contro l’aumento del prezzo della benzina.

Secondo informazioni ritenute credibili da Amnesty, sono stati uccisi almeno 106 manifestanti in 21 città. L’organizzazione ritiene tuttavia che il numero effettivo possa essere più alto; secondo alcune fonti potrebbe essere arrivato anche a 200. Gli organi d’informazione statali hanno parlato di una manciata di manifestanti uccisi e di almeno quattro vittime anche tra le forze di sicurezza.
Le immagini video analizzate da Amnesty, infatti, mostrano le forze di sicurezza usare armi da fuoco, cannoni ad acqua e gas lacrimogeni per disperdere le proteste, nonché manganellare manifestanti. I bossoli rimasti sul terreno, così come l’elevato numero di vittime, fanno supporre che siano state usate pallottole vere.

“Le autorità iraniane devono porre immediatamente fine a questa repressione brutale e mortale e mostrare rispetto per la vita umana” – ha dichiarato Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International -.“La frequenza e la persistenza dell’uso della forza letale contro le attuali manifestazioni pacifiche e in precedenti proteste di massa, così come la sistematica impunità per le forze di sicurezza, fanno seriamente pensare che l’uso intenzionale delle armi da fuoco per stroncare le proteste sia diventato una politica statale”, ha aggiunto Luther.

Le più alte autorità iraniane, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, hanno diffuso dichiarazioni in cui hanno descritto i manifestanti come “banditi” e hanno dato semaforo verde alle forze di sicurezza per stroncare le proteste, tanto che anche L’Onu si è detta “allarmata” dalle notizie del “significativo” numero di vittime.

In cento città del Paese i manifestanti hanno bloccato le strade, fermando le proprie automobili come segno di protesta. Le immagini verificate da Amnesty International mostrano agenti della polizia anti-sommossa rompere i vetri delle automobili con i guidatori ancora all’interno. Secondo testimonianze oculari corroborate da video verificati da Amnesty International, manifestanti sono stati colpiti da cecchini piazzati sui tetti e, in un caso, su un elicottero.

Mentre la maggior parte delle manifestazioni è apparsa pacifica, in alcuni casi con l’aumento della repressione da parte delle forze di sicurezza un piccolo numero di manifestanti ha iniziato a lanciare pietre e a incendiare e danneggiare banche e altre strutture. “Anche quando una piccola minoranza di manifestanti ricorre alla violenza, la polizia deve sempre esercitare moderazione e non usare una forza maggiore di quella necessaria, proporzionale e legittima rispetto alla violenza che fronteggia. La violenza di poche persone non giustifica una reazione massiccia e sconsiderata”, ha commentato Luther.

Alcuni testimoni oculari hanno affermato che le forze di sicurezza hanno portato via cadaveri e feriti dalle strade e anche dagli ospedali. Come già successo in passato, in molti casi le forze di sicurezza e i servizi d’intelligence hanno rifiutato di restituire le salme alle famiglie o hanno costretto queste ultime a seppellire i loro cari in tutta fretta e senza che un’autopsia indipendente avesse potuto chiarire cause e circostanze della loro morte. Ciò è contrario agli standard e alle norme internazionali sulle indagini relative alle uccisioni illegali.
Gli organi d’informazione statali hanno riferito che, alla data del 17 novembre, erano stati arrestati oltre 1.000 manifestanti e tra questi anche la difensora dei diritti umani Sepideh Gholian, di cui si sono perse le tracce. Amnesty International teme possa essere sottoposta a tortura.

Tuttavia le notizie che arrivano dal Paese sono frammentarie perché dal 16 novembre Teheran ha bloccato gli accessi a Internet, imposto per limitare il flusso di informazioni al mondo esterno sulla repressione in corso. Tutte le reti mobili sono state disconnesse.