Fabio, Andrea e il silenzio della politica

Non ho udito fra il tintinnar di campanellini di renne, fra la notizia di un’accensione e quella uno spettacolo di luci, fra un itinerario da una passatoia ad un red carpet, fra uno scambio rituale o irrituale di auguri, fra cene e incontri del di’ che si approssima alla festa, fra una raccolta di firme e un’altra – intendiamoci doverosa come denuncia dell’avversario di turno che ne ha combinate di sconcezze-…non ho udito – o almeno non mi è capitato di ascoltare – una sola parola – neppure di vana solidarietà –  provenire dalla politica nei confronti di Fabio e Andrea. E nemmeno ho udito una parola, più o meno vana, dei rappresentanti delle istituzioni, solitamente così prodighi di esternazioni. Un vuoto, un silenzio assordante di chi dovrebbe rappresentare la città, di chi dovrebbe difendere la città, di chi dovrebbe conoscere la città non solo per il suo territorio, ma anche nelle sue dinamiche produttive e industriali.

E dire che di solidarietà della categoria, dell’ordine, dei colleghi ne ho vista tanta. Non potrebbe essere altrimenti per Andrea Leoni e Fabio Bussalino, compagni di avventure che, con le loro foto, trasmettono da una vita immagini di cronaca a Genova e fanno informazione. La solidarietà, si diceva una volta, non si nega a nessuno. Eppero’, giustamente, non sempre puo’ bastare. Per questo il silenzio di politici e istituzioni mi è sembrato particolarmente preoccupante anche se la città politico-istituzionale in questi giorni è impegnata ed orientata altrove. Praticamente a rimirarsi l’ombelico per il Natale che verrà. E, magari,  a tapparsi anche gli occhi aspettando la festa, per ritrovarsi, “passate le feste e gabbato lu santo”, più misera e immiserita di prima.

Ho seguito sui social tanti post di solidarietà degli addetti ai lavori e persino qualche benaltrista di vecchio stampo che la metteva sul vecchio dualismo fra fotografi e giornalisti, fra fotoreporter e writer. I primi carne da cannone, i secondi, ma solo quelli più fortunati i garantiti.

 E mi è capitato di osservare che il problema principale non era quello ma l’orientamento sull’informazione di manager ed editori che metteva sotto scacco impoverendo la nostra città, destinata, e stavolta per davvero e non come aveva blaterato il sindaco Marco Bucci in campagna elettorale, ad essere periferia di Milano o di Torino.

E questo, insieme al progressivo depauperamento della nostra città come emblema tangibile di questo processo dovrebbe essere a mio parere un argomento importante di cui politica e rappresentanti istituzionali dovrebbero occuparsi tempestivamente. Anche perché la logica è sempre la stessa. Prima i tipografi e poi i fotogiornalisti, categorie più deboli e meno protette contrattualmente. Il che, anche per un certo disinteresse e per il fatto che i due “esodati” in questione lavorino per un quotidiano schierato politicamente, ricorda tanto la frase tornata recentemente in auge attribuita al pastore luterano e teologo tedesco Martin Niemoller: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”. Talche’ anche fra i giornalisti, e soprattutto fra i freelance con contratti a termine l’apprensione inizia ad essere grande – anche se il Natale è alle porte – per l’anno che verrà.

E comunque politica ed istituzioni sono i grandi assenti in questo dibattito sul l’informazione e sul pluralismo che rischia  di autoemarginarsi e di limitarsi in un confronto fra addetti ai lavori. Fra chi dice che fra una foto professionale e uno scatto del telefonino c’è una bella differenza e chi, magari sostiene, che nell’immediatezza dei social anche quello che attesta il momento e la realtà può andare bene.

Poi ci sono cose che in qualche modo inducono a riflettere e probabilmente a guardarsi un po’ indietro: dai giornalisti che per compiacere gli editori hanno assunto mansioni che una volta erano esclusivamente dei tipografi, a quelli che hanno iniziato a girare con la telecamerina al seguito rinunciando alla troupe o all’operatore. Ci è stato detto che era l’unico modo per realta’ piccole di continuare a sopravvivere. E serviva poco, probabilmente, farne una ragione di qualità oltre che di competenza.

Poco più di un mese fa mi è capitato di incrociare sul profilo di Fabio Bussalino un fotoservizio di 38 immagini sulla mareggiata che aveva colpito con danni ed esiti disastrosi la Liguria. Lo aveva pubblicato in line proprio “La Repubblica” il quotidiano per il quale Fabio e Andrea lavoravano. A corredo la bellezza di due righe. “ Il mare si è alzato su tutta la riviera ligure, a Sestri Levante ha costretto alla chiusura dell’Aurelia. A Genova non si registrano danni, ma le onde sono impressionanti”. A dimostrare, se ce ne fosse bisogno,  che con foto d’autore e un sottocliche’ stringato si può fare egualmente informazione. Anzi che l’immagine si presta di più ai social che puntano sulla stringatezza e sull’immediatezza

E nonostante tutto la politica continua a far finta di niente. Poi magari dopo le elezioni regionali, o addirittura prima, si ritroveranno a fare i conti con una città che ha svenduto completamente i suoi giornali e mandato a casa i giornalisti. Coltivando consapevolmente, o anche no, l’illusione  un po’ becera del fai da te e della comunicazione in cui l’informazione diventa propaganda. E forse è proprio per questo che di Andrea e Fabio, e poi per gli altri che verranno, alla politica importa poco o niente.

Paolo De Totero