La febbre dei saldi di sera

Con straordinaria puntualità si è ripetuta, quasi una cerimonia di una sacralità laica, a collegare il postNatale e il postCapodanno, con un lungo conto alla rovescia che va ad introdurre l’epifania, che tutte le feste si porta via. Che poi, a ben pensarci, il periodo non poteva che risultare più azzeccato, persino etimologicamente, visto che epifania finisce per significare “feste dell’apparizione” e quindi “manifestazione della divinità”. E i saldi potrebbero essere ragionevolmente presi in considerazione come principale forma di adorazione del consumismo, anzi come rituale della sua rivelazione. Una umana debolezza che, nonostante tutte le avversità, ogni anno si rinnova. Con tanto di Re Magi in viaggio al seguito del miraggio luminoso della stella cometa e successiva adorazione di una febbre che assume, più o meno, la forma di una entità da adorare. Perciò tra favola e realtà tra fatine dai capelli turchini o sberluccicanti che, con la bacchetta magica, abbassando i prezzi renderebbero possibili i sogni, e vecchietta male in arnese che, volando a cavallo di una improbabile ramazza,  ti riempie le calze di dolciumi e carboni, anche quest’anno la cerimonia si è ripetuta annunciando proprio la befana, antico vettore latore di gioie e delizie. Insomma specie di questi tempi, vissuti tra crisi e sogni, mai allegoria avrebbe potuto essere più calzante. Tanto che molti hanno preferito posticipare l’arrivo dell’altro vettore Babbo Natale facendolo coincidere, o quasi con quello della Befana per mettere il regalo sotto l’albero. Più conveniente attendere l’arrivo dei saldi per fare acquisti, soprattutto per evitare la rabbia di vedere nelle medesime vetrine  lo stesso articolo acquistato appena qualche giorno prima in vendita a prezzi straordinariamente più accessibili.

E in taluni negozi il conto alla rovescia cessa già alla mezzanotte. Mentre in altri, già qualche ora prima dell’apertura, si finisce per registrare lunghe code in attesa davanti agli accessi che commesse o titolari aprano finalmente le porte per dare l’avvio alle danze. Una vera e propria febbre da consumi con relativa sfida all’acquisto dell’occasione più ghiotta. Perciò è tutto un fiorire di iniziative più o meno a supporto con la pubblicità in primo piano, che ovviamente una volta di più e mai come in questa occasione finisce per essere l’anima del commercio. Perciò, quasi si trattasse di un fantastico periodo dell’oro capita con straordinaria ritualità di assistere a qualche mirabolante miracolo. Ad esempio che l’amministrazione in carica raccomandi ai solerti controlllori di Genova parcheggi e della consorella Apcoa di astenersi dall’esigere il pagamento della sosta, ed anzi con estrema magnanimità conceda tre giorni di parcheggi gratuiti nelle aree di sosta comunali. Per l’intera giornata di sabato 4 gennaio 2020, su tutto il territorio genovese, l’Amministrazione Comunale è  stata riproposta la sosta gratuita nelle zone Blu Area e nelle Isole Azzurre (le aree gestite da Genova Parcheggi). Mentra Apcoa si è  limitata ad aderire all’iniziativa per quanto riguarda i parcheggi di piazza della Vittoria gestiti a parcometro per la sola giornata di sabato 4 gennaio. La fine del “Bengodi”, comunque è prevista per stasera, perché domani, che già tutte le feste si è portata via, si ritornerà regolarmente a pagare, nonostante la data in cui insaldi termineranno è stata decisa per il 17 febbraio. Insomma, nonostante l’iniziativa sia stata concordata con le associazioni del commercio per favorire cittadini ed operatori commerciali, qualche mugugno si è levato egualmente dai negozi periferici dove l’esenzione non ha funzionato. Ma a protestare sono stati anche gli ambientalisti, obiettando che non si doveva incentivare l’assalto delle automobili in centro ma al contrario il trasporto pubblico. Ricorrendo, magari per la seconda volta alla gratuita dei mezzi pubblici. Esattamente come già successo per l’emergenza dopo i problemi delle autostrade liguri.

E, comunque, come sempre qualche politico ci ha messo il cappello, dal sindaco all’assessore al commercio Paola Bordilli, per esempio: “Si tratta di un segnale concreto di attenzione alle attività commerciali della città, da sempre richiesto dalle Associazioni di categoria del commercio. La mobilità e la sosta hanno una diretta ricaduta sul commercio e la volontà dell’Amministrazione comunale è quella di creare occasioni particolari come quella dei primi giorni di saldi invernali per appoggiare e sostenere il tessuto commerciale di Genova. Invito tutti i genovesi a sfruttare anche questa opportunità e, nei ben tre giorni consecutivi di sosta gratuita, scoprire e sfruttare i saldi e i negozi della nostra  città, che valorizzano le vie e le tengono accese”.

Insomma, tema scottante quello del commercio, specie in una città da record per quanto riguarda l’invecchiamento degli abitanti. In una Regione dove secondo una statistica dell’estate dello scorso anno nel corso del 2018 ogni giorno 1,5 imprese del settore del commercio hanno chiuso i battenti. A perdere il lavoro quasi 15 persone al giorno. E sono numeri che emergono dall’analisi di Uniocamere Liguria relativa ai dati congiunturali di due anni fa. Poi pero’ ci sono i saldi e ascoltiamo le solite dichiarazioni di rito. Anche perche con le regionali alle porte mai offrire le spalle al nemico.

E poi c’è tutta la faccenda dei centri commerciali che hanno messo in ginocchio il commercio di quartiere tanto che da qualche tempo è nato su facebook un gruppo per la difesa dei negozi genovesi che propone addirittura una sorta di consorzio in opposizione ai giganti dell’e commerce. Si’ perché, poi al di là dei vuoti riti delle dichiarazioni di qualche opportunismo dei politici di turno, l’Unione potrebbe fare la forza. Anche se, risolto in qualche modo il problema della comunicazione capillare, resterebbe quello più grosso dell’abbattimento  dei costi, su cui vive l’ e commerce. Intanto sabato, primo giorno di saldi, e nonostante le brutte notizie per chi viaggia in autostrada sulle reti liguri, la rituale coda verso Serravalle, ripetutasi il giorno successivo. E poi rituale per rituale, il bilancio del primo giorno di saldi in cui, ritualmente, i commercianti si lamentavano. Molta gente in giro a dare un’occhiata ma pochi acquisti. Insomma più curiosi che persone realmente intenzionate a togliersi uno sfizio. Che poi c’è sempre tempo per un’ultima sguardo sui social per constatare se anche a prezzo di saldo sia più conveniente in un negozio o in Amazon.

Che poi anche quello dei corrieri, alla fine risulta un problema in prospettiva. Perché poi tutto è un anello della stessa catena che si basa sulla produzione, sul lavoro e sui consumi. Sui nuovi lavori e sulle nuove forme di sfruttamento.

Ad esempio, tanto per rimanere in tema in questi giorni che dopo Natale e Capodanno ci hanno immesso direttamente sul rettifilo della febbre dei saldi, dal 2 gennaio e nelle sale cinematografiche l’ultimo fil di Kean Loach “ Sorry  we missed you” regista ottantaduenne che non a caso fa un cinema definito resistenziale. E romantico, piu’ o meno come quel gruppo che si è messo in testa di fare concorrenza ad Amazon con un consorzio di negozianti genovesi.

Perché Loach nel suo film si è messo intesta di raccontare dei corrieri dell’e commerce, non a caso definiti “i nuovi schiavi senza padrone”. Che poi il consumismo e anche questo, ovvero l’effetto dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo per contenere i prezzi ed aumentare i profitti. Vecchie regole di socialismo. Scrive comunque Teresa Marchesi, prendendo ispirazione da quel clima di feste natalizie nell’aria “Chissà se succede anche a voi: in questi giorni ospito a ripetizione i pacchi di Amazon ordinati dai miei coinquilini. “Sorry we missed you”, il film di Ken Loach che il 2 gennaio riporta nelle nostre sale l’ottantaduenne più militante del cinema, è il film che Amazon non avrebbe mai potuto produrre. Dico Amazon perché il faraonico business dell’e-commerce si basa – questo racconta la storia – su tecniche di sfruttamento che stritolano vite umane. Era in concorso a Cannes, ma ne riparliamo perché a gennaio sarà travolto dal sovranismo distributivo (1.200 copie!) di Checco Zalone.

Nessuno, a parte Ken Loach, ci racconta nel cinema il lavoro che cambia, in forme che fanno sembrare la catena di montaggio un Paradiso perduto. Tutto è perduto, anche la speranza e la dignità, per la famigliola di Newcastle che sogna solo di riuscire a risparmiare due soldi per comprarsi casa. Abby (Debbie Honeywood ) fa assistenza domiciliare agli anziani, arco orario dalle 7.30 alle 21. “Che fine hanno fatto le 8 ore?”, le chiede un’assistita. Ricky (Chris Hitchen) con la crisi dell’edilizia è senza lavoro. Il miraggio dei nuovi mercati ‘tecnologici’ è diventare autista-proprietario di un furgone per le consegne dei pacchi. Sono servizi che usiamo tutti, meglio sapere cosa c’è dietro.

Ken Loach registra il nuovo lessico delle società: non più “dipendente” ma “prestatore di servizio”, non più salario ma “onorario”. “Non lavorerai per noi ma con noi”, gli dicono. Una franchise: suona bene. Non c’è più un padrone a sfruttarti, ti sfrutti da solo. Perché il controllo computerizzato  che garantisce la tracciabilità ininterrotta dei plichi multa ogni intoppo ‘sull’ora di arrivo stimata’. Tutti hanno a bordo la bottiglia per pisciare. Se non lavori un giorno, anche soltanto un’ora, devi pagare qualcuno che ti sostituisca.

Per comprare il furgone la famiglia ha venduto l’unica auto. Abby si sposta tra case lontane con l’autobus. E i due figli vengono su fuori controllo. L’adolescente Seb, graffitaro in rivolta, si fa sospendere a scuola e arrestare per furto di bombolette. Le 14 ore al giorno che il padre ha in tabella vanno in pezzi.

Ma i telefoni – l’articolo più gettonato via Internet – sono merce preziosa: aggredito, massacrato di botte e derubato del carico, Ricky dovrà pagare di suo 1000 sterline per il box elettronico che gli hanno fracassato. Regole contrattuali. Curarsi, star male, non è contemplato.

Questo è il degrado della liberalizzazione selvaggia che racconta Ken Loach con Paul Laverty, sceneggiatore dei suoi ultimi 17  film: non più vita, famiglie allo sbando, e non per mancanza d’amore. È la trappola del lavoro precario che diventa regola,’ indipendente’- termine ambiguo- solo per ridurre i costi e privatizzare i benefici. Non per te che sgobbi, per i committenti e gli intermediari.

Quello di “Sorry we missed you” è uno sguardo lucido e disperato. Non c’è più nemmeno l’orgoglio artigiano di “Io, Daniel Blake”, l’ultima Palma d’oro di Loach. Parla di una fascia di lavoratori in crescita esponenziale, che Theresa May definiva “quelli che ce la fanno appena”. Per coerenza, Hitchen, neo-attore protagonista del film, ha fatto l’idraulico fino a 40 anni. I corrieri con cui lavora sono camionisti veri. In due parole: è Ken Loach. Che Dio ce lo conservi. Due anni fa aveva annunciato il suo ritiro dal cinema. Per fortuna ci ha ripensato”.

Gia perché poi, qualcuno, nell’infinita catena di produzione, distribuzione, vendite e acquisti quelle svendite a prezzo di saldo finisce per pagarle, in qualche modo di tasca propria. “Quelli che ce la fanno appena”. E regolarmente non accade a chi nella piramide sta più in alto. Solitamente è quello che per destino si trova in mezzo, anzi, più in basso.

E così le svendite a prezzo di saldo, nel commercio, ma persino nel costume e nel vivere quotidiano appaiono tragicamente sempre più frequenti. In una eterna corsa al ribasso, dove per strada si perde qualche pezzo. Magari la sicurezza, oppure l’attenzione al welfare. In una eterna rincorsa al prezzo che fa la concorrenza. Succubi delle regole del mercato libero che ti prende alla gola e stringe.

Prendiamo, per esempio quel ponte tracollato, dove il fattore sicurezza è stato svenduto a prezzo di saldo. Prendiamo le gallerie autostradali, con quelle volte colpevolmente compromesse. Oppure la sanità, con quei macchinari usurati e in tilt. O ancora la sanità con i pronto soccorso intasati nei giorni delle festività.

O la tracotanza di certi comunicatori stipendiati che vorrebbero a bella posta che le fonti di informazione riportassero solo la loro versione distorta adeguatamente perché così serve alla propaganda. Prendete le fonti di informazione, dove ormai sempre più spesso la catena di montaggio delle notizie dipende dai social e dalla loro velocità e l’informazione stessa ne risulta sempre più mediata. Perché poi per le leggi del profitto, sempre le stesse, nella catena a qualcuno tocca rinunciare a qualche cosa. Che va a discapito, solitamente, di chi sta alla base. In un’eterna fiera della notte dei saldi. “Sorry  we missed you”. Cooptati in una lunghissima corsa al risparmio. Che magari poi ci costerà la vita.

Giona

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