Il paese dei campanelli

Confesso, ho peccato in opere, pensieri, fatti. E persino omissioni. Lasciandomi attrarre, come molti altri del resto, dal linciaggio al “capitone/capitano” incappato nella polemica del Pilastro e del citofono.

 Intendiamoci mi sono limitato, di fronte alla marea montante di insulti ad un unico post, irridente il giusto, che diceva appunto “Il paese dei campanelli”, lasciando intendere l’atmosfera da operetta in cui siamo piombati. Però nulla di più.

Anche se poi mi sono accorto che quel riferimento ai campanelli, quei campanelli che ad ogni rischio di tradimento dovrebbero risuonare, proprio come vorrebbe la piece musicale ambientata in un borgo olandese dove per tradizione si ha a cuore la tutela del focolare domestico, in questo nostro paese potrebbe essere estensibile ad un numero imprecisato di vicende di questa ultima settimana. Come dire che tra informazione e disinformazione, tra fatti e misfatti, tra realtà e percezione in conclusione si finisce per perdere la bussola confondendo l’importanza delle vicende e la loro supposta o presunta priorità. Insomma, facendo confusione fra una caccia alle streghe e un gioco da ragazzini, fra la violenza del farsi giustizia da soli e l’esercizio di un legittimo diritto di denuncia, cavalcando cinicamente dolore della mamma di un ex tossicodipendente gravemente malato che ha deciso di togliersi la vita con un’overdose, abbiamo finito tutti per fornire un pessimo servizio a chi in qualche modo ricerca brandelli di verità. Anzi, disorientati e frastornati abbiamo contribuito a diffondere versioni imprecise e non verosimili.

Ingarbugliati nel passo indietro di Luigi Di Maio con tanto di possibile crisi di governo, interdetti da quello menzionato da Amadeus per la bella Francesca Sofia Novello, compagna di Valentino Rossi, primo passo in avanti dell’operazione di lancio del Festival di Sanremo. E poi a seguire, sempre per il ciclo “perché Sanremo è Sanremo”, la partecipazione o meno del rapper presunto sessista Junior Cally con acclusa polemica sullo stato dell’arte, per finire ai compensi milionari per Georgina Rodriguez, fidanzata – un dribbling indietro o uno avanti non è dato sapere – di Cristiano Ronaldo al secolo Cr7, e quello stratosferico dell’ex guitto da Oscar Roberto Benigni. Anche in questo caso con tanto di campanelli social trillanti e qualche bracciata nella vasca rassicurante del politically correct e del perbenismo.

E poi ci sono quegli auguri di morte per l’allenatore del Bologna Sinisa Mihajolovich reo, secondo qualcuno di aver sostenuto il capitano Matteo Salvini impegnato nei comizi elettorali che un po’ raggelano visto che l’ex calciatore serbo di Lazio, Inter e Samp da mesi lottta per sopravvivere ad una grave forma di leucemia. Il tutto senza mai prendere in considerazione la storia dell’uomo Mihajlovich che già in gioventu’ aveva fatto storcere almeno un po’ il naso ai tifosi del politically correct. Spiega Federico Brasile in un lungo articolo su “Contrasti” circa la personalità del serbo: “Sinisa Mihajlovic è così, prendere o lasciare. È un uomo di un’altra epoca, cresciuto in un altro contesto ancor prima che in un’altra parte del mondo: non facciamo distinzioni geografiche, tuttavia un elemento chiamato guerra fa tutta la differenza del mondo nella personalità e nel carattere di un individuo. Aver vissuto certe dinamiche è anche complesso da spiegare: di base noi non riusciamo a capire, dalla nostra prospettiva parzialissima, confortevole e semplificatrice, che in certe pieghe della storia ci si può semplicemente trovare“… Il tutto come ulteriore dimostrazione che spesso digitiamo qualche cosa pur avendo disconnesso l’uso della ragione, tifosi e faziosi, lasciando da parte la necessaria pietas. Quella che si raccomandava di tener in debita considerazione prima di affrontare la dibattuta questione su Bettino Craxi statista in esilio o ladrone latitante tornata in auge con il film sugli ultimi suoi mesi ad Hammamet prima di morire, anche lui, guarda caso in seguito ad una malattia. E così, mentre infuriano le polemiche tra sessismo presunto o supposto, lotta alla droga presunta o supposta e cala qualche accusa di razzismo con tanto di proteste del consolato tunisino, e piovono auguri di morte per un uomo che con grande forza di volontà cerca di sopravvivere per se e per la sua famiglia, ti capita di leggere la denuncia del presidente della Commissione antimafia Nicola Morra che invita tutti a non lasciarsi distrarre dall’incessante trillio del paese dei campanelli per provare a dare un ordine alle priorità del paese. Tanto che Morra accusa: “Veniamo distratti dalle pantomime grottesche dei citofonisti d’assalto, dalle polemiche tradizionalmente ricorrenti su Sanremo, ma dobbiamo rimuovere quanto sta, faticosamente, avvenendo in Calabria”.

Così il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, ha stigmatizzato con forza la scarsa attenzione a livello nazionale sul nuovo e concreto allarme per un possibile attentato al procuratore della Dda di Catanzaro, Nicola Gratteri. Qualche giorno fa infatti, sono trapelate notizie sulla preparazione da parte della ‘ndrangheta di un piano per eliminare il magistrato. Allarme che ha determinato un incremento delle misure di sicurezza a tutela della sua incolumità. “Quanti organi di informazione ne hanno scritto?”, ha chiesto retoricamente Morra dalla sua pagina facebook. “Magistrati trasferiti e indagati – continua il suo post -, poliziotti e carabinieri infedeli allo Stato arrestati, scorta ulteriormente rafforzata a Gratteri, ma tutto va bene nella punta dello Stivale. E poi ogni tanto ci dicono che la ‘ndrangheta è diventata la mafia più potente al mondo! Che seccatura”.

Il tutto tra polemiche di genere per Sanremo con il battage pubblicitario che continua a produrre like e mal di pancia, tra il nome di un ospite eccellente e quello di un potenziale artista che decide di dare forfait, magari in segno di protesta solidarizzando con qualche fidanzata costretta a restare un passo indietro. Proprio mentre viaggiano in rete e sui siti in line le indiscrezioni politiche sui presunti nemici di Di Maio e sui nomi dei successori a capo del movimento pentastellare. Con  il “capitano/capitone” citofonista magistrale interprete di uno spot elettorale mirabilmente coerente, che lo ha portato dall’operazione “campanelli e citofoni” al collegamento con la trasmissione di Bruno Vespa “Porta a Porta” che annuncia che la sua priorità è la lotta alla droga. Dimenticando a bella posta quanto lo smercio di droga sia fenomeno redditizio per l’ndrangheta. Insomma, tutti distolti da quel frastornante stridore di campanelli per poter elaborare un qualche ragionamento che non si limiti all’annotazione del momento.

E c’è un altro episodio di questi giorni sul quale vale la pena di riflettere in vista della celebrazione della giornata della memoria. Una vicenda che, oltre a farci riflettere sulla “banalità del male”, dovrebbe costringerci a porci qualche domanda sull’ignoranza rispetto alla storia ma non solo, visto che Oscar Wilde diceva “La pubblica opinione è un tentativo di organizzare l’ignoranza della gente, e di elevarla a dignità con la forza fisica”.

Vorrei parlare della scritta antisemita comparsa sulla porta di casa di Aldo Rolfi, figlio di Lidia, partigiana deportata a Ravensbruck nel 1944, una delle grandi voci dell’orrore dei lager. La scritta “Juden hier”, “qui ci sono ebrei”, come nelle città tedesche durante il nazismo, è comparsa a Mondovì sulla porta della casa dove la donna ha vissuto sino alla morte, nel 1996. La via dove sorge la casa è stata intitolata proprio alla Rolfi pochi anni fa. I proprietari dell’abitazione hanno denunciato l’episodio ai carabinieri. Indaga anche la Digos di Cuneo. Staffetta partigiana, dopo la deportazione, Lidia Beccaria Rolfi lavorò per l’Istituto Storico per la Resistenza di Cuneo e per l’Associazione nazionale ex deportati. Nel ’78 scrisse “Le donne di Ravensbrück”, prima opera in italiano sulla deportazione femminile nei campi di concentramento della Germania nazista. Nel ’97 uscì (postumo) “Il futuro spezzato”, un saggio sull’infanzia durante la dittatura, con l’introduzione di Primo Levi. Peraltro la famiglia Rolfi non è di origine ebraica. Ed è questo ultimo fatto che stupisce costringendoci a denotare quanto il male finisca per essere banalmente stupido

Scrive al riguardo la collega Silvia Neonato: “«Mangerò, andrò dal parrucchiere…. leggerò. Nel lager recitavo poesie a memoria, ripassavo il francese con le altre detenute e sognavo che cosa avrei fatto una volta libera». Ho intervistato Lidia Rolfi in questa casa di Mondovì, nel ‘78, per Noi donne. Aveva appena scritto “Le donne di Ravensbruk”, era una deportata politica in quanto staffetta partigiana e raccontava non solo di se’, m anche di quanto erano trattate peggio le ebree. Perché lei non era ebrea, a differenza di quanto suggerisce la scritta comparsa ieri sulla porta di casa sua a imitazione di quelle naziste. Il razzista che l’ha fatta, che ha scritto “qui c’è un ebreo” è anche un ignorante. Ciao Lidia, eri coraggiosa e generosa. Al rientro dal lager nessuno voleva ascoltarti. E pesava su voi sopravvissute pure il pregiudizio che foste state amanti dei nazisti per salvarvi. E grazie anche ad Annamaria Bruzzone che ha raccolto con lei le testimonianze delle donne sopravvissute in quel libro indimenticabile, emozionante che mi ha formato.
Ps. Restai a cena e a dormire da Lidia Rolfi. Difendevi la legge appena approvata che rendeva possibile l’aborto. Ne parlammo a lungo. Ero senza macchina a quei tempi e per tornare a Roma in treno ci voleva molto”.

Fra campanelli, citofoni e vuoti di memoria, prigionieri delle battute, dell’angustia dei 280 caratteri, lasciandoci spesso imporre false priorità, scivolando verso l’analfabetismo funzionale. Nel bel paese dei campanelli. Dove troppa informazione, magari, finisce addirittura per disinformare.

Paolo De Totero

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