Elezioni virus

Anche per oggi non si vola… anzi…far finta di essere sani:“vivere non riesco a vivere…Non sanno se ridere o piangere. Batton le mani. Far finta di essere sani”. Eggià, Giorgio Gaber parrebbe aver previsto proprio tutto. Specie quando  per ironia della sorte ad inizio anno finiscono per accavallarsi tanti eventi più o meno sfortunati. Il 2020 è anno bisestile e qualcuno usa anche dire che “il destino è Dio che passeggia in incognito”.
Percio’ c’è chi trova almeno il coraggio per scherzarci su “Questo 2020 è iniziato tutto sommato benino. Abbiamo rischiato la terza guerra mondiale, il Papa ha picchiato una cinese, i reali britannici si sfasciano, brucia l’intera Australia, è morto Kobe Bryant e c’è un virus letale in giro per il mondo… e pensare che siamo ancora a gennaio!!!”.  Che poi, a guardar bene, il nostro anonimo Nostradamus non pare aver affatto esagerato, anzi, sembrerebbe piuttosto essersi espresso per difetto. Aggiungeteci, per esempio, l’uscita dell’Inghilterra dall’Euro. Oppure chesso’, le polemiche pre festival di Sanremo per il rapper presunto sessista Junior Cally. E quelle del passo indietro. O anche le manie per il citofono di messer Salvini con cui ha dovuto fare i conti un diciassettenne Italo-tunisino che in questi giorni si lamenta per la violenza subita e dice che i leader del Carroccio ha rovinato lui e la sua famiglia. Il virus delle elezioni, in fondo potrebbe addirittura manifestarsi peggiore del famigerato “Coronavirus”, anche perche’ a ben guardare non è che tutti abbiamo ben presente di che cosa si tratti. E in fondo l’accavallarsi del parere degli esperti su una eventuale pandemia non è che si possa dire in qualche modo risolutiva. Peggio la polemica politica con chi, a scopo più o meno elettorale, cavalca il procurato allarme accusando il Governo e il ministro della sanità Speranza – un classico caso di omen nomen – di non aver fatto abbastanza per isolare la possibile pandemia. E ovviamente chiedendo la totale chiusura delle frontiere e l’isolamento del nostro paese.
Poi magari scopri che gli italiani nemmeno abbiano sufficientemente presente di che cosa si tratti, fra chi obietta, a torto o a ragione, che alcuni virus influenzali sono stati più letali, e chi addirittura abbina il “Corinavirus” alla birra “Corona”. Spiega Agi.it: “Un numero sempre maggiore di persone associa il virus cinese alla birra “Corona” e precisa “Lo raccontano i “trend” delle ricerche Google dove trova sempre più spazio la ricerca della formula “corona beer virus”. E continua l’articolo “Come riporta il South China Morning Post, le ricerche hanno avuto un’impennata lo scorso 9 gennaio, giorno in cui l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha dichiarato ufficialmente che una serie di casi di apparente polmonite, a Wuhan, erano stati causati da un tipo di coronavirus fino ad allora sconosciuto. Ma con la diffusione dei casi accertati sono aumentate, parallelamente, anch le visite relative alla “corona beer virus”. L’utilizzo della parola corona, in questi due casi, è profondamente diverso. Entrambe si rifanno alla parola latina, rimasta identica in italiano, che identifica uno dei simboli del potere indossato dai monarchi. Il virus è stato battezzato in questo modo perché caratterizzato da punte che ricordano proprio delle piccole corone. Il nome della birra invece fa riferimento alla corona che adorna la chiesa di Nostra Signora di Guadalupe, nella città di Puerto Vallarta, posta sulla parte superiore della torre principale. Una corona che ricorda quella indossata dall’imperatrice Carlotta, moglie di Massimiliano d’Asburgo, governatrice del Messico dal 1864 al 1867. I paesi in cui “Corona beer virus” ha avuto più ricerche sono Cambogia, Slovenia, Singapore, Nuova Zelanda ed Emirati Arabi Uniti. Quelli in cui è stato chiesto a Google chiarimenti scrivendo solo “beer virus”  sono invece Lettonia, Australia e Canada.
Non si tratta solo di eccessiva preoccupazione o ignoranza. Una componente fondamentale è rappresentata dai meme, dai video e in generale dall’ironia che si è sviluppata intorno a questa particolare vicenda. Uno di questi, ad esempio, mostra una bottiglia di Corona che affronta un gruppo di bottiglie Heineken dotate di mascherina protettica; un altro mostra invece  la birra in questione messa “in quarantena” in un carrello.
In Nuova Zelanda, infine, c’è un bar che ha cercato di impostare una nuova strategia di marketing sfruttando questo interesse per offrire la birra Corona a prezzo scontato. Un caso che, dopo essere diventato virale su Facebook, ha generato molta indignazione tra gli utenti costringendo il distributore dell’azienda messicana nel Paese a chiedere ai gestori del locale di fermare l’iniziativa”.
C’è, per esempio un’altra indagine che lascia perlomeno perplessi ed è proprio di questi giorni che confinano con quello della memoria. È quella di Eurispes che confermerebbero come sulla Shoa siano cresciuti i negazionisti e che per un italiano su sei non sia mai esistita. Racconta “Il Messaggero”: “Dal 2004 ad oggi aumenta il numero di chi pensa che la Shoah non sia mai avvenuta: erano solo il 2,7%, oggi sono il 15,6%. Lo sostiene il “Rapporto Italia 2020” dell’ Eurispes. Risultano in aumento, sebbene in misura meno eclatante, anche coloro che ridimensionano la portata della Shoah dall’11,1% al 16,1%. Inoltre, secondo l’indagine, riscuote nel campione un «discreto consenso» l’affermazione secondo cui «molti pensano che Mussolini sia stato un grande leader che ha solo commesso qualche sbaglio» (19,8%). Secondo la maggioranza degli italiani, recenti episodi di antisemitismo sono casi isolati, che non sono indice di un reale problema di antisemitismo nel nostro Paese (61,7%). Al tempo stesso, il 60,6% ritiene che questi episodi siano la conseguenza di un diffuso linguaggio basato su odio e razzismo. Per meno della metà del campione (47,5%) gli atti di antisemitismo avvenuti anche in Italia sono il segnale di una pericolosa recrudescenza del fenomeno. Per il 37,2%, invece, sono bravate messe in atto per provocazione o per scherzo. Al campione dell’ Eurispes è stato chiesto quali affermazioni esprimono al meglio l’anima politica della maggioranza degli italiani. Trova un «discreto consenso» l’affermazione secondo cui «molti pensano che Mussolini sia stato un grande leader che ha solo commesso qualche sbaglio» (19,8%). Con percentuali di accordo vicine tra loro seguono «gli italiani non sono fascisti ma amano le personalità forti» (14,3%), «siamo un popolo prevalentemente di destra» (14,1%), «molti italiani sono fascisti» (12,8%) e, infine, «ordine e disciplina sono valori molto amati dagli italiani» (12,7%). Oltre un italiano su quattro (26,2%) non condivide nessuna delle opinioni proposte”.
Naturalmente è appena il caso di lanciare un qualsiasi segnale di allarme e perciò, sempre da Il Messaggero: “I dati del rapporto Eurispes sono allarmanti. Dobbiamo fare di più affinché le teorie negazioniste non trovino nuovo consenso» ha affermato il vice ministro dell’Interno Matteo Mauri. «È responsabilità di tutti noi – prosegue – non sottovalutare questi dati che rendono evidente come razzismo e antisemitismo siano ancora presenti in Italia. Dobbiamo tenere vivo quel doloroso ricordo, in modo che soprattutto le giovani generazioni possano conservare e trasmettere la nostra memoria storica. Gli atti intimidatori di questi giorni, che spesso vengono relegati a “ragazzate” o poco più, sono gravi e inammissibili. Nessuno deve sottovalutare la loro pericolosità. Per questo motivo il Governo – conclude il vice ministro – tiene alta la guardia ed è al lavoro per contrastare con fermezza qualsiasi deriva estremista»”.

Eppure, come spesso accade tra realtà e percezione dell’immaginario c’è persino chi è in grado di scrivere un romanzo satirico, ironico. Magari di semplice ammonimento. “Olocaustico di Alberto Caviglia recensione di Elena Giorgi. 303 pagine edizione giuntina € 18”.
Trama surreale, o anche no, in prospettiva:
“2023. Siamo in un mondo in cui a vincere il Premio Nobel per la medicina è l’inventore di un rimedio omeopatico contro il mal di testa. Un mondo in cui il Museo Ebraico di Berlino chiude nel totale disinteresse di tutti. Un’epoca in cui le fake news sono ormai diventate realtà, a forza di non essere controllate e smentite da esseri umani troppo pigri e ignoranti per farlo.
Negli ultimi anni i movimenti negazionisti si erano rafforzati in tutto il mondo, riuscendo grazie a un lungo lavoro di disinformazione a mettere in dubbio l’effettiva (e un tempo indiscutibile) portata storica della Shoah. Nonostante il loro numero fosse notevolmente diminuito, l’unico argine per contenere questa inquietante deriva era rappresentato solo dai pochi superstiti ancora in vita. I testimoni Infatti risultavano molto più persuasivi delle fotografie e degli atroci filmati sui campi di concentramento a cui la gente sembrava sempre meno interessata. Per questo lo Yad Vashem, per la prima volta nella sua storia, all’inizio del 2023 aveva avviato un’intensa campagna pubblicitaria invitando chiunque conoscesse un sopravvissuto che non avesse ancora rilasciato la sua intervista, a segnalarlo.
Questo è il mondo in cui vive David Piperno, giovane ebreo romano trapiantato a Tel Aviv con il sogno di diventare un regista famoso, magari girando La lucertola mutante, il film con protagonista una specie di Godzilla mediorientale, per cui ha attivato anche un crowdfunding che stenta a decollare.
Per sbarcare il lunario, David lavora per il Museo di Yad Vashem. Con l’amico Michael e una strampalata combriccola di tecnici si occupa di registrare i drammatici racconti dei sopravvissuti all’Olocausto.
Quei racconti che per anni il mondo ha considerato necessari alla conservazione della memoria e che ora sembrano diventati quasi del tutto inutili di fronte alle leggi emanate da alcuni governi, determinati a dimostrare la loro estraneità al massacro avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale.
Mentre il mondo fa dieci passi indietro rispetto l’esistenza della Shoah, il tempo si rende impietoso complice: l’ultimo dei sopravvissuti è appena morto, chi rimane ora a raccontare la realtà delle leggi razziali e dei campi di concentramento?
Ma il problema per David e la sua troupe è un altro.
Licenziati da Itai Blumenfeld, direttore del museo, costernato da quella morte e ormai rassegnato all’involuzione della coscienza collettiva, come riusciranno a campare?
Trovandosi di fronte a un bivio decisivo e capendo che la scelta che avrebbe preso in quel frangente avrebbe pesato per sempre sulla sua coscienza, Itai si alza allontanandosi da Assaf di qualche passo. Dopo aver dedicato l’intera vita alla ricerca della verità, ora, l’unico modo che aveva per proteggere se stesso e l’istituzione di cui era rappresentante era insabbiarla. Doveva mettere da parte l’intransigenza che come una naturale vocazione lo aveva sempre guidato verso la verità, o rimanere fedele ai suoi principi, sprofondando con essi in un abisso che non riusciva neanche immaginare quanto sarebbe stato profondo?
Fino a dove è giusto spingersi per i propri interessi? E può la stessa domanda avere risposta diversa, se gli interessi sono quelli di un popolo che è stato flagellato dal nazismo?

Alberto Caviglia ha scritto un romanzo distopico che dietro a irriverenza e ironia nasconde il coraggio di chi ha occhi ben aperti sul mondo e ne vede l’irrefrenabile declino. Un autore ardito, capace di trovare un nuovo linguaggio per raccontare senza retorica uno dei punti più bassi della storia dell’umanità.
Provocatorio, dissacrante, geniale in molti tratti – i dialoghi di David con i suoi amici immaginari Philip Roth e Itzhak Rabin, le fulminanti battute sui cliché e le grandi contraddizioni del popolo ebraico – Olocaustico è un libro che non passa inosservato, che diverte e angoscia, che semina decine di spunti di riflessione su complottismo e post verità e anche una gran voglia di chiudersi in casa aspettando la fine del mondo. Perché di questo passo arriverà, e non sarà certo colpa di una grossa lucertola radioattiva”.

Ecco, insomma, a proposito di percezione del surreale il romanzo di Caviglia  mi riporta alla mente un altro romanzo in qualche modo premonitore: Sottomissione (in lingua originale Soumission), romanzo fantapolitico dello scrittore francese Michel Houellebecq, pubblicato in Europa nel gennaio del 2015. È edito in Italia da Bompiani. Il romanzo, una satira politica, immagina un futuro nel quale un partito musulmano tradizionalista e patriarcale sia in grado di vincere le elezioni presidenziali del 2022 in Francia. Il libro divenne un caso editoriale non solo per le tematiche trattate, ma anche a causa di una macabra coincidenza: fu pubblicato nel giorno dell’attentato alla sede di Charlie Hebdo a seguito del quale l’autore sospese la promozione del romanzo in Francia. Nel 2015 il New York Times inserì Sottomissione nella lista dei migliori 100 libri dell’anno. Insomma tanto per parlare di virus, veri, presunti o immaginari. E fra questi in arrivò persino quelli elettorali, sempre che non siano già pesantemente fra di noi. Magari non pandemia ma quasi, o forse in procinto di manifestarsi giusto fra due o tre settimane, in vista dell’appuntamento elettorale del 31 maggio. Per confermare o mandare a casa il governatore Giovanni Toti. Mentre incalzano le polemiche sull’una e sull’altra barricata.

Nel mirino la cena privatissima e blindatissima di Giovanni Toti a Villa Lo Zerbino. Prezzo di partecipazione almeno 490 euro come “donazioni liberali” al “Comitato Giovanni Toti”, visto che il “Comitato Change”, a suo tempo prodigo anche nei confronti del sindaco in carica Marco Bucci, sembrerebbe essere stato abbandonato,dopo essere finito in una indagine della Guardia di Finanza dopo le segnalazioni di Bankitalia su alcuni bonifici di donatori. I rumori parlano comunque di una nutrita presenza del mondo imprenditoriale. I nomi più o meno sempre i soliti. Alberto Amico, Aldo  Spinelli, i Messina, i Gavarone, i Grimaldi insiem al presidente dell’Authority Paolo Emilio Signorini. Fra loro qualche presenza una volta assai vicina a Claudio Burlando come Franco Lazzarini e Giulio Schenone. Insieme al patron di Europam Mario Costantino, presenza costante passando da “Maestrale” a “Change”, sino al nuovo “Comitato Giovanni Toti”. Tutto bene, anzi no. Perche’ il Toti non ha soltanto dovuto provvedere a mettereda parte i mal di pancia di un risultato da prefisso telefonico conseguito nelle regionale in Emilia Romagna a sostegno del centrodestra e della lega con il partito della famiglia di Mario Adinolfi, e il comunicato in cui il Governatore ha dovuto smentire che Gina Cetrone, finita in carcere insieme ad altre quattro persone con accuse di estorsione, atti di illecita concorrenza e violenza privata con l’aggravante del metodo mafioso, sia mai stata iscritta a “Cambiamo” -( In merito alle notizie stampa sull’arresto di Gina Cetrone, il Movimento politico “Cambiamo!” con Toti fa presente che Gina Cetrone non ha mai ricoperto incarichi nazionali e regionali all’interno di “Cambiamo” ma ha semplicemente fornito la propria disponibilità a collaborare sul territorio provinciale di Latina: cosa evidentemente non possibile dopo i fatti contestati alla Cetrone, accaduti nel 2016 e di cui “Cambiamo!” non era a conoscenza. In un clima di piena fiducia nell’operato della magistratura, auspichiamo che saprà dimostrare la propria estraneità ai fatti contestati”.).

A seguito della nutrita partecipazione sono nate una serie di critiche legate alla partecipazione, non tanto da ospite ma quasi da padrone di casa dell’ex coordinatore regionale di Forza Italia, il senatore Sandro Biasotti e del suo successore Carlo Bagnasco. E insomma, siccome molti sono ancora dotati di buona memoria, ricordando gli eventi e le polemiche che hanno portato alla nascita di “Cambiamo” e alla retromarcia di Toti fra le braccia di Berlusconi dopo aver strizzato invano l’occhio a Salvini e alla Meloni, qualcuno ha espresso qualche riservo sulla presenza di qualche faccia di…. tolla. Vabbe’ la politica è cosi, fra virus, negazionismi, memoria corta…e facce di tolla.

Che poi neanche Sparta se la ride. Sembrava tutto fatto per quel giornalista fedelissimo di Travaglio con endorsement persino da parte della società civile che vive nel ricordo di Don Gallo. Avrebbe dovuto riunire sotto un unico sole Pd e CinqueStelle, attraendo voti, magari anche dal piante  della sinistra radicale. Si è parlato persino di un accordo nazionale per quella che da sempre è una città laboratorio, la nostra Genova. Con beneplacito anche dell’ex guardasigilli Andrea Orlando, che vedi caso è di La Spezia e atteggiamento un po’ piu’ circospetto dell’ex ministro della difesa con caschetto/ elmetto Roberta Pinotti.

Mentre i Pentastellati continuano a litigare, divisi fra Grillo, famiglia Casaleggio e piattaforma Rousseau. In Liguria si sono già espressi indicando l’uscente Alice Salvatore come candidata. Ma è ancora tutto possibile tenendo presente quanto è accaduto per le comunali con Marica Kassimatis esautorata in extremis da Grillo a favore di Marco Pirondini. Comunque sul futuro”travagliato” del giornalista si sono espressi alcuni renziani o ex renziani. Pippo Rossetti lo liquida come un nome del M5S e non del Pd. E aggiunge “Quindi se lo propongono loro si vedrà al tavolo delle trattative”.

Gia’ ma se così fosse che fine farebbe la povera Salvatore già indicata dal Movimento? E per Rossetti non cambia nemmeno il fatto che il giornalista in questione non sia mai stato iscritto ai CinqueStelle. “ La sua posizione negli ultimi anni ha riflesso quella del movimento su gran parte dei temi”. Che poi, magari scrivendo su “Il Fatto Quotidiano”, al servizio di Travaglio, non avrebbe potuto essere diversamente. Intanto pare si stia muovendo il mondo della cultura, anche se poi qualcuno malignamente o no, e al di la’ del fenomeno sardine mette in guardia sull’eterno girotondo degli intellettuali che a parole vincono sempre e poi non cambiano mai. Da Moretti in avanti, tanto per non far nomi.

Infine, tanto per dimostrare quanto sia diventato difficile informare, al di la’ dalle rispettive legittime posizioni mi fa piacere pubblicare l’ultimo comunicato dell’ufficio stampa del presidente della giunta Giovanni Toti: “GENOVA. In merito a quanto comparso sul sito dell’emittente Telenord, che lamenta la mancata ricezione dei comunicati stampa della Giunta regionale, l’Ufficio stampa fa presente che tutti i comunicati sono inseriti regolarmente sul sito dell’Ente come per obbligo di legge e che non è tenuto a inviarli. Tuttavia si fa presente che per ricevere in automatico i comunicati stampa via mail basta registrarsi, sempre sul sito di Regione Liguria, nella sezione stampa dedicata agli accrediti. Si rileva inoltre che in queste settimane il presidente e la Giunta sono stati sempre a disposizione dei giornalisti di tutte le emittenti locali, compresa Telenord, e nazionali e che i colleghi hanno regolarmente partecipato alle conferenze stampa convocate dall’Ente. Alla luce di quanto premesso, si tratta di attacchi totalmente strumentali e destituiti di fondamento che ledono il buon nome di Regione Liguria e del suo ufficio stampa, che è sempre a disposizione dei colleghi giornalisti, sette giorni su sette”.

Che dire tra coronavirus, birre, birrette, germi, batteri, negazionismi ed olocausti, social e facebook, germi delle elezioni, comunicati stampa, virus e pandemie, il problema, forse è proprio il suffragio universale. Eggia’… far finta di essere sani. Aspettando le elezioni, o la fine del mondo. Perché di questo passo arriverà, e non sarà certo colpa di una grossa lucertola radioattiva.

Giona

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