Le vite degli altri

“Potevo andare in albergo, ma preferivo stare in mezzo alle persone di cui dovevo raccontare la vita. Ho bevuto il the in tazzine lerce, ho dormito male al freddo e al caldo. E queste persone che avevano perso tutto dividevano con me il poco che gli era rimasto. Ma ero parte di ciò che raccontavo.”
Questo il pensiero di un vecchio fotografo a fine carriera, che ha sempre preferito capire perché le cose accadono piuttosto che fotografarle solo. E l’unico modo per farlo è parlare con le persone, rendersi conto che la nostra non è la miglior vita possibile e che poi, alla fine, ognuno vive la sua come meglio crede. Perché un gesto non ha lo stesso significato da tutte le parti.

Se in Kosovo, ex territorio serbo oggi indipendente anche “grazie” a noi italiani, se per indicare il numero tre con la mano non lo fai nel modo anglosassone, rischi anche di prendere qualche ceffone perché di fatto non indichi il numero tre ma  “Dio, patria, famiglia”. E cioè lo slogan dei nazionalisti serbi.
Un serbo magari ti sorriderà, un kosovaro un po’ meno, qualcuno penserà che sei scemo.
Il nostro gesto “cosa vuoi”, in Palestina ma non solo, significa aspetta e si usa normalmente per intervenire in una conversazione. Quindi il palmo chiuso con le dita all’insù viene utilizzato per interloquire.
Ricordo un incontro straordinario con Mario, condannato a 28 anni per traffico internazionale di stupefacenti e omicidio, che raccontandomi di una sua vecchia storia d’amore con una “subbrett” disse che in occasione di una ricorrenza le volle regalare una pelliccia bianca. Alla mia domanda (stupida) “ah eri pieno di soldi, chissà quanto avrai speso”, rispose con un laconico “sono entrato con la pistola” e in quel preciso istante avrà pure pensato di parlare con un coglione. Passammo assieme molto tempo e alla fine della giornata mi confessò che “se avessi saputo che c’era una vita diversa l’avrei fatta”.
Sono stato buttato giù dal “cadreghino” anche da un pescatore maldiviano che accompagnato in visita a un acquario mi disse: “Perché mi hai portato a vedere una prigione?”.
Capita, quando si riflette poco sugli altri e troppo su noi stessi.
Ma ricordo anche di un bimbo di un quartiere collinare, andava alle elementari e aveva problemi di attenzione durante le lezioni. Il classico bambino da catalogare come “difficile”. Poi frequentando il quartiere abbiamo saputo che a casa mangiava patatine nei sacchetti perché i soldi per comprare il cibo non c’erano. Le patatine riempiono, costano poco e alla lunga ti ammazzano. Nel mentre, per molti, sei “difficile”.
E di storie di difficoltà sociale ne abbiamo sentite tante, alcune le viviamo di persona, altre le abbiamo condivise.
Nel marasma della comunicazione social che abitua le persone a considerare, con tronfia soddisfazione, i propri commenti o azioni come il giusto assoluto, capita di veicolare iniziative, per quanto lodevoli, non capite, non apprezzate o ritenute offensive.
Quando entri in contatto con le vite degli altri, lo devi fare in punta di piedi, con empatia, e mai “per…ma con…” altrimenti rischi di prenderti i sacchetti della spazzatura sulla testa. Mettersi dalla parte dei buoni non è mai producente, devono essere gli altri a dire cosa sei e come sei, altrimenti costruisci un mix pericolante di paternalismo e buone intenzioni che finiscono direttamente alla fiera delle occasioni perdute. E non ti devi lamentare se le tue iniziative naufragano, perché (cit) “credo che non è giusto giudicare la vita degli altri, perché comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri”.

fp

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