Piazza Grande, ovvero il Festival dei monologhi. Da scivola, scivola, scivola, scivola a fai rumore

Signori e signori, vogliate scusarmi. Vogliate scusarmi perché il Festival di Sanremo da’ dipendenza. Dipendenza persino a quelli che hanno giocato a rimpiattino sui social con una versione tutta morettiana riveduta e corretta in “mi si nota di più se lo vedo o mi si nota di più se non lo vedo”. Addirittura con qualche variazione opportunistica che poteva essere più o meno questa : “mi si nota di più se lo vedo e dico che a vederlo non ci penso nemmeno, oppure mi si nota di più se lo vedo e basta”. Con un’ultima variante quella dei “pentiti”, grazie all’eccessiva lunghezza delle serate “ mi si nota di più se non lo vedo o mi si nota di più se dopo un po’ certifico con un post che mi sono addormentato/ a sul divano?”.

Dicevo che il Festival di Sanremo crea dipendenza e immagino che fra qualche giorno delle polemiche sulla musica, sui cantanti, sui mologhi, su presunti mattatori e conduttori finiremo per sentirne la mancanza.

Per dire, Caterina Balivo, indiscussa principessa del primo pomeriggio di pensionati, pensionate e massaie, cerca di fare chiarezza sul complotto dei complotti con confronto fra il cianotico Bugo e l’eclettico Morgan finito con la squalifica della coppia. Un complotto che si rispetti deve avere in fondo qualche lato oscuro da affrontare in qualche appendice televisiva. Pensate che è finita con la mamma di Morgan che telefona in diretta per testimoniare che il figliolo in fondo è un bravo ragazzo e vive per la musica.

Beh, però che dire se non che questi due ragazzi/musicisti, almeno da parte nostra dovrebbero avere un po’ di gratitudine per averci sottratto alla polemica infinita iniziata con le sardine ritratte insieme a Oliviero Toscani e a Luciano Benetton. Con alzata di scudi da parte delle famiglie delle vittime di ponte Morandi e intervento scomposto del fotografo che abbinava la multietnicità – mi veniva da scrivere multirazzialità, ma ho volutamente sorvolato per non suscitare polemiche – al colore dei maglioncini. Il buon Oliviero ha imboccato il ponte per buttarcisi letteralmente di sotto: “A chi interessa il ponte?”.
Al che i nostri politici hanno risposto con un #miinteressa. Slogan che ricordava tanto il Veltroni di “I care”. Il misero Oliviero ha ammesso di aver sbagliato il commento. Fatto di per sé grave per un comunicatore. E i Benetton hanno fatto i “prenditori veri” approfittando dell’imprevista opportunità per licenziarlo in tronco – non autostradale -. Come dire che poi alla fine sarà quel che sara’ la responsabilità maggiore di tutto non sarà di telefonate e di rapporti taroccati e lavori non eseguiti, ma del povero Oliviero.

Comunque così capita nel nostro paese che dopo un complotto si appassiona ad un altro. Esattamente come a una fiction Rai ne segue un’altra. Dall’Amica geniale ai prossimi due episodi dell’immarcescibile “Commissario Montalbano”. Perché in fondo ognuno ha i suoi riti di riferimento. Che conferiscono un qualche tipo di sicurezza. Esattamente come accade nella piazza grande dei social con quella regola che infonde autostima…. “digito, quindi esisto”.

Già perché in fondo l’autoreferenzialità del Festival  ci rappresenta tutti.  Non a caso il mio collega Giuliano Galletta che scrive su “Il Secolo XIX”  ha parlato de “La vittoria del sistema che celebra se stesso”. E in parte infinitesimale ognuno di noi che, assistendo, non assistendo o facendo finta di non assistere, abbiamo decretato punte di ascolto da record. Ha spiegato Galletta già durante la serata finale, tra uno sbadiglio e l’altro attendendo la proclamazione del vincitore: “L’impressione è che il vero vincitore di questo Festival sia il Festival stesso, la sua capacità di drenare ascolti, riuscendo ad accontentare tutti, come in un ipermarket dove ciascuno trova il prodotto che più gli aggrada dal mastice per la dentiera al Dom Perignon, dal latte condensato all’aspirina effervescente. A vincere è stata, altresì l’autoconsapevolezza ( qualcuno la chiama megalomania) dell’Apparato, che si è materializzata nell’abnorme dilatazione dei tempi dello show; al punto che è sorto persino il dubbio che il Festival non sarebbe finito mai; dopo le 3 di notte, infatti tutto diventa possibile”. E comunque, da qui un altro presunto complotto. Sui dati auditel. Ma siamo sicuri che non siano taroccati? Esattamente come le relazioni degli esperti di Autostrade sui viadotti?

Tutto talmente perfetto, o talmente casualmente perfetto, che uno spot pubblicitario in cui Amadeus compare come protagonista, trasmesso e ritrasmesso prima, più volte durante, e – c’è da giurarlo dopo – il Festival, lo scivola scivola scivola, tratto da un brano di Tozzi è diventato volente o nolente, l’emblema di questo settantesimo Festival. Un evento in cui lo scivolamento temporale oltre la mezzanotte, e ancora oltre, è diventata involontaria- o forse no – connotazione/marchio per tutte le serate. Non poteva non essere così, con tutti quei monologhi. Quasi che fra le canzoni si insinuasse maligna una qualche tribuna elettorale. Non poteva che essere così con tutte quelle imperfezioni da recuperare disseminate da Amadeus in fase di preparazione. Con l’equivoco sul passo indietro di Francesca Sofia Novello, il presunto sessismo di Junior Cally, non squalificato ma condannato alla gogna dell’ultimo posto. E poi con il tira e molla sulla presenza di Rula Jebreal, i cambi al vertice della struttura. Ma Amadeus ha saputo dimostrare di trangugiare tutto l’amaro calice e di sapersi imporre persino alla politica. Così la Jebreal ha avuto uno spazio centrale. E poi dietro a lei tante donne, un vero marchio di fabbrica. Ognuno dalle vallette coconduttrici alle giornaliste, protagoniste per cinque minuti di notorietà. Un supermarket, diceva il collega Giuliano Galletta, dove ognuno ha potuto trovare la propria specificità. Così l’informazione in crisi e con le mani legate e la libertà di stampa (Emma D’Acquino) la difficoltà di essere contemporaneamente professionista e madre (Laura Chimenti) o il ringraziamento all’Italia accogliente della conduttrice albanese Alketa Vejsiu.

E poi il cantico dei cantici di Roberto Benigni che ha un po’ gelato la platea con quei riferimenti al sesso e alla sessualita’. E quelle punzecchiature alla chiesa bigotta. E  poi le sette pasionarie (Alessandra Amoroso, Giorgia, Fiorella Mannoia, Laura Pausini, Gianna Nannini, Elisa ed Emma) con fiocco rosso sul palco per per lanciare il grande live del 19 settembre a Campovolo per raccogliere fondi per i centri anti violenza. E infine Diletta Leotta che cerca di ritagliarsi un’ immagine che vada oltre alla sua bellezza, e dialoga con la nonna fra il pubblico e poi, nella serata finale, ci omaggia con l’esecuzione da show girl di “Ciuri Ciuri” da vamp del palcoscenico. Ma non si era detto che oltre alle gambe le donne meritavano di più? Boh.

L’unica donna a non aver diritto di parola è stata la povera Georgina. Cr7 le ha ceduto il palco rimanendo lui un passo indietro. Giorgina ha ballato il tango ma non ha parlato, anzi non ha dato fondo al suo monologo. Un po’ per la difficoltà con la nostra lingua. Parecchio, probabilmente, perché le sarebbe toccato difendere il compagno che ogni volta che lo toccano stramazza in area.

E poi l’esibizione tv del dolore, con quelle performance di Paolo Palombo, 22 anni, malato di sla imprigionato in carrozzella che ha cantato la sua canzone «Io sono Paolo» attraverso il comunicatore verbale. Poi ha lanciato il suo messaggio: “La mia non è la storia di un ragazzo sfortunato ma di un ragazzo che non si è arreso”. E poi Ivan Cottini, ballerino in carrozzella, anche lui vittima della sla. Anche lui si esibisce in una sorta di inno alla vita sul palco dell’Ariston insieme a Maria Bernardi. Con replica del messaggio: “La diversità è un valore aggiunto per la società”.

Che poi la domanda in mezzo a tanto eroico attaccamento alla vita è sempre la stessa. Che cosa finirà per prevalere di queste storie nelle menti di tanti digitatori compulsivi ? L’attaccamento alla vita di chi cerca ragioni di esistenza sopravvivendo oppure il gusto compiaciuto per una sorta di perversione voyeuristica? Guardando il meglio e il peggio sui social è legittimo chiederselo.

Poi per finire c’è stata la comparsata di qualche politico in cerca di voti. Con moglie accanto in vestito rosso acceso. Anche se il maligno di turno annota che in seconda fila, subito alle spalle della first lady, vi fosse un’altra spettatrice avvolta nella stessa mise. Comunque dell’esibizione del marito non resterà che un non entusiasmante duetto con Fiorello e una promessa, un’altra, per il ponte Morandi.

Insomma, per concludere, un Festival, il Settantesimo, in cui il titolo della canzone vincitrice sembra traslato pari pari da una campagna elettorale di Matteo Salvini “Fai rumore”. Un festival a cui assegnerei l’emblema della fenice, l’uccello che rinasce dalle proprie ceneri.Questa emblematica creatura di fuoco, in grado di risorgere maestosamente dalle ceneri della sua stessa distruzione, simboleggia anche il potere della resilienza, l’ineguagliabile abilità di rinascere molto più forti, coraggiosi e luminosi. Se esiste un mito alla base di quasi tutte le dottrine, culture e leggende dei nostri paesi, è senza dubbio quello che fa riferimento alla fenice. Si narra che le sue lacrime fossero curative, che avesse una grande resistenza fisica, che fosse in grado di controllare il fuoco e che possedesse una saggezza infinita. Secondo Jung, era in sostanza uno degli archetipi di maggiore considerazione, perché nel suo fuoco erano contenute la creazione e la distruzione, la vita e la morte… E la resilienza non potrebbe essere altro che una delle prerogative della manifestazione. Con quei cantanti immarcescibili e quasi immortali. Visti per voi durante le serate: Albano e Romina, Ornella Vanoni  e Rita Pavone, 74 anni di riesilienza, come la sua canzone. In una lotta all’ultima ruga. E poi Tony Renis e Bobby Solo che nasconde la lacrima sul viso e le rughe di vecchiaia con un paio di occhiali da sole. E ancora quella reunion de “I Ricchi e Poveri” che ci ha fatto sognare, dopo 40 anni, tra questioni di corna e lutti. Perché poi, spettatori o no, belli e addormentati dopo la terza esibizione, o svegli per cogliere ogni più piccola suggestione, andando finalmente a letto, il pensiero è sempre lo stesso: “Domani è un altro giorno, e io, speriamo che me la cavo”. Come se la vita di tutti i giorni non dovesse essere altro che una surreale cavalcata sul palco dell’Ariston, dove dopo le 3 di notte tutto diventa possibile. Mentre Bugo e Morgan continuano a litigare. E a far rumore e…viceversa.

Paolo De Totero

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