Veglione di Carnevale in Sala Rossa

 

Giona, il vostro Giona, forse perché, almeno un po’, veramente è un “portasfiga”, proprio come il personaggio dei fumetti, o forse perché, più semplicemente, dotato di capacità di preveggenza, in un certo qual modo aveva previsto tutto. Andate a rileggervi l’ultimo articolo di ieri mattina, quello intitolato “Uomini e maschere” in cui si parlava del consiglio comunale che verrà, curiosamente a porte chiuse. Una vera e propria maratona. Cosa del resto abbastanza normale quando all’ordine del giorno c’è un bilancio di previsione da votare e, solitamente, interventi e ordini del giorno si sprecano. Non a caso Giona non aveva potuto fare a meno di rilevare un curioso incrocio dell’assemblea in Sala Rossa con il martedì grasso, ultimo giorno di carnevale, quello in cui fra feste in maschera e veglioni ogni scherzo vale. Per questo, e in questo clima, Giona si era lasciato andare ad un vaticinio che suonava così: “Non me la sono sentita di prendermi responsabilità pronosticando il regolare svolgimento della seduta. Chissà che nell’occasione non si presentino in aula consiglieri con la maschera del medico della peste. Oppure qualche altro rappresentante politico/istituzionale nelle vesti dei monatti, con barella e sonaglio alle caviglie. O peggio dell’untore. Visto che mi è venuto perfino il legittimo dubbio che l’ambientazione di ieri non sia stata che una prova generale del dramma/fiction “consiglio comunale ai tempi del Coronavirus”. Per un’assemblea “incubo” in cui ognuno indossa una maschera sul volto. In una sorta di rappresentazione riveduta e corretta del dramma pirandelliano di “Uno nessuno centomila”. Dove nella nostra vita sociale ognuno di noi indossa una numero spaventoso di maschere, da utilizzarsi nelle diverse circostanze che ci vengono imposte dalle convenzioni e dalle norme di comportamento. Maschere che ci si appiccicano addosso al punto da cancellare il nostro io autentico, che si perde con la nostra identità, creando intorno a noi una prigione di falsità da cui si esce solo in due modi: con la follia o tramite la morte. Dice l’autore “C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando stai solo resti nessuno””. Con una conclusione – “Perciò lasciate che anche qualche consigliere comunale oggi possa avere i suoi cinque minuti di notorietà. Magari mostrandoci, una volta di più, quello che non è” – che sembrerebbe sia stata scritta a posteriori. Cioè al termine della turbolenta seduta di ieri finita quasi in una rissa. Con testa a testa che si è concluso fra accuse e controaccuse.

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Nella concitazione di un momento palesemente fuori controllo, in cui la Sala Rossa è apparsa più vicina al terreno di gioco di una partita di calcio che a un luogo ove dovesse svolgersi un confronto istituzionale. Nel bel mezzo di una caciara indescrivibile, originata dall’arrivo delle pizze, quasi che ieri sera l’assemblea sul bilancio previsionale potesse trasformarsi in un momento di cazzeggio di una gita scolastica in cui gli studentelli cedono ai morsi della fame.
Insomma il casus belli, banale se la banalità fosse qualche cosa di molto vicino alla stupidità, è risultato essere l’arrivo delle pizze, ordinate da alcuni consiglieri di maggioranza, che impegnati nella maratona, evidentemente non se la sentivano di poter reggere e contrastare oltre i morsi della fame. E la querelle fra maggioranza e minoranza si è trasformata in bagarre quando alcuni esponenti dell’opposizione hanno chiesto al presidente dell’assemblea di poter sospendere la seduta per cinque minuti per consentire anche a loro la possibilità di poter provvedere in qualche modo alla cena.

Senonché il presidente dell’assemblea ha rifiutato Il permesso. Perciò l’atmosfera si è surriscaldata mentre alcuni in Sala Rossa masticavano tranci di pizza e agli altri non restava che impinguarsi della loro rabbia.

Così pare che, mentre un consigliere comunale dei CinqueStelle, Maria Tini, sta intervenendo, dai banchi della maggioranza si levi un grido incontrollato e incontrollabile: “Smettila di starnazzare”. Il consigliere del Pd ed ex vicesindaco Stefano Bernini in mezzo alla Sala Rossa con compiti di scrutatore si dirige nel punto da cui sarebbero partite le invettive che qualcuno non esita a definire sessiste e capita il patatrac. Bernini in piedi avvicina il naso alla testa del consigliere e capogruppo di Fratelli d’Italia Alberto Campanella, al momento  con il volto libero dalla maschera da saldatore che aveva indossato nel corso della seduta di lunedì suscitando un certo clamore. E a questo punto è difficile sapere veramente che cosa sia accaduto perché le versioni dei due protagonisti sono diametralmente contrapposte. Tanto che ognuno lamenta l’aggressione. Come se non bastasse viene girato un video ma, sfortunatamente, al momento cruciale uno dei presenti “impalla” l’obiettivo. Se si fosse trattato di una partita di calcio, probabilmente ci sarebbero state varie angolazioni per le riprese. Ma al momento quello è l’unico video disponibile.

Naturalmente scoppia la bagarre che ognuno dei consiglieri comunali, a seconda dell’appartenenza racconta a suo modo. Fatto sta che l’interruzione non è stata possibile, ma il tempo perso per riportare la calma e riprendere il dibattito è poi risultato senza dubbio superiore ai cinque minuti richiesti di pausa.

Comunque sui social iniziano a fioccare le ricostruzioni della vicenda.
Enrico Moizo, responsabile delle comunicazioni dei cinquestelle, magari nel tentativo di stemperare, utilizza una metafora calcistica: “Siamo alla 13° ora di consiglio comunale ed i nervi si scaldano. La maggioranza dopo aver negato la pausa per mangiare qualcosa alle ore 21.30, sfodera a sorpresa uno stock di pizze e tutti i consiglieri di maggioranza ed assessori si mettono a mangiare a tradimento letteralmente alla faccia dell’opposizione. Gli animi si scaldano e volano insulti sessisti verso la nostra Maria Tini, tanto che Bernini rimprovera un nervoso Campanella che sfodera (volente o involontariamente) una testatina sul naso di Bernini e poi lo accusa di simulazione e chiede il cartellino giallo. L’arbitro Piana non sa che pesci prendere (dal VAR purtroppo non si vede bene l’episodio a causa di un consigliere frapposto tra il faccia a faccia Bernini – Campanella e la telecamera) e fa come Ponzio Pilato. Dopo aver lavato i denti (solo quelli della maggioranza), la partita riprende”.

Metafora calcistica mia più appropriata. Al San Paolo si sta giocando Napoli-Barcellona, prima partita degli ottavi di Champions league e nel testa a testa fra Arturo Vidal centrocampista del Barcellona e Mario Rui, esterno biancoazzurro sembra tanto di rivedere le scene della sala rossa. Solo che gli esiti a Napoli sono ben altri. Raccontano le cronache della partita “Arturo Vidal è stato espulso nei minuti finali di Napoli-Barcellona, andata degli ottavi di finale di Champions League, e salterà dunque la partita di ritorno in programma al Camp Nou il 18 marzo.

I momenti dell’espulsione di Vidal sono stati piuttosto concitati: il centrocampista cileno è stato espulso dall’arbitro Felix Brych per doppia ammonizione, con i due cartellini sventolati nello stesso istante dal direttore di gara. Il primo è stato comminato per una brutta entrata su Mario Rui, il secondo per il testa a testa avuto proprio con il terzino portoghese del Napoli”.

L’opposizione chiede al presidente del consiglio comunale Alessio Piana di sanzionare Campanella, ma niente. Insomma, non c’è alcun arbitro disposto ad estrarre alcun cartellino. E per nessuno. Né quello giallo né, tantomeno, quello rosso. Avete presente Ponzio Pilato? Ecco se avessero a disposizione qualche flacone di Amuchina provvederebbero a lavarsi le mani. Come consiglia di questi tempi la profilassi.

Tanto che sulle opposte barricate si levano le proteste. Alessandro Terrile del Pd: “Sono passate le 22.00 e siamo ancora qui. E sono appena stato richiamato all’ordine dal Presidente del Consiglio perché facevo notare – non senza una certa veemenza – che è inaccettabile che si sospenda la seduta perchè un consigliere di maggioranza ha colpito con una testata al naso un consigliere di minoranza, e alla ripresa non ci sia neppure un richiamo ai sensi del regolamento. È questo il clima in cui votiamo il bilancio”.

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E ancora Cristina Lodi capogruppo del Pd – a cui il sindaco, al colmo della concitazione, rivolge un perentorio “Stai zitta e vota”, al limite del sessismo. ”Al momento posso solo direi con grande rammarico, essendo ancora in aula con il gruppo ed avendo assistito a tutto, che il Presidente Alessio Piana non ha provveduto a richiamare il consigliere che ha dato una testata al Consigliere del PD Bernini. Questo significa la mancata applicazione dell’art 11 del regolamento. Sono esterefatta e colpita nella mia fiducia nelle istituzioni che con questa amministrazione definitivamente vacilla Solidarietà a Stefano Bernini. Il Gruppo Consiliare valuterà come procedere”.

Naturalmente, come dicevo, Alberto Campanella lamenta di essere stato lui la vittima dell’aggressione: “Cara opposizione da ieri che sono sotto il vostro mirino. Prima sono stato ampiamente schernito per la Mascherina anti virus (anche la Procura le ha comprate per i suoi dipendenti) e poi l’aggressione del Consigliere Bernini (ex vice sindaco di Doria) e la sua incredibile simulazione. Stasera però avete esagerato. Domani depositerò un fascicolo in Procura e un altro al Prefetto perché con questi episodi intimidatori del PD non mi sento più libero di svolgere il mio ruolo di amministratore pubblico. Ora vorrei lavorare serenamente al bilancio del Comune. A voi il video e i commenti”. E ovviamente l’avvocato Alberto Campanella, già salito agli onori della cronaca il giorno precedente per aver partecipato alla seduta del consiglio comunale con il volto travisato da una maschera da saldatore, adducendo motivi sanitari anticontagio, minaccia querele.

Mi piace citare ancora la chiosa di un altro consigliere comunale, questa volta dei CinqueStelle, Stefano Giordano. Perché il suo post sul profilo facebook va oltre l’ordinaria narrazione di una serata storta e scava un po’ più nel profondo. Spiega Giordano: Una politica di ordini e violenze verbali che spinge il confronto oltre ogni confine e chi dovrebbe essere il garante non fa altro che istigare lo scontro. Un sindaco incapace di fare il sindaco, che sforna tappeti vuoti di democrazia e ricchi di una politica imprenditoriale…forse a tratti dittatoriale che svilisce quotidianamente il confronto e prepara terreni pericolosi in un’aula che deve garantire un confronto democratico”.

Già, perché in fondo il “j’accuse” del rappresentante dei CinqueStelle coglie perfettamente la deriva dell’assemblea cittadina. Una situazione a cui, a mio modesto parere, non si è arrivati per caso nè improvvisamente. Una realtà in cui l’odio e le contrapposizioni continuano a covare sotto le ceneri, ed anzi spesso vengono fomentate, alla faccia di quello che si è presentato come il sindaco di tutti i genovesi. Un primo cittadino che, in passato, ha peccato di parzialità non sapendo prendere adeguatamente le distanze da suggestioni e manifestazioni politiche che finivano per ledere la carta Costituzionale.

Un manager prestato alla politica che ha finito per barattare il senso istituzionale con un presunto efficientismo. Che dire, per esempio della volta in cui di fronte alla richiesta delle forze dell’ordine intervenute a palazzo Tursi, per un allarme bomba si rifiutò di lasciare il suo ufficio dicendo che aveva cose più serie su cui lavorare. O della volta in cui durante il consiglio comunale e nel bel mezzo di un intervento di un consigliere addentò un toast mentre era impegnato è seduto al suo posto nella Sala Rossa. La bagarre sulle pizze e sui cinque minuti di intervallo è originata proprio da questa forma di lassismo e di permissivismo. I nostri rappresentanti dovrebbero evitare di farsi cogliere in contraddizione e soprattutto dovrebbero dare il buon esempio. Invece quanto accaduto per la cena dei 1.400 alla quale sono intervenuti Giovanni Toti e Matteo Salvini dà la misura di quanto si faccia in fretta a dimenticare il senso istituzionale. Poi, non contenti, molti politici si lamentano se cittadini finiscono per non avere fiducia nei partiti, nei loro rappresentanti e nelle istituzioni.

E mi tocca dire che il raffronto con i personaggi del passato diventa in un certo modo imbarazzante. Ho letto sui social consiglieri particolarmente debilitati per le ore passate in sala rossa a dibattere i capitoli del bilancio. Ricordo in analoghe occasioni nottate di filibustering di rappresentanti dell’opposizione e sedute terminate all’alba. Ricordo ancora sedute terminate alle tre di notte per la votazione dei mutui con lo sciamare dei consiglieri che davanti all’ingresso di Tursi salivano sul taxi in gruppo per essere riportati a casa. O il sindaco Fulvio Cerofolini che saliva sulla Fiat 850 condotta dai figlio Diego. Sono scene d’antan che risalgono a molti decenni fa. Epperò ricordano lo spirito di servizio a cui dovrebbe essere improntata la politica. Che non è esattamente una cena di gala. Come quella dell’altra sera con Matteo Salvini. Poi mi viene da concludere: “Perciò lasciate che anche qualche consigliere comunale possa avere i suoi cinque minuti di notorietà. Magari mostrandoci, una volta di più, quello che non è“. O quello che vorrebbe farci intendere di essere. Difficile rinunciare alla notorietà in questi tempi di social, di comunicazione, di propaganda elettorale annacquata che troppo spesso viene spacciata per informazione.

Paolo De Totero

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