Navi delle armi: dal 23 marzo la flotta Bahri pendolare tra Genova e İskenderun

Genova – Il cargo ro-ro Jazan, della compagnia saudita Bahri, ha attraccato a Genova lunedì scorso scatenando ancora una volta le proteste dei lavoratori portuali, sempre in trincea contro le ripercussioni preoccupanti che il traffico d’armi che passa per il nostro porto provoca sui teatri di guerra in Siria e Yemen.
Questa volta la Jazan, che è partita dal Nord America dove si presume abbia caricato mezzi militari, ha fatto tappa a Sagunto e “siamo abbastanza sicuri che abbia imbarcato quattro contenitori di munizioni e bombe. La Spagna è specializzata in quello”.
A parlare è Riccardo Rudino del Calp, il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali, che denuncia: “A partire dal 23 marzo tutte le navi Bahri saranno un flotta pendolare tra Genova e İskenderun”il porto turco ai confini con la Siria.
Una rotta che insospettisce e preoccupa il Collettivo perché i cargo di questo operatore marittimo, che dal 2014 gestisce in monopolio la logistica militare di Riyadh, hanno una chiara vocazione militare e i lavoratori non vogliono essere parte della filiera che trasferisce sistemi d’arma e munizioni ai paesi in conflitto.
Tanto più che il Trattato sul commercio delle armi (ATT), ratificato anche dal nostro Paese,  impone a tutti gli stati coinvolti nel trasferimento, nel transito e nel trasbordo di attrezzature militari verso le zone di guerra, di verificare se le armi trasferite possano essere impiegate per commettere crimini di guerra o violazioni dei diritti umani e di conseguenza esige di sospendere le forniture.
Tutto questo è ovvio. O almeno dovrebbe esserlo.

Invece, nel silenzio delle istituzioni, diventa sempre più reale e preoccupante la possibilità che i traffici per la Siria continuino a passare anche da Genova: “L’ultima mobilitazione è stata costruita bene, con voi che fate informazione, con le associazioni. È partita dal basso e ha avuto una grande partecipazione nonostante fosse un giorno feriale”, continua Rudino parlando della protesta del 17 febbraio che ha riempito l’accesso al varco Etiopia malgrado la pioggia.
Eppure “il risultato non c’è stato”, non è successo che la politica abbia preso davvero una posizione seria accanto ai portuali. Non è successo che i sindacati si siano schierati al fianco dei lavoratori.
Conclude Rudino: “Io credo che chi poteva far la differenza, e sto parlando dei sindacati e di alcuni partiti di governo che dicevano che su questa questione delle armi volevano vederci chiaro,ecco, su quella partita ci hanno lasciati tutti soli“.

Qualcuno glielo dica alla politica, che in guerra la gente continua a morire anche dopo le elezioni…

Simona Tarzia

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