Eggià per capirlo ci voleva il Coronavirus. Effetti indesiderati o…desiderati

“L’informazione di qualità è centrale per combattere l’epidemia”, parole di Andrea Martella, sottosegretario alla presidenza con delega all’informazione, partito di appartenenza Pd. Per arrivare a formulare un pensiero di tanta sostanza ci voleva l’epidemia, la paura del contagio, la quarantena obbligatoria, i flashmob, l’Italia divisa in due fra menefreghisti e coloro che hanno ritrovato, facendo di necessità virtù, un qualunque spirito di condivisione. A salvaguardia degli altri, ma soprattutto della propria salute e di quella dei propri cari.

Andrea Martella

Mentre il pensiero successivo, da legare in qualche modo alle altre dichiarazioni –  “In questo momento di difficoltà la gente ha riscoperto il valore delle notizie approfondite e verificate”, oppure “sulla rete internet circola di tutto. È importante leggere interviste serie a medici e scienziati” – mi porta a denunciare ed accusare con quanto colpevole ritardo ci si sia arrivati, a sollevare il problema dell’informazione dopata, drogata da fini espliciti o non espliciti, in cui magari non era importante la meritocrazia e la professionalità unita all’etica professionale per scoprire che il cortocircuito si sarebbe via via avvicinato. Blandendo, o brandendo, di volta in volta, l’immagine di giornalisti “pennivendoli”, al soldo di padroni ed editori, tutti piegati e alla corte del politico, potente di turno. Con battaglie ricorrenti sui sovvenzionamenti all’editoria a tutela del pluralismo dell’informazione che si credeva essere tutelato, senza se e senza ma, esclusivamente dalla democrazia che avrebbe dovuto scorrere in rete. Sino ad accorgersi che poi non era tutto cosi’ semplice e che anche la rete si sarebbe prestata a chi la voleva usare per fini personali, dimenticando etica e professionalità

Un tracollo, quello dei giornali annunciato, e probabilmente voluto, quando è diventata di moda l’informazione on line. E il quotidiano cartaceo veniva, ma ancora oggi è purtroppo cosi, assimilato a carta straccia. Con gruppi editoriali e finanziari tesi ad investire sulla rete, sulle televisioni, sulle immagini e a tagliare sul corpo redazionale. Con un’associazione di categoria che doveva valutare fra licenziamenti e prepensionamenti, fra lavoro nero e accessi, fra aziende sempre più in crisi e piani di riorganizzazione che prevedevano tagli pesanti ai tipografi e al corpo redazionale. Con l’eterno dilemma fra on line gratuito e a pagamento. Con i giornali territoriali accorpati o spazzati via dai gruppi editorialie finanziari che magari pensavano più a fruttuosi investimenti in borsa che a rinsaldare il patto di fiducia tra testate e lettori. Nel tentativo di spartirsi l’intera torta. E’ successo e succedera’ ancora. Una volta si parlava di accorpamento delle testate come di una possibile morte del pluralismo dell’informazione. Oggi, purtroppo non è più così’. Lo dimostrano  tanto i fatti quanto i giornali e i siti on line che nascono e muoiono con fini speculativi pre elettorali. Gruppi eminentemente di pressione. Per sancire e giustificare il decesso delle testate si è utilizzata la discriminante abusata del mercato. Che di fatto seppelliva, di volta in volta, il principio del pluralismo nell’informazione.

Insomma ci voleva il Coronavirus, la forzata quarantena, la paura del tracollo e del baratro a due passi, a costringerci al passo indietro, magari solo per pensare, per rimodulare, per dubitare sulla strada intrapresa a rotta di collo.  Schiavi di un’idea di progresso e modernismo senza se e senza ma. Via via sono state chiuse le cooperative di giornalisti che vivevano anche e soprattutto del finanziamento statale, poco sulla pubblicità e talvolta, molto, sui necrologi.

 

Già, i necrologi, appena ieri Mattia Feltri, editorialista de “La Stampa” e de”Il Secolo XIX” ne parlava con commozione mista a tristezza è un po’ di nostalgia, nel suo editoriale “La mia città”, che poi è Bergamo, città ricca e operosa del nord, zona rossa d’antan, assediata è messa in ginocchio dal morbo che incalza. “Quand’ero bambino, i vecchi leggevano l’Eco di Bergamo al bar, girando le pagine e soffermandocisi con fugace attenzione, ma quando arrivavano ai necrologi si aggiustavano gli occhiali con la punta dell’indice e dedicavano alle parole la sacralità del raccoglimento. I mie nonni e gli zii, e i vecchi della nostra cascina ci si intrattenevano con puntiglio, rintracciando amici, antiche conoscenze, ricostruendo filiere di parentela, speculando sull’età dei defunti e sulla loro di sopravvissuti, e sempre scuotevano il capo. Anche noi bambini li guardavamo, assorti e sbigottiti sulle foto di facce vive ormai morte e sulle piccole croci nere a separare un necrologio dall’altro, esordienti dentro l’unico mistero e l’unica verità: si nasce e si muore. Per noi e per i vecchi, ecco come stanno le cose, tutto il resto era opinabile, discutibile, ma il necrologio era il fatto nella sua incontrovertibile è spaventosa purezza. L’orrore della contabilità di questi tempi-infettati, posti letto e bare allineate della mia bella, pulita, civile, ritrosa e generosa città, dove da giorni si celebra un funerale ogni mezz’ora è stata infine scolpita nel marmo nelle pagine dei necrologi dell’Eco. Erano tre, poi, quattro, cinque, l’altro ieri nove, ieri dieci pagine di necrologi. Mi sono aggiustato gli occhiali, e le ho lette tutte”.

Che poi potrebbe sembrare perfino un accorato de profundis dell’editoria. Gia’ di quell’editoria dove la storia racconta di editori puri, con gli occhiali calati sul naso a fare i conti fra vendite e costi del giornale. Le bobine di carta, le retribuzioni di giornalisti e tipografi, l’autorevolezza dei capi che insegnavano un mestiere, in rotativa o in redazione, alle prese con i tempi per mandare in stampa e in edicola le prime copie, e poi, ove fosse necessario, la ribattuta.

Bei tempi di fronte a questi infettati anche nell’informazione che circola, spesso senza controlli, on line, incitando, ripetitiva e pericolosa all’odio, all’esasperazione della convivenza. Con piccoli editori costretti a fare i conti fra tagli, pubblicita’ sempre meno redditizia e il più delle volte offerta ai grandi gruppi, magari dal politico/ potente di turno, vendite in discesa. Con i soliti gruppi, sempre gli stessi, pronti ad accaparrarsi redazioni e giornali territoriali, magari con una lunga ed eroica storia alle spalle per sacrifici.

Sciopero giornalisti

Fino a smembrare accorpare, licenziare, prepensionare, a scapito di etica professionalita, storia, conoscenza. Per sostituirli con nuova forza lavoro. Magari a pagare  a pezzo, o con contratti a termine giovani con il mito di una professione che non è più la stessa. Costretti a sgomitare per conquistarsi un posto al sole fra telefonini, microfoni, video. E tempi strettissimi per mandare in rete o in onda l’ultima intervista, l’ultima conferenza stampa del politico/potente di turno. Senza il tempo necessario, per mediare il messaggio, per commentare, per soffermarsi, per prendere le misure, per sottolineare le ambiguità, gli spazi grigi, le sfumature. La diffusione tout court e senza interpretazioni del pensiero unico, lasciando da parte professionalità ed etica professionale. Spesso servitori di redazioni asservite.

Ultima numero de “La Gazzetta del Lunedì”

Il baratro è a due passi e ci stiamo avvicinando. Con quel lavarsene le mani che, fino ad oggi, ha offerto la politica. E qualcuno se le sfregava anche sorridendo e pensando all’utopia gabbata del pluralismo dell’informazione sancito costituzionalmente. Principio democratico e di democrazia che una volta passava anche attraverso il finanziamento ai giornali. Principio eluso di cui ogni tanto si sono serviti i soliti furbi per condizionare, indirizzare, dopare il pubblico.

La quarantena del Coronavirus, ci ha offerto il tempo per pensare alle fonti, alle fake news, agli imbrogli che circolano in rete. E finalmente anche la politica di fronte al dramma pare accorgersi di tutto il male che ha fatto.Probabilmente non siamo pronti a difenderci tutti da soli. Prendiamone coscienza. C’e’ tutto il tempo per ripensarci ed evitare il baratro.

Paolo De Totero