Virus antichi, Covid-19, Ebola. Cambiamenti climatici e infezioni vanno a braccetto?

GREENPEACE: “LA SPECIE UMANA, SOTTOMETTENDO LA NATURA AD AZIONI SPESSO IRREVERSIBILI, È DIVENTATA UN AGENTE DI TRASFORMAZIONE, COME UNA FORZA GEOLOGICA, TANTO CHE GLI SCIENZIATI USANO IL TERMINE ANTROPOCENE PER DEFINIRE LA NOSTRA EPOCA”

In un rapporto del 2007 sulla salute nel Ventunesimo secolo, l’Organizzazione mondiale della sanità – la stessa che pochi giorni ha definito ufficialmente quella del coronavirus una “pandemia” – avvertiva dell’aumento del rischio di epidemie virali in un mondo dove il delicato equilibrio tra uomo e microbi viene alterato da fattori come i cambiamenti climatici e l’alterazione degli ecosistemi.

Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di Genetica molecolare del CNR-IGM di Pavia, spiega ad esempio che i fattori coinvolti nella crescente frequenza di epidemie degli ultimi decenni sono certamente anche i cambiamenti climatici che modificano l’habitat dei vettori animali di questi virus, l’intrusione umana in un numero di ecosistemi vergini sempre maggiore, la sovrappopolazione, e la frequenza e rapidità degli spostamenti delle persone”.
A testimoniarlo non è solo il Covid-19 ma anche SARS e MERS, e virus particolarmente gravi come HIV ed Ebola.

In meno di vent’anni, tre Coronavirus hanno compiuto il salto di specie  
La diffusione tra l’uomo di questi nuovi virus, in poche parole, sarebbe l’inevitabile risposta della natura all’assalto dell’uomo.
Lo precisa anche la virologa Ilaria Capua, che dal 2016 dirige uno dei dipartimenti dell’Emerging Pathogens Institute dell’Università della Florida: Tre coronavirus in meno di vent’anni rappresentano un forte campanello d’allarme. Sono fenomeni legati anche a cambiamenti dell’ecosistema: se l’ambiente viene stravolto, il virus si trova di fronte a ospiti nuovi”.
È un meccanismo che ci racconta benissimo David Quammen, l’autore di “Spillover. L’evoluzione delle pandemie”.
Ogni ecosistema è pieno di creature che portano in sé virus unici e quando invadiamo un ecosistema ci esponiamo a nuove patologie perché i virus dei mammiferi selvatici, ad esempio, possono contagiare gli esseri umani. È un meccanismo che si chiama “spillover”, un salto di specie. Un virus che fa uno spillover ha vinto alla lotteria perché “ora ha a disposizione una popolazione di 7.7 miliardi di individui che vivono in alte densità demografiche, viaggiando in lungo e in largo, attraverso cui può diffondersi”.

Nel caso del Coronavirus, le ricerche si concentrano sulla giungla della Cina e sulle popolazioni di pipistrelli locali. Ma nei casi di epidemie recenti, il virus sarebbe stato trasmesso da altri animali selvatici: civetta delle palme, dromedari, primati. E i luoghi di origine sono associati ai deserti del Medio Oriente o alle foreste tropicali dell’Africa, così come nuove patologie possono emergere, ed emergono, tanto dall’Amazzonia quanto dalle foreste dell’Australia. Anche il micidiale virus Ebola sarebbe arrivato all’essere umano grazie a un salto di specie, e per quanto ancora l’origine non sia certa, gli scienziati sospettano sempre di più dei pipistrelli: che sono mammiferi come noi, ma volano.

I virus antichi intrappolati tra ghiacci e Permafrost
Ma il rischio potenziale potrebbe anche essere più esteso, assumendo una “dimensione temporale”.
Lo scioglimento di ghiacci e ghiacciai, infatti, potrebbe rilasciare virus molto antichi e pericolosi. Nel gennaio 2020, un team di scienziati cinesi e statunitensi ha comunicato di avere rintracciato all’interno di campioni di ghiaccio di 15 mila anni fa, prelevati dall’Altopiano tibetano, ben 33 virus, 28 dei quali sconosciuti. Tracce del virus della Spagnola sono state ritrovate congelate in Alaska, mentre frammenti di DNA del vaiolo sono riemersi dal permafrost nella Siberia nord-orientale. Proprio il permafrost rappresenta un ambiente perfetto per conservare batteri e virus, almeno fin quando non interviene il riscaldamento globale a liberarli. E che ciò possa avvenire lo testimonia un episodio dell’estate del 2016, quando, sempre in Siberia, l’antrace liberato dal Permafrost ha infettato decine di persone, e ucciso un adolescente e un migliaio di renne.

Clima e infezioni vanno a braccetto?
A evidenziarne il legame, per esempio, è il “Lancet Countdown Report 2019”, che associa i cambiamenti climatici proprio a un’aumentata diffusione delle patologie infettive: in un pianeta più caldo, virus, batteri, funghi, parassiti potrebbero trovare condizioni ideali per esplodere, diffondersi, ricombinarsi, con un aumento tanto della stagionalità quanto della diffusione geografica di molte malattie. È un rischio che Greenpeace ha identificato da tempo, già nel “Rapporto Greenpeace sul riscaldamento della Terra” – che compie trent’anni tondi, essendo del 1990 – l’epidemiologo Andrew Haines, che successivamente sarebbe diventato direttore della London School of Hygiene & Tropical Medicine, avvertiva che tra gli effetti secondari dei cambiamenti climatici “la diffusione dei vettori di malattie dovrebbero essere causa di preoccupazione”.

In poche parole, se per il Coronavirus il meccanismo identificato dagli scienziati è quello di un salto di specie innescato dalla promiscuità con animali selvatici, amplificato dalla concentrazione di popolazione nelle megalopoli e trasportato dalla globalizzazione, la crisi climatica potrebbe offrire scenari ancora più pericolosi. Ovvero il riemergere dai ghiacci dei Poli o dai ghiacciai dell’Himalaya di virus che il loro “spillover” lo hanno effettuato in tempi remoti e che pensavamo di avere debellato per sempre. O, peggio ancora, di patologie che non conosciamo affatto.

Ripensare la nostra relazione con la natura
Come sostiene David Quammen, insomma, “più distruggiamo gli ecosistemi, più smuoviamo i virus dai loro ospiti naturali e ci offriamo come un ospite alternativo”. 
La soluzione? Può essere solo in un completo ripensamento della nostra relazione con la natura: proteggere la biodiversità, fermare la crisi climatica, frenare la distruzione delle foreste e ridurre il consumo di risorse.
Quando la pandemia di coronavirus sarà cessata, bisognerà intervenire sui fattori che l’hanno determinata. Senza operare quel meccanismo tipico di rimozione per il quale politici, giornalisti, opinione pubblica si riempiono la bocca della parola “clima” in presenza di uragani, alluvioni o incendi devastanti, salvo dimenticarsene un secondo dopo.
Il perché lo spiega ancora Ilaria Capua: “Noi viviamo in un ambiente chiuso. Come se fossimo in un acquario. La nostra salute dipende per il 20% dalla predisposizione genetica e per l’80% dai fattori ambientali. La cura deve studiare, oltre all’organismo in questione, anche il contesto“.
La specie umana, sottomettendo la natura ad azioni spesso irreversibili, è diventata un “agente di trasformazione”, come una forza geologica, tanto che gli scienziati usano il termine “Antropocene” per definire la nostra epoca.
A questo nostro potere, quasi sconfinato e certamente distruttivo, dovremmo associare almeno i criteri minimi di responsabilità, per evitare che l’impatto delle nostre trasformazioni sia devastante e metta a rischio la stessa specie umana. Non stiamo parlando del Pianeta, ma dei suoi abitanti. Di noi e dei nostri figli.