Coronavirus: i tamponi a tappeto sono la soluzione?

Genova – In questi giorni di polemica sul tema dei tamponi a tappeto che vede le regioni, con il Veneto di Luca Zaia in testa, lottare contro la circolare del Ministero della Sanità che stabilisce di riservare le analisi per rintracciare il Covid-19 ai sintomatici, abbiamo chiesto al Presidente dell’Ordine dei Medici della Liguria, Alessandro Bonsignore, di fare un po’ di luce sulla questione.
L’esperto ci ha spiegato che “gli infettivologi confermano che fare gli screening di massa ha senso nel momento in cui si sta ricercando un focolaio e quindi c’è ancora uno studio epidemiologico in corso per circoscrivere l’infezione. E questo vale per le piccole realtà, per i piccoli paesi. Non funziona, invece, in un’ottica di campionamento a tappeto di tutta la popolazione.
La strategia corretta, in questo momento in cui l’Italia è blindata per diminuire le possibilità di circolazione del virus e dove a spostarsi di più sono i medici e gli infermieri, sarebbe quella di “eseguire uno screening completo su tutto il personale sanitario”, commenta Bonsignore, perché potrebbero funzionare da vettori dell’infezione.

COSA DICE LA CIRCOLARE DEL MINISTERO?

Franco Locatelli

Il gruppo di lavoro del Ministero, coordinato dal Presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli, ha definito con una circolare del 27 febbraio scorso che i tamponi devono essere utilizzati solo per quei pazienti che hanno sintomi come febbre, tosse  e difficoltà respiratorie, o per coloro che hanno avuto contatti stretti con persone risultate positive.
All’origine della decisione il fatto che il rischio di trasmissione in fase asintomatica sembra essere molto basso: ad oggi i casi segnalati sono stati soltanto due, in Cina.
Non solo.
I dati disponibili delle campionature effettuate con i tamponi nel nostro Paese, hanno documentato che il 95% dei test eseguiti in aree dove l’infezione ha avuto un’incidenza maggiore, ha dato esito negativo. Questo perché il risultato del tampone non è infallibile ma può essere influenzato da tante variabili come il tempo trascorso dal momento in cui il soggetto testato ha avuto qualche rapporto con un portatore del virus, o l’accuratezza del metodo di prelievo.
Mettendo tutto sul piatto della bilancia, compresi i costi di una campionatura a tappeto, la task force del Ministero ha stabilito che “in assenza di sintomi  il test non appare al momento sostenuto da un razionale scientifico, in quanto non fornisce un’informazione indicativa ai fini clinici e potrebbe essere addirittura fuorviante“. Questo perché l’idea di base è che concentrarsi su chi ha i sintomi, e dunque è più contagioso, eviti la trasmissione del virus e aiuti a contenere l’epidemia.

MA QUAL È IL PANORAMA DELL’INFEZIONE IN ITALIA?

Alessandro Bonsignore

“Quando avremo il quadro reale dell’infezione, ma si dovranno aspettare i dati a lungo termine sul 70-80% della popolazione, dati che arriveranno anche dalla sierologia (l’analisi delle immunoglobuline, ad esempio), riusciremo finalmente a capire la portata di quest’infezione“, commenta Bonsignore che poi spiega il punto di vista degli addetti ai lavori: “Se come pensiamo, gli infetti in Italia non sono 50.000 ma presumibilmente dieci volte di più, è chiaro che tutta quella che è l’attenzione del mondo verso inostro Paese, dove sembra che ci siano una mortalità e una morbilità altissime, cadrebbe”.
In effetti, cambiando il numeratore si modificano anche le percentuali. Conclude Bonsignore: “Se così fosse, la mortalità passerebbe dal 9% allo 0,9% e quindi ci troveremmo davanti a quel discorso che diversi infettivologi hanno fatto fin dall’inizio dell’epidemia e cioè che la mortalità da Covid-19 è sovrapponibile a quella di un’influenza pandemica“.

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