Sbarellati

“Nel bene e nel male basta che se ne parli”. Lo diceva un certo Oscar Wilde, lo aveva ribadito un po’ più recentemente un certo Giulio Andreotti.
Ennio Flaiano, costruttore di aforismi sofisticati, aveva già a suo tempo cercato di metterci al riparo: “Niente è più pericoloso di uno stupido che afferra un’idea, il che succede con una frequenza preoccupante. Se uno stupido afferra un’idea, è fatto: su quella costruirà un sistema e obbligherà gli altri a condividerlo”.
Da anni è diventato il motto con cui si giustifica la comunicazione più volgare, aggressiva, sguaiata, in pubblicità come in politica, in televisione come sulla stampa e su internet.

E su “Dis. Amb. Iguando” si è persino cercato di provare ad offrirci un antidoto: “È una frase stranota, al punto che vi fanno ricorso non solo i comunicatori di professione, ma tutti quelli che vogliono mostrarsi furbi e disincantati nell’interpretare la comunicazione, quelli che vogliono dar prova di saperla lunghissima: se qualcuno si lamenta di certi eccessi, il sapientone di turno è pronto a replicare: “Ma dove vivi? Non sai che la comunicazione funziona così? Parlino bene o male, purché parlino. Svegliati, baby”.

In effetti il detto mette in evidenza qualcosa che somiglia ai paradossi pragmatici studiati dagli psicologi di Palo Alto: non è criticando una comunicazione che eviti la trappola, perché parlandone male ne stai comunque parlando, il che vuol dire che attiri l’attenzione su ciò che critichi e magari gli porti pure soldi.

Ma allora come se ne esce? Non c’è una regola generale e, posto che uscire da un paradosso è sempre molto difficile, il problema si risolve caso per caso.

A volte, com’è ovvio, una sana indifferenza permette di evitare la trappola. Purché non sia così ostentata da pesare come e più di un atto di parola. Ma se il polverone è già sollevato e tutti si accaniscono, nel bene o nel male, a parlarne, il silenzio può essere scambiato per qualunquismo o disimpegno irresponsabile. E allora si è obbligati a parlarne. Ma nel farlo sarà opportuno innanzi tutto metacomunicare, e cioè fare una bella premessa che metta a nudo la situazione paradossale in cui ci si trova. E poi trovare le parole, le sfumature e gli impliciti giusti, per evitare che chi ha piazzato la trappola se ne avvantaggi. Mica facile.

Resta una speranza: la trappola è ormai così nota che forse siamo arrivati quasi al punto che possa prevalere l’indifferenza generale. Se tutti – ma proprio tutti – stanno zitti, la trappola non scatta.

In questa situazione di transizione, il 21 novembre Annamaria Testa ha proposto su “Nuovo e Utile” uno splendido esempio di come si può aggirare il problema. Si intitola “Purché se ne parli. O anche no” e comincia così:

«Questa homepage di NeU, al contrario del solito, non vi propone alcun link perché affronta un paradosso nel quale di sicuro vi siete già imbattuti. E, per affrontarlo sul serio, non deve e non può mandarvi a vedere ciò di cui parla. Ecco il punto: in questi giorni escono un paio di campagne pubblicitarie (una per una marca di abbigliamento, l’altra per un’automobile) per motivi diversi discutibili. Sono accomunate dal fatto che non vantano direttamente alcuna caratteristica positiva, né tanto meno esclusiva, del prodotto o della marca che dovrebbero essere oggetto della comunicazione.

Straparlano d’altro. Se le avete viste, bene. E se no, pazienza”.

Insomma avevo qualche difficoltà nell’affrontare l’ultimo caso di “purchè se ne parli”, tentato come tanti giornalisti e persino tanti comunicatori, storicamente turbati da quel sacro egoriferimento ombelicale, e oscillante fra il discuterne…o anche no. E calare sul tutto la sordina dell’indifferenza. Già prostrato dall’ultimo caso di cronaca quel “comportamento da irresponsabili e da idioti” con cui il Governatore Giovanni Toti aveva marchiato a fuoco gli abitanti di Sestri, dopo la messa in onda di un video su Canale 5. Lo aveva fatto, Giovanni Toti, con un post sulla sua pagina istituzionale che a quel video, probabilmente abilmente manipolato, aveva fatto da opportuna cassa di risonanza.

Già, la comunicazione ai tempi del Coronavirus, gonfiata, dopata, addirittura, forse, manipolata ad arte per quel “purche’ se ne parli”

E l’ultimo caso, forse esploso fra le mani di comunicatori troppo postmoderni, o addirittura infetti da dosi eccessive di cinismo, riguarda il post comparso su un altro sito istituzionale, quello dell’ospedale policlinico San Martino in cui è stata aggiunta un’immagine discutibile alle righe secche che forniscono le fredde cifre fra contagiati e deceduti: “Dal 3 marzo al 28 marzo abbiamo tristemente riscontrati e segnalato all’istituto superiore di Sanita’ 98 decessi per Covid. Solo nelle ultime 24 ore sono stati 11 i decessi, record in negativo da inizio emergenza”. Si aggiunge un  monito…. secco anche se più volte ascoltato e riascoltato: “ C’È IL SOLE? BENE… FOSSIMO IN VOI, noi medici, infermieri e oss. STAREMMO A CASA se potessimo. E non in prima linea PER VOI, qui al San Martino”. 

Una raccomandazione pesante a demarcare, con decisione, il confine fra la responsabilità di chi in questa emergenza è chiamato a viverla in prima linea e a fare il proprio dovere, e chi, invece, a bella posta, elude le regole mettendo a repentaglio la propria e l’altrui vita e quella di chi è chiamato a soccorrere e curare i malati e i contagiati dal Covid 19. Vabbè, ma un po’ di esasperazione ci sta anche.

VIDEO

Come dicevo ciò che appare francamente superflua, e sopra qualsiasi tono,  è la fotografia. L’immagine di un video diventato virale e conosciuto meglio con il nome “bara ballerina”, in cui viene rappresentato un funerale in Ghana. Racconta “radio globo” a corredo del video “Queste immagini arrivano dal Ghana e dimostrano quanta varietà ci sia nel mondo. Il rituale per il funerale di un caro scomparso si trasforma in una festa, quasi ad esorcizzare la tristezza. Le tradizioni nel mondo sono assurde”.

Già, assurde. E fortunatamente lo staff del San Martino almeno ha saputo scegliere “fior da fiore”, perché sul medesimo tema esiste un altro video sul sito de “Il Messaggero” che viene descritto esattamente così: “In Ghana c’è la particolare usanza di ballare con la bara sulle spalle durante i funerali: in questo caso, però, la coreografia non va come dovrebbe perché il gruppo perde l’equilibrio e fa ribaltare il feretro, lasciando cadere a terra il defunto. Un vero disastro!”. Gia’ un vero, beffardo disastro.

E comunque, naturalmente, il sito istituzionale del San Martino è stato subissato di critiche. Persino da rappresentanti del personale da giorni in prima linea. E fra la maggior parte della gente che prende le distanze dalla facile ironia, ricordando che si sta parlando di sofferenze e di morte, e chi osserva stupito che quella è una comunicazione su un sito istituzionale e non il post di quattro amici del pub, qualcuno si trova a spezzare una lancia plaudendo al coraggio e alla novità del messaggio. Forte quanto si vuole, ma incisivo. Si dice.

Posizione ribadita poi dallo staff dei comunicatori del San Martino a Genova Today: “L’immagine postata sulla pagina Facebook dell’Ospedale è, in gergo, un frame di  un video ‘virale’ tra la popolazione più giovane, quella che volevamo raggiungere e lo abbiamo fatto: porta sotto i riflettori la sottile linea di demarcazione che separa gli atteggiamenti stupidi, irrazionali, irresponsabili dalla morte. La stessa a cui si rischia di andare placidamente incontro se non si rispettano le disposizioni governative e gli accorati e continui appelli di chi si sta facendo in quattro, senza orari, per permettere ai cittadini di tornare alla vita di tutti i giorni. A me, noi del Policlinico non interessa la conta di like, commenti e condivisioni record ottenuti con questa azione, interessa diminuire l’unica conta che scandisce oramai le nostre giornate al Policlinico, quella dei decessi. Possibile solo attraverso comportamenti civili, a cui noi richiamiamo con forza, vigore. Anche così». Indomiti combattenti anche loro in prima linea per far da freno al contagio.  In Ghana, comunque quello del feretro portato a spalle ballando da chi resta o dai parenti del defunto risulta un’ antica e rispettata tradizione. Un elemento di folklore, forse. Ma perche scherzare sulle altrui religioni, con aria da colonialisti?

Pero’ evidentemente, come fanno capire i comunicatori, anche targare come “stupida” una tradizione popolare, puo’ risultare, insomma, una sorta di fine che giustifica i mezzi. Da Machiavelli ad Andreotti, passando per Oscar Wilde, per arrivare appunto al “Nel bene e nel male, basta che se ne parli”. 

Dicevo la comunicazione ai tempi del Coronavirus, come se il contagio del Covid 19, debba per forza influire in maniera efferata anche su quella. Travalicando quel sottile limite tra comunicazione e informazione.

Ricordo, per esempio, la levata di scudi degli stessi solerti comunicatori, qualche settimana fa, prima del contagio, nei confronti di una Tv locale che aveva messo in rete un articolo, con tanto di filmato girato fra i corridoi del pronto soccorso dell’ospedale regionale. Il filmato metteva in risalto la difficoltà degli operatori, e quelle dei malati costretti a lunghe attese sulle barelle. A parti invertite pero’ per la crudezza delle immagini e la mancanza di privacy dei pazienti. In quell’occasione alla televisione era giunta la richiesta di oscurare articolo e video  con tanto di minacce per aver reso pubblica una “fake news”, che fake news non era, e minacce di una denuncia per procurato allarme. Una doppia morale, insomma, da parte degli stessi che in un altro momento avevano parlato di fake news e di procurato allarme per il video girato senza il loro permesso nei corridoi del pronto soccorso e adesso postano un “meme” che desterebbe l’invidia dei comunicatori dell’agenzia di pompe funebri “Taffo”. Che poi, a guardar bene, si tratta proprio di quella doppia morale abusata anche in questi giorni da molti italiani che se ne fottono dei divieti, ma poi sono i primi a criticare chi li elude. Proprio quelli a cui, secondo le parole dello staff del San Martino, sarebbe stato rivolto il meme.

Già, la pubblicità ai tempi del Coronavirus, con tanto di spot variati in tutta fretta da molte aziende italiane, quelle della pasta, piuttosto che quelle dei divani, per l’Italia che resiste e per quella che prima o poi dovrà pensare a rialzarsi. Giusto dal sofà

Fra comunicazione, informazione e politica. Proprio mentre il nostro Governatore, dopo essersi in qualche modo rialzato dallo scivolone degli “idioti” di via Sestri, ha deciso di ritornare alle conferenze stampa tradizionali, quelle alla presenza – distanziata, per carita’- dei giornalisti. In controtendenza, almeno un po’, da quel “restate a casa”, ripetuto ossessivamente, per evitare il possibile nuovo innalzarsi delle cifre del contagio.

Epperò con la campagna elettorale alle porte, evidentemente c’è da superare anche le distanze suggerite dallo smartworking, e la diffidenza creata dalle domande selezionate alla fonte dagli uffici stampa dell’intervistato di turno. Insomma, almeno nella parvenza, il ritorno alla normalità dovrebbe risultare prossimo,  o si vorrebbe far risultare addirittura accelerato.

Comunque nel bene e nel male, l’imperativo finisce per essere sempre lo stesso “purché se ne parli”. Tenendo a mente in ogni occasione, come fosse un amuleto, il “vaccino” offerto in tempi non contagiati da Ennio Flaiano: “Niente è più pericoloso di uno stupido che afferra un’idea, il che succede con una frequenza preoccupante. Se uno stupido afferra un’idea, è fatto: su quella costruirà un sistema e obbligherà gli altri a condividerlo”. Messo in congiunzione con quello più guardingo di Annamaria Testa sulle campagne pubblicitarie che “Straparlano d’altro. Se le avete viste bene sennò pazienza”.

Paolo De Totero

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