I giardini di marzo

Tra quanti blaterano ancora segregati in casa, ma idealmente già stesi al sole sdraiati sulla battigia, o meglio ingabbiati, ma pur sempre distesi, fra pareti in plastica o grigliate a delimitare la santificata e sanificata distanza sociale – che poi, anche lì il confronto con il metro in mano, è in corso: tra il metro italiano e quasi il doppio suggerito dall’ OMS -, tra coloro che lanciano o aderiscono, catene social in vista dei festeggiamenti del 25 aprile, per la prima volta non dalle piazze ma dai balconi di casa, intonando appunto “Bella ciao”, dedicata, a piacere, ai partigiani; quelli ancora in vita o scomparsi negli anni a venire, o che si sono sacrificati per un’ideale, inclusi i parallelismi acrobatici con i medici sulle barricate e con gli infermieri e il personale sanitario quelli che hanno contratto il virus, quelli ancora indomitamente in prima linea, anche loro per un’idea, per un’ideale, per una scelta, per spirito di servizio verso la collettività, per il giuramento di Ippocrate. Per tutti quelli che restano a casa e per tutti quelli che resistono. Fino alla proposta di dedicare ai medici vittime di quest’emergenza sanitaria gestita per come è stata gestita, una piazza, un giardino, un vicoletto. Un luogo della memoria. Dove rimembrare, magari, che in qualche caso ci sono stati, ci saranno, potrebbero esserci persino dei colpevoli.

Ecco, dicevo, tra tutti coloro che dibattono sul distanziamento sociale che verrà, io personalmente vorrei prendere un po’ di distanziamento sociale dalla retorica imperante. Perché, anche quella alla fine rischia di ammorbare l’aria e di propagarsi proprio tale quale a un virus. Procurando pandemie.

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Perciò, nel mio piccolo  – piccolissimo, quasi minuscolo – desidererei esplorare orizzonti alternativi. E mi hanno colpito alcuni versi del Battisti/Mogol che fu, “i giardini di marzo”, quindicesimo singolo di Lucio Battisti, pubblicato il 24 aprile del 1972 e poi compreso in un lp “Umanamente uomo: il sogno”, insieme ad altri  tre brani celeberrimi del sodalizio “Innocenti evasioni”, “E penso a te” e “comunque bella”. Dall’incipit, uno dei piu’ noti del musica italiana, difficilmente qualcuno non conosce quel “Il carretto passava e quell’uomo gridava gelati. Al 21 del mese i nostri soldi erano già finiti”. Ai riferimenti che potrebbero inserirsi tutti benissimo in questo periodo “In fondo all’anima cieli immensi”, oppure “fiumi azzurri e colline e praterie dove corrono dolcissime le mie malinconie, l’universo trova spazio dentro me”, o infine “Ma il coraggio di vivere quello ancora non c’è”. Intendiamoci, sono solo spezzoni che si adatterebbero benissimo a questo periodo così snervante ma in realtà per Mogol costituivano ricordi, brevi quadri di una vita inizialmente fatta di stenti e poi anche di amori. Mogol racconta un ragazzo timido, che non ha il coraggio di vendere i libri fuori dalla scuola, a differenza dei suoi compagni e costruisce una canzone fatta di piani temporali diversi. Nel ritornello, infatti, si esce dal passato e si torna al presente: “Che anno è, che giorno è, questo è il tempo di vivere con te. Le mie mani, come vedi, non tremano più e ho nell’anima, in fondo all’anima cieli immensi e immenso amore e poi ancora, ancora amore, amor per te” canta Battisti.

Mogol, poi spiega anche quel discorso diretto, quel “Ad un tratto dicesti ‘Tu muori. Se mi aiuti son certa che io ne verrò fuori'” e dice: “Questa è una parte che probabilmente non è stata colta da nessuno e non è molto chiara: ho immaginato una donna che chiede aiuto perché si sta innamorando di un altro ma che contemporaneamente ha bisogno di un supporto per uscire da questa situazione,lei si è confessata lui invece l’ha ignorata per un fatto di orgoglio. Eppero’ quel se mi aiuti né verrò fuori contrapposto al tu muori, si presenterebbe perfettamente ad altri significati che nel periodo presente potrebbe essere il senso della collettivita’ rispetto allesaperato, esasperante individualismo, lo #stiamoacasa, contrapposto al #chisseneioesco.

Eppero’ io ho preferito pensare ai cieli immensi, ai fiumi azzurri e colline e praterie e ai giardini di marzo che si vestono di nuovi colori. Eggia’ perché era proprio la metà di marzo, anzi qualche giorno prima quando è iniziata la quarantena forzat

Insomma è poco più di un mese che viviamo segregati in casa. E ricordo che l’ultimo week end l’ho passato, facendo attenzione al distanziamento sociale, passeggiando a Villa Duchessa di Galliera a Voltri. Nella villa i lavori continuano, ma i cancelli sono chiusi al pubblico.

Perche’ poi si ha un bel parlare del 2020 come anno nero, ma il 2017 per la mareggiata, il 2018 per il ponte e la tempesta di vento e il 2019 per altre furiose mareggiate non sono state da meno per la Liguria. Il 29 ottobre 2018 una tempesta ha raso al suolo 90 alberi del parco.

E qui entrano in campo i nostri due volontari, studenti dell’istituto agrario Marsano, che solo qualche giorno prima hanno firmato per uno stage per la manutenzione ordinaria del parco. E i due ragazzi, Luca e Michele, entrambi del ponente genovese, non solo si ambientano ma diventano l’anima del progetto di riapertura della villa, tanto che Matteo Frulio, rappresentante dell’associazione di volontariato “Amici della villa duchessa di Galliera” in un suo recente post racconta “ Un anno fa riaprivamo definitivamente il parco di Villa Duchessa di Galliera dopo sei mesi di chiusura. Per il taglio del nastro avevamo scelto chi lo meritava più di tanti altri: Luca e Michele ( in rigoroso ordine alfabetico hahahahah), venuti dal Marsano per fare formazione e trovatisi in mezzo ad un disastro da cui ripartire. A distanza di un anno la mia, la vostra gratitudine verso di voi è ancora enorme e immutata. Ci avete messo il cuore. Non ci sono parole per descrivere quello che avete fatto. Siamo diventati amici, nel frattempo, e abbiamo “costruito” un sacco di cose assieme, dai Cristi, ai corsi di treeclimbing, a quello della motosega, sino agli orti dove da formatore sono diventato io lo studente. E non solo…e non so…Mancano le pizze periodiche o le belinate nel Castello.
Grazie per tutto ciò’ che avete fatto, grazie per tutto ciò’ che siete. Sempre”.

Ecco, Luca e Michele, ma anche tanti volontari che hanno permesso alla villa e al suo parco, un vero patrimonio storico ambientale cittadino, di rinascere. Perché il 4 novembre di due anni fa Luca e Michele, di fronte alla devastazione del parco hanno deciso comunque di iniziare il loro stage.

Racconta brevemente Matteo Frulio: “8 dicembre, dopo il lavoro con alpini e volontari dell’APS Sistema Paesaggio e AMici della Villa Duchessa è stato riaperto il Giardino all’Italiana, dopo l’eliminazione di enormi cipressi secolari abbattuti dalla tempesta. Per tutto l’inverno hanno lavorato per riqualificare con i volontari le terrazze, le cascate, l’area del castello con la collezione delle azalee. Il 13 aprile 2019 riapriva quasi tutto il parco. Per il taglio del nastro le associazioni hanno deciso di dare l’onore a questi due ragazzi.

Hanno continuato lo stage e terminato le ore. Non erano obbligati a continuare eppure a settembre hanno deciso di firmare pur non avendo alcun obbligo, rimanendo nella squadra, creando il progetto degli Orti della Duchessa, con la messa in produzione dell’uliveto e la riqualificazione degli orti storici del parco dopo anni di abbandono. Nel frattempo hanno acquisito con noi il diploma di formazione uno per treeclimber, entrambi per l’uso della motosega. Quello che contava qui era lo spirito di squadra, la loro formazione personale prima ancora che pensare di “sfruttarli” per il lavoro manuale. Secondo me hanno capito da subito che ci tenevamo, e che qui contano prima le persone”.

Poi ci si è messo di mezzo il Covid 19 e Luca e Michele hanno dovuto interrompere lo stage, pero’….. perché c’è un pero’ negli orti, quelli del progetto degli orti della Duchessa creato proprio dai due studenti del Marsano sono nel frattempo maturate le fave. Ecco le fave che altri volontari hanno provveduto a raccogliere e ad utilizzare per ottenere fondi per la manutenzione della villa.

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Insomma, se oltre a guardare alle spiagge, ai pic nic, al passato per quanto significativo riuscissimo a constatare che anche nel presente e per il futuro abbiamo qualche speranza. Se riuscissimo a cogliere l’occasione per svoltare, passando dall’individualismo cronico di questi ultimi tempi, al senso della collettività e allo spirito di servizio, forse il virus non avrebbe creato solo paura, morti e devastazione. Certo nessuno ci crede e spiega che niente è mai servito a niente, guerre, morti, dolori, devastazioni. E siamo sempre tornati li,al posto di prima.

La gente continua a pensare all’estate, alla battigia e al bagnasciuga. Prima di Pasqua e Pasquetta si doleva della rinuncia al pic nic sull’erba o in terrazza.

A Palermo per esempio “Una grigliata collettiva sui tetti, e, all’avvicinarsi dell’elicottero della polizia, i fuochi di artificio che si intensificano mettendo a rischio il velivolo stesso. Al quartiere Sperone di Palermo hanno anticipato la Pasquetta e sfidato apertamente le regole disposte dal governo per il contenimento dell’epidemia da coronavirus. In piazzale Ignazio Calona, dopo la segnalazione ricevuta da alcuni cittadini del posto, erano intervenute diverse pattuglie delle forze dell’ordine, che alla fine sono riuscite a interrompere la festa e sequestrare perfino le sedie portate sul tetto per la grigliata. “Anche grazie ai video che loro stessi hanno stupidamente diffuso, nei quali per altro non lesinavano insulti al sottoscritto – ha detto il sindaco, Leoluca Orlando – sarà più facile identificare questi incivili e incoscienti che hanno coinvolto in questa grave violazione anche numerosi minori, commettendo in un solo momento diversi reati. Per tutti loro scatteranno le sanzioni e le denunce previste, con le pene che meritano. Non posso che esprimere gratitudine, che sono certo non essere solo mia ma di tutta la stragrande maggioranza dei palermitani e degli abitanti dello Sperone, alle forze dell’ordine che sono intervenute subito e in modo deciso”.

E allora fra retorica e contrappasso a me piace segnalare il parco, gli orti, i giardini di marzo, persino le fave solidali. E lascio a Matteo Frulio, autore di un bel libro Dickensiano sull’infanzia e sugli anni a seguire la conclusione: “Se posso esprimere un pensiero personale. L’anno scorso è stata la data per la rinascita del parco. E chi lo avrebbe mai detto? Il parco era completamente devastato. Lo sconforto dei primi giorni nel vedere Villa Duchessa in quelle condizioni è stato scacciato dal loro entusiasmo, dal loro mettersi a disposizione in maniera totale per un parco pubblico che doveva tornare a riaprire per la gente, i turisti, gli abitanti. Da quello di decine di ragazzi degli scout. Sono la speranza del futuro. Ed era giusto dare loro quelle forbici per garantire il futuro del parco a tutti e a quelle nuove generazioni che così tanto ci hanno aiutato”.
Piccoli gesti in controtendenza che proprio per questo ottengono la giusta segnalazione. Perché oltre ogni lecito ottimismo a me piace concludere come Battisti/Mogol, scettico, magari ma pronto a riconoscere un eventuale errore:

“Fiumi azzurri e colline e praterie
Dove corrono dolcissime le mie malinconie
L’universo trova spazio dentro me
Ma il coraggio di vivere quello ancora non c’è”.

Paolo De Totero