L’emergenza sanitaria nelle baraccopoli della Piana, USB: “Nella precarietà assoluta la tensione si tocca con le mani”

Reggio Calabria – A più di un anno dallo sgombero della tendopoli autogestita di San Ferdinando, le macerie sono ancora bloccate lì e nessuno ha bonificato neppure l’amianto.
Di più: “I braccianti sfollati si sono sparsi per le campagne e oggi, fra Taurianova e Nicotera, ci sono due baraccopoli spontanee dove hanno trovato rifugio 550 ragazzi“. Ce lo racconta Antonio Jiritano, sindacalista di Catanzaro e rappresentante legale USB Calabria che poi aggiunge: “Se mettiamo nel conto anche i 500 della tendopoli governativa, quella del Ministero dell’Interno, arriviamo a 1.050 braccianti che oggi nella Piana non riescono a trovare un lavoro a causa dell’emergenza sanitaria“.
E questi sono quelli censiti. Degli altri, resi invisibili dal Decreto Sicurezza che ha tolto loro la protezione umanitaria, “non si riesce più a trovare traccia. Vanno, vengono. Ormai sono dispersi”, continua Jiritano sottolineando che “con l’emergenza sanitaria aumenta la paura di essere cacciati”.

Intanto in questi giorni, mentre l’epidemia avanza a Sud, il Prefetto di Reggio Calabria ha avviato un vertice per fare il punto sulla situazione dei braccianti e sulle misure sanitarie da adottare per la Piana.
“Noi come USB – precisa Jiritano – abbiamo fatto diverse proposte al Prefetto perché questa situazione non è più tollerabile e bisogna accelerare i tempi per la dismissione delle tendopoli, sia quella del Ministero, sia le installazioni abusive nelle campagne” che sono una bomba a orologeria.
In mezzo agli aranceti, i braccianti che all’indomani dello sgombero della vecchia tendopoli non hanno trovato un posto per dormire, hanno messo in piedi delle baracche con materiale di fortuna recuperato dagli avanzi delle stamberghe abbattute dalle ruspe dell’esercito. Senz’acqua, senza servizi, senza niente.
Una popolazione ad alto rischio in termini sanitari e infatti “abbiamo proposto al Prefetto di trovare degli alloggi tra i tanti appartamenti sfitti della zona“, spiega Jiritano notando però che “se la gente non è disponibile già in tempi normali, oggi proprio non vogliono nessuno”.
Che fare allora?
“Pensavamo ci fosse la possibilità di trasferirli nei beni confiscati alla mafia ma il Prefetto ha risposto che è una pazzia perché non sono ancora disponibili e la procedura è molto lunga. Durante lo stesso vertice, il nuovo assessore regionale all’Agricoltura e al Welfare, Gianluca Gallo, è tornato ancora sui 2 milioni di euro per comprare i moduli operativi da mettere al posto delle tende. Lo abbiamo sentito da Oliverio, lo abbiamo sentito da Scopelliti ma per noi non è una soluzione attuabile visto che finirebbero montati negli stessi spazi che oggi occupa la tendopoli ministeriale”.
Insomma, sembra che una sistemazione alternativa proprio non si trovi, conferma Jiritano che poi ci tiene a sottolineare che il disagio diventa sempre più palpabile anche nella tendopoli del Ministero, dove  i braccianti sono costretti a vivere anche in 8 “in una tenda blu, scolorita dal sole e invecchiata sotto la pioggia. Con  una decina di moduli di servizi igienici e docce in comune che quando si guastano non c’è nessuno a fare manutenzione”. Alla faccia del distanziamento sociale e delle norme igieniche.
Qui “il primo aprile ci sono state delle tensioni legate al servizio mensa” che la Regione ha cercato di imporre ai braccianti in risposta alle loro richieste di aiuto, ” i ragazzi avrebbero dovuto consumare i pasti tutti insieme, ammassati  – continua Jiritano -, e in queste condizioni si sono rifiutati di mangiare. In tempi di pandemia sono stati più lungimiranti loro delle autorità”.
A questi lavoratori sfruttati non serve la carità. Senza stipendio e senza risparmi, hanno bisogno di contratti regolari che permettano loro di autocertificarsi per poter lavorare.
È ancora Jiritano che chiarisce: “Stiamo cercando di aiutarli a presentare le domande per il sussidio ai braccianti agricoli ma non tutti hanno un documento scritto nero su bianco che dimostra le 50 giornate effettive lavorate nel 2019. È un momento difficile e noi cerchiamo di portare questi ragazzi a sopravvivere almeno un altro mese, ma la tensione si tocca con le mani“.

Simona Tarzia

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